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Spes contra spem – Liberi dentro. Presentato il 5 aprile nel carcere di Catanzaro il docu-film di Ambrogio Crespi e NTC

di Giovanna Canigiula

Nel primo pomeriggio del 5 aprile scorso Rita Bernardini e Sergio d’Elia, rispettivamente Presidente onorario e Segretario dell’associazione Nessuno tocchi Caino, hanno proiettato nella casa circondariale di Catanzaro, alla presenza della direttrice, dott.ssa Paravati, e di un nutrito gruppo di detenuti, il docufilm Spes contra spem. Liberi dentro di Ambrogio Crespi. Continua la lettura di Spes contra spem – Liberi dentro. Presentato il 5 aprile nel carcere di Catanzaro il docu-film di Ambrogio Crespi e NTC

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Paolo di Tarso, l’Apostolo delle genti, “Radicale, fertile avanguardia”

 

Chiave del dialogo tra ebrei, cristiani e musulmani

di Filippo Curtosi e Giuseppe Candido(*)

Paolo di Tarso
Paolo di Tarso, fonte: www.homolaicus.com

Tra i protagonisti della tradizione sulla sacra Lettera, si erge innanzi a noi, per molteplicità di ragioni, l’imponente figura di Paolo di Tarso, l’Apostolo delle genti. L’argomento ci appare da subito notevole e fortemente attuale. La predicazione di San Paolo, è risaputo, rappresenta una pietra miliare nella sostanza e nella storia della fede cattolica, stando alla base della diffusione del Cristianesimo nella Chiesa Universale.

Per comprendere che cosa sia la sacra Lettera è necessario riandare ai primordi della storia della chiesa, è fondamentale rifare i percorsi del Gesù storico, andare alle radici alle nostre origini cristiane e, quindi, partire da un luogo, da un nome e da una data: Gerusalemme, Paolo e l’anno 42 d.C..

SanPaoloViaggioIl primo come il centro della fede cristiana. Gerusalemme, Città santa, Città simbolo, Città promessa, Città della pace. Il secondo, Paolo, come chiave del dialogo tra ebrei, cristiani e musulmani.

L’anno 42 come momento storico successivamente al quale la storia prese un nuovo corso.

Da quel momento, infatti, ebbero inizio i grandi viaggi dell’Apostolo Paolo per l’evangelizzazione in tutta l’umanità.

“L’amore non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà, la scienza è imperfetta, la profezia limitata, ma verrà ciò che è perfetto ed essi scompariranno”1.

Coraggioso ai limiti dell’ardimento, innamorato delle proprie passioni, colto, carismatico, sognante.

Così lo descrive su Il Foglio la giornalista Rita Sala parlando con Giulio Maspero, docente di Teologia Dogmatica alla Pontificia Università della Santa Croce di Roma e che, in occasione del bimillenario della nascita di Paolo di Tarso, ha organizzato nella capitale lombarda un ciclo di conversazioni su San Paolo.

Domanda la giornalista: Paolo di Tarso come ponte fra ellenismo, ebraismo e cristianesimo? Possiamo dire sia questo uno dei tratti essenziali della sua “poetica”?

Si narra, risponde Giulio Maspero, che i discepoli di Cristo furono chiamati per la prima volta cristiani ad Antiochia, quando iniziarono ad annunciare il Vangelo ai greci. Ed è estremamente interessante che si sia iniziato a parlare di cristianesimo proprio in quell’occasione ed in quella Città della Siria, poco distante da Tarso, di dove era originario Paolo. L’incontro, simbolico e non, tra Atene e Gerusalemme è certo un elemento essenziale della sua vita.

Paolo aveva ricevuto a Tarso l’educazione tipica di una Città grecizzata di allora. Aveva letto Euripide ed Omero e si era formato secondo i principi della retorica del tempo, come è evidente dalle sue opere. Da esse traspare anche la conoscenza della filosofia stoica. E proprio un trattato filosofico di origine aristotelica, oggi perduto, è alla base del discorso all’Areòpago, quando, ad Atene, si rivolge ai filosofi. Gli ateniesi lo seguono, ma rifiutano l’annuncio del Vangelo quando sentono parlare di Resurrezione, cioè quando dalla natura si passa alla storia. Si tratta proprio, continua Maspero, del tratto essenziale che è richiesto dal cristianesimo, quello dalla Necessità alla Libertà, quello che distingue Natura e Storia, riempiendo di valore quest’ultima e superando la concezione dell’eterno ritorno”.

Il Mediterraneo e le civiltà che vi erano affacciate favorirono l’ecumenismo ante litteram di Paolo. E la centralità del Mare Nostrum è un tema molto attuale: “L’annuncio di Paolo fu possibile perché il Mediterraneo era unito dall’uso di una unica lingua, la koinè greca, diffusa dalle conquiste di Alessandro Magno. Il quale, creando un impero, aveva fiaccato il primato delle polis greche e favorito gli stati nazionali, come la Macedonia e l’Egitto. Le forze vive della Grecia vennero attratte verso grandi Città come Alessandria, Pergamo e Antiochia, che divennero i nuovi centri culturali e commerciali dell’epoca. Per avvicinarsi a Paolo è essenziale comprendere bene questa possibilità linguistica e l’assetto compatto del Mediterraneo di allora”.

Paolo riuscì a “comunicare” ai popoli di cultura greca, filosoficamente evoluti, il “concetto di Dio che era degli Ebrei.” Gli Ebrei erano un popolo errante (il termine “ebreo” significa colui che attraversa, colui che passa). Non avevano nemmeno un loro Dio, dovevano fare i conti con gli dèi dei popoli che incontravano. Eppure svilupparono ben prima dei Greci una concezione di Dio estremamente fine. La teologia ed il pensiero di Paolo nacquero da essa, dal concetto di un Dio capace di “irrompere” di persona nella vita dell’uomo. Un Dio “Amico”. Cristo chiama i discepoli amici e predica l’amore ai nemici. Un salto radicale: la filosofia greca riconosce l’impossibilità di essere amici di Dio, ed evidenzia le difficoltà dell’amicizia. La rivelazione cristiana, invece, afferma che Dio si fa nostro amico e che, quindi, è possibile amare tutti.

L’incontro fra Atene e Gerusalemme, per Paolo, avviene prima, dopo o “sulla via di Damasco”? Chiede ancora la giornalista.

Chi è cristiano deve tenere presente ciò che afferma la filosofia greca sull’impossibilità del rapporto con Dio, e fare la differenza: il Dio cristiano viene incontro all’uomo. Tutte le seti dell’uomo possono riconoscere il loro senso, allora, nell’incontro che ha segnato la vita di Paolo, il quale camminando verso Damasco si è imbattuto in Cristo stesso che gli ha chiesto “perché mi perseguiti?”. Il Dio cristiano, in quell’occasione chiese perché.

È il mistero di una presenza che Atene ha tanto desiderato, ma che solo a Gerusalemme, nella singolarità e libertà della Croce, ha trovato il suo senso”.

Un perché di portata cosmica. Un “quo vadis per tutti” proprio questo domandare perché, è la ragione ultima dell’apertura estrema di Paolo, nonché lo stimolo alla sua ricerca costante dell’uomo, di ogni uomo: l’anno paolino potrà (oggi dovremmo dire avrebbe potuto) trasformarsi nell’occasione per riflettere su questo esempio, che può essere modello e proposta, sia nell’ambito laico che in quello cristiano, per affrontare le sfide sempre più globalizzate del mondo di oggi”.

Davide Rondoni, in un editoriale scritto per la rivista Luoghi dell’Infinito, lo definisce “Radicale, fertile avanguardia”.

In Paolo, spiega Rondoni

Martirio e parola si accordano. La destinazione del sangue e l’orizzonte della parola coincidono. Così, proprio mentre ci sottrae ogni possibile e vana consolazione della parola poetica come sufficiente rivelazione del mistero, Paolo ci offre ancora la potenza di una parola, ma al prezzo della nostra umiliazione. Per una gioia dura, frutto di donazione”.

Ma qual’è il vero ruolo dell’Apostolo Paolo, l’ebreo di Tarso che da persecutore divenne cristiano e maestro di proselitismo, e che Nietzsche accusò di aver tradito il messaggio di Cristo, unendo la fede biblica e la filosofia greca?

Jacob Neusner, rabbino preferito di Benedetto XVI, l’ebreo con cui da anni il Papa cattolico tesse un fecondo scambio nel dialogo religioso, dà questa risposta:

“Paolo avviò un racconto sistematico del cristianesimo, fondando una tradizione di pensiero rigoroso. Ma ha anche definito le questioni chiave della teologia del giudaismo, visto che le sue categorie di formazione corrispondevano a quelle della Torah di Mosè, fondamento del popolo eletto”.

Ma cosa resta davvero del suo insegnamento?

“Nelle lettere ai Romani, risponde il rabbino Neusner, Paolo fornisce la chiave del dialogo tra ebrei e cristiani. Paolo ha risolto il problema di come entrare a far parte di Israele, senza aderire alle prescrizioni della Torah. Si può essere ebrei senza essere giudei. Paolo è ancora attuale perché ha colto il significato di Israele e dei suoi bisogni”.

Paolo di Tarso, come ponte tra popoli, culture e religioni

Paolo di Tarso, un convertito innamorato delle proprie passioni, della cultura. È proprio lui il Santo Popolare, il Filosofo delle ragioni del cuore, ma non stupisce più di tanto. Di fronte ad un mondo sempre più caotico e abbandonato al caso, forse nichilista, comunque seguace del pensiero del nulla. Paolo: “Sono un ebreo di Tarso in Cilicia”.

Paolo, Apostolo della Parola. Quasi hard. Paolo di Tarso, fondatore della Chiesa di Reggio Calabria. Nella primavera dell’anno 60, il procuratore di Cesarea Marittima, Festo, per ragioni di sicurezza, lo inviò sotto scorta a Roma dove, arrivò dopo una burrascosa traversata che rese necessaria una sosta a Malta. Fu un viaggio difficile che qualcuno ha definito il “viaggio della cattività”.

Malta, punto di partenza ideale per fare un tuffo nel passato, nel cuore del Mediterraneo, crocevia di popoli e mercanti. In questo posto lasciarono tracce nel tempo Fenici, Cartaginesi e Romani prima, Arabi e Normanni poi.

Al largo di Creta, la sua nave, un ponto, si trovò sotto una tempesta e andò alla deriva per 15 giorni. Approdò a Malta e “circumnavigando devenimus Rhegium”, cioè “costeggiando giungemmo a Reggio” si legge negli Atti degli Apostoli. A Gozo, uno scoglio nel cuore blu del Mediterraneo, a mezz’ora di traghetto da Malta si trova l’isola di Ogigia, Regno di Calypso, la Ninfa che riuscì a trattenere Ulisse per sette anni.

Sull’isola si trova il famoso “Scoglio di San Paolo”, naufrago come abbiamo detto in viaggio da Cesarea Marittima, inviato dal Governatore del luogo.

Paolo, in origine Saulo, ebbe una educazione ellenistica ed ebraica, parlava la lingua dei padri ed il greco, studiò a Gerusalemme con il rabbino Gameliele il Vecchio. Fece per tutta la vita il mestiere di padre e non ha mai chiesto soldi pubblici per mantenersi anche durante l’apostolato: fece per molto tempo il mestiere di costruttore di tende che aveva imparato da suo padre. Un uomo, così viene descritto, “di bassa statura, la testa calva e le gambe storte, le sopra ciglia congiunte, il naso alquanto sporgente, pieno di amabilità che a volte aveva le sembianze di un uomo, a volte l’aspetto di un angelo2.

Paolo on the road: il viaggiatore capace di parlare a tutti ed in qualsiasi luogo: tribunali, stadio, teatro, porto, accampamenti militari. Paolo di Tarso come ponte tra popoli, tra culture, tra religioni.

Paolo a Reggio

La Tradizione vuole che proprio a Reggio Calabria, la Città dove si celebrava la festa della dea Diana, dea Vergine, armata di faretra e arco, casta cacciatrice, Paolo sbarcò all’altezza del cippo che lo ricorda. Per non rendere clamoroso il suo arrivo a Messina “Ei discese nella spiaggia meridionale non più di dieci miglia distante dalla Città di Messina, dove quindi i cristiani, in memoria di tal di sbarco una chiesetta vi eressero”.

L’Apostolo della Parola quel giorno parlò tanto, quanto per il tempo che si spegnesse una mezza candela che aveva accesso e posato su una antica colonna che gli stava accanto. Paolo come stimolo costante di ricerca dell’uomo.

In modo del tutto naturale, ci siamo trovati davanti ad un’altra questione strettamente legata all’oggetto della presente ricerca, di cui cercheremo a tal fine ed entro tali limiti, di dare brevemente conto.

Un passo indietro, prima di entrare nel vivo della nostra trattazione, ma un passo che ci sembra doveroso.

Non solo sulla tradizione della venuta di S. Paolo a Reggio, antichissima ed ormai indiscussa, fonda le origini della Chiesa reggina e di quella calabrese, ma ci dice che Reggio, la Calabria, hanno rappresentato la primissima tappa per la diffusione e l’affermazione del Cristianesimo nell’intera penisola. Un tale privilegio non può che inorgoglirci.

Fede e religiosità che da quel primo innesto si è mantenuta viva nei secoli, passando nella nostra terra attraverso vicende storiche che l’arricchirono, attribuendole connotati propri, “calabresi”, che ritroviamo ancora nelle nostre tradizioni religiose locali, lasciandola, tuttavia, una e viva fin dall’accensione di quella prima fiammella.3

La tradizione della venuta di S. Paolo a Reggio si lega alla nostra ricerca al punto che, come vedremo, le due tesi sembrano stare a fondamento l’una dell’altra.

La conferma viene, in maniera particolare, dall’ottimo lavoro di Mons. Francesco Gangemi,4 “La venuta di S. Paolo a Reggio”, una lettura interessante, di cui daremo conto qui ai fini della nostra trattazione5.

Nel libro del Gangemi la figura di Paolo risplende, umile ed eccelsa, figura di Apostolo follemente innamorato di Cristo, tanto da far assumere alla prosa i toni della poesia.

Fin dalla premessa si osserva che dopo duemila anni, in una Città più volte disastrata, non si può pretendere di trovare per ogni particolare del fatto il relativo documento storico, esplicito, assoluto, ineccepibile, ma non si può neppure rifiutare in blocco o peggio ancora, calpestare, se non ci sono irrefutabili argomenti contrari, una tradizione ininterrotta che, quando è seria, diviene essa stessa fonte di storia.

La storicità della venuta a Reggio dell’Apostolo viene documentata dal Gangemi attraverso un’importante apparato critico, la ricca bibliografia conta circa ventuno fonti (6 codici, 140 citazioni di autori, ben 451 note) che fondano e legittimano il primato delle affermazioni ivi contenute.

Di queste la più note ed incontrovertibile, perché antica e contemporanea all’avvenimento si trova nella Scrittura stessa, in Luca (At. 28,13).

La Vulgata traduce: “Inde, circumvegentes devenimus Rhegium et postum unum diem, flante austro secunda die venimus Puteolos…”.

Costeggiando si raggiunse Reggio, grazie a vento favorevole, sollevatosi l’indomani, in due soli giorni si raggiunse Pozzuoli…” . La nave dunque attraccò a Reggio, dove S. Paolo sostò un giorno6.

La circostanza che Reggio fosse allora una rotta obbligata per raggiungere Roma viene confermata da Svetonio nel “De vita duodecim Caesarum”7, ove si afferma: “Cum Regium, dein Puteolos honerari nave appulisset, Romam inde contendit”. Ossia “(Tito) giunto con una nave da carico a Reggio e poi a Pozzuoli, di là corse di filato a Roma”.

Il testo greco di Luca riporta il verbo κατανταώ, sbarcare; il modo di navigare è περιελθόντες, costeggiando: “κατηντήσαμεν είς Ρήγιον” cioè “si raggiunse Reggio”; κατηντήσαμεν indica il punto di arrivo e di attracco, pertanto, secondo Morisani8, il verbo greco dovrebbe tradursi in latino con discendimus, ossia sbarcammo, piuttosto che con devenimus, come, invece, si legge nella Vulgata. Questo dovrebbe indicare, dunque, la discesa dalla nave e quindi la permanenza in Città.

Nel prosieguo del testo greco S. Luca adopera almeno sei volte il verbo κατανταώ, nel senso di approdare e sbarcare. A suffragare la tesi vengono quindi citati altri passi del testo greco di Luca degli Atti degli Apostoli.9

Altro problema di cui si occupa la trattazione di Mons. Gangemi è la datazione storica del viaggio di S. Paolo.

Nel “Manuel Biblique di Wrgourouse, Bacuz e Brassac” si legge di un secondo viaggio di San Paolo a Roma e del suo passaggio a Reggio nella primavera inoltrata del 61 d. C. Mons. Martini Sales, Zoccali e P. F. Russo concordano sulla circostanza della partenza da Cesarea verso Roma nel ‘61 dell’era volgare.

Alcuni autori trovano difficile, tra l’altro, che in un solo giorno, l’Apostolo abbia potuto predicare, convertire, fondare una comunità cristiana e consacrare, 1° Vescovo di Reggio, S. Stefano di Nicea10.

Essi sono inclini ad ammettere la possibilità di un secondo viaggio di S. Paolo a Reggio, che la tradizione messinese della sacra Lettera della Madonna confermerebbe implicitamente.

I Messinesi udito della predicazione di S. Paolo a Reggio, lo invitarono nella Città e con lo stesso Apostolo fecero partire una delegazione che sarebbe tornata poi con la sacra Lettera, ma questo non sarebbe potuto avvenire nel viaggio di cui si parla negli Atti degli Apostoli, quello del ‘61 d.C. A detta delle fonti citate dal Gangemi e, malgrado le incongruenze dovute alle traduzioni dall’ebraico al greco e dal greco al latino, la Lettera ha un’innegabile genuinità.

Stando allo scritto, la prima fonte risale all’86 d. C. “Apud Messanenses celebris est memoria B. Virginis Mariae, missa ipsis ab eadem dulci epistola”: così si legge nel “Chronicon Omnimodae Hisitoriae” di Flavio Lucio Destro, figlio del Vescovo di Barcellona Paciano e prefetto del pretorio nell’Impero orientale, scritto nel 430 d.C. e dedicato a S. Gerolamo.

È chiaro secondo il Clave nel 388 d. C.: “…tempore in tabulario messanenses reperta est quaedam epistula, hebraice scripta, exarata a Beata Vergine ad eosdem cives messanenses et maxime dicitur”.

P. Giovanni Fiore da Cropani in “Della Calabria Illustrata”11, afferma che S. Paolo sarebbe giunto a Reggio la prima volta nel 39-40 d. C. e la seconda sarebbe quella narrata negli Atti degli Apostoli.

Carlo Morabito12, cui soccorre Carlo Giangalino13, (e consta anche a Plinio, Soto, Cornelio e Lisiano), sostiene che il capitolo XV della Lettera ai Romani, parla della predicazione nella Grecia che era ingannata dagli errori dei Filosofi.

E, dunque, non era forse la Calabria di quel tempo tutta greca e tutta imbevuta di dogmi pitagorici?

Così la vuole Costantino Lascaris14 e fino al tempo dell’Imperatore Costantino: “Venne qui Paolo in quel suo primigenio viaggio per recarvi il lume della vera dottrina di Cristo e il suo Vangelo”.

Marino Freccia sostiene che S. Paolo fu in Calabria, a Reggio, a Cosenza, “Città libere non sottoposte ad imperio alcuno”.

Nel secondo viaggio Paolo sapeva che andando verso Roma, sarebbe finito in prigione. Ed è durante questo secondo viaggio che ante questo secondo e, nel quale, S.Paolo consacrò Vescovo della Città di Reggio, S. Stefano di Nicea, mentre il miracolo della colonna fu compiuto nel primo viaggio, di cui S. Luca non scrive, non essendo stato presente.

Anche il barone Taccone Gallucci15, scrive che S. Paolo tra il ‘39 ed il ‘42 d.C., partito da Gerusalemme, andò a predicare il Vangelo fino all’Illirico ed all’Italia peninsulare ed insulare.

Concordano G.B. Moscato e P.F. Russo16, sul fatto che, così, “fu gettato il seme evangelico che germogliò e si ingrandì nella penisola, passando in primo luogo dalla nostra Calabria”.

Tra numerosi messaggi, brevi e bolle17 papali, una voce su tutte ci è gradito ricordare: «… Ecco l’antica Reggio, le cui origini si perdono nella notte dei tempi! Ecco la Reggio della Magna Grecia,di cuiancora conservate le vestigia monumentali ed i preziosi cimeli nel vostro importante Museo Nazionale, che ora accoglie anche i due grandi bronzi di Riace.

La storia di Reggio corre lungo i filoni delle grandi civiltà classiche europee: la greca, la romana e la cristiana.

Nel toccare il suolo di questa Città, provo una viva emozione al considerare che qui approdò, quasi duemila anni fa, Paolo di Tarso, e che qui l’Apostolo delle genti accese la prima fiaccola della fede cristiana; da qui il Cristianesimo ha iniziato il suo cammino in terra Calabra, espandendosi in ogni direzione, sia verso la costa ionica sia verso la fascia tirrenica. È questo un primato che mi piace sottolineare e che è motivo di giusto orgoglio per la Chiesa e per la Città di Reggio Calabria.

Il vostro cristianesimo, ormai bi-millenario, ha permeato le radici più profonde della vostra civiltà e della vostra cultura e vi ha dato la forza di far fronte con coraggio, e talvolta con eroismo, ai difficili momenti della vostra storia, durante le molteplici invasioni e dominazioni che la Calabria ha dovuto subire.

Ma soprattutto, il vostro animo temprato dalla fede ha trovato la forza di resistere alle calamità naturali; per due volte il terremoto, nel 1783 e più recentemente nel 1908, ha distrutto la vostra Città, e per due volte l’avete ricostruita più grande e più bella. Reggio! Città che hai nelle tue radici la fede di Paolo, Reggio! che hai un cuore antico ma, sempre giovane e caldo, nel nome di Dio ti saluto e ti benedico!»18

Sulle orme di Paolo

A 1950 anni dal naufragio dell’Apostolo delle genti sull’isola, Benedetto XVI intraprende il pellegrinaggio sui passi di Paolo.

Anche il Pontefice, come Paolo di Tarso, si reca nell’ex roccaforte dei Cavalieri di Malta gravato da “una profonda sofferenza”. Il dolore per il male commesso da alcuni sacerdoti, i pesanti e ingiustificati attacchi alla persona del Vescovo di Roma che oramai fanno parte della cronaca.

Così come il coraggio dimostrato dal Papa nel fronteggiare questo delicato momento con atteggiamento autenticamente paolino di saper trasformare un possibile “naufragio” in una occasione di annuncio del Vangelo e di crescita della Chiesa.

Il Papa compie un viaggio sui passi di Paolo di Tarso che ha saputo dialogare tra popoli e culture.

Recandosi da Roma a Malta, spiega monsignor Romano Penna, docente emerito dell’Università Lateranense, uno dei più noti specialisti su Paolo di Tarso, compie un viaggio a ritroso rispetto a quello compiuto da Paolo che, partito da Cesarea Marittima, soggiornò a Malta sulla strada per Roma a causa di un disastroso naufragio.

Il viaggio ci mostra la figura di quel Paolo sia come emblema di un Apostolo instancabile, sia come interprete originalissimo del Vangelo.

Paolo, insomma, come intelligente interculturazione del Vangelo stesso.

(*) Curtosi F., Candido G, ne:
S. Maria a Sacra Littera, Sulle origini e sul culto della Madonna della Lettera, Tra storia, arte e letteratura popolare – Non Mollare edizioni 
 

 pp.21-30

1 Prima Lettera ai Corinzi di Paolo di Tarso

2 Così ce l’hanno tramandato gli Apocrifi di Paolo e Tecla

3 Il frammento, reliquia della fiaccola miracolosa si può osservare nella navata destra del Duomo di Reggio Calabria.

4 Mons. Francesco Gangemi, è stato, tra l’altro, fondatore del Museo di S. Paolo. Negli anni questa preziosa istituzione culturale, della quale fanno parte anche una ricca pinacoteca e una rilevante biblioteca, si è accresciuta di materiale pergamenaceo e cartaceo particolarmente significativo per la ricostruzione delle vicende storiche della città di Reggio.E’ un fondo miscellaneo costituito da 11 pergamene e da numeroso materiale documentario i cui estremi cronologici vanno dal 1507 al 1933 nel quale si possono ritrovare privilegi, corali, manoscritti, spartiti inediti di Lorenzo Perosi e di Francesco Cilea, sonetti e studi di ecclesiastici reggini.

5 Il volume “La venuta di S. Paolo a Reggio” è stato pubblicato dall’Istituto Superiore di Scienze Religiose e sponsorizzato dalla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, nella collana teologia e storia.

6 Acuni autori ritengono che la nave su cui viaggiava S. Paolo fosse sbarcata alla Rada dei Giunchi, presso il Tempio di Diana Fascelide, che doveva sorgere nell’area prima occupata, fino al terremoto del 1783, dal Convento dei Conventuali Francescani, in seguito Monastero delle Benedettine. Altre ipotesi ritengono sia sbarcata tra Capo Spartivento e Scilla. Il Morisani indica Lucopetra, altri ancora la spiaggia di Pellaro o la Fossa di S. Giovanni, che offriva un’accampamento tranquillo ai soldati. Acuni ritengono che Reggio stessa sia da identificarsi come promontorio citato negli Atti. Poteva trattarsi altresì di Punta Calamizzi a Porta Dogana, dell’Acroterio nelle colline di Pentimele, la cui rada era un ancoraggio tra i più sicuri dello stretto. Si rimanda al testo del Gangemi “La venuta di S. Paolo a Reggio”, pag. 117.

7 Titi Vita (1.VIII c.5)

8 “Acta S. Stephani Nicei”

9 Si rimanda per le conferme successive delle fonti sul punto in questione dal XVI sec. in poi, alla pag. 95 del libro del Gangemi.

10 Il culto di S. Stefano di Nicea, e la venuta a Reggio di S. Paolo che lo consacrò primo vescovo della città, sembrerebbero confermarsi dunque a vicenda, dimostrando l’antichità del primo si conferma quella della seconda.

11 Tomo II, Napoli 1734 pp. 18-20.

12 Annali della Chiesa di Messina, Isapoge par. 77 tit. I.

13 Houdegraphia disc. 3 cap 100.

14 De Philos Calab.

15 Ann. Eccles. Anno 61 n.1.

16 Storia della Chiesa di Calabria.

17 Benedetto XVI, con la bolla “Suprema dispositionem” del 25 settembre 1741, diretta all’arcivescovo di Reggio, con cui si concedeva al Capitolato Metropolitano l’uso delle insegne. Pio XI nel breve del 10 agosto 1928 al Cardinale Ascalesi, Arcivescovo di Napoli, Legato pontificio al primo Congresso Eucaristico regionale calabro. Giovanni XXXIII in messaggio all’Arcivescovo Mons. G. Ferro per il XIX anniversario della venuta di S.Paolo a Reggio. Paolo VI nella bolla del 21 giugno 1978 in cui la Cattedrale di Reggio Veniva eretta Basilica minore. Giovanni Paolo II nella bolla 6 marzo 1980, con cui S. Paolo viene ufficialmente proclamato Patrono principale dell’Arcidiocesi Reggina. Da ultimo Giovanni Paolo II nel discorso tenuto in occasione della visita a Reggio il 7 ottobre 1984, ivi riportato.

18 Dal Saluto di Giovanni Paolo II al suo arrivo a Reggio Calabria il 7.10.84

 

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Spes contra spem … Pannella: bisogna aiutare Papa Francesco a riflettere un tanto su questo, tutto qua

Tradotto, Spes contra spem, significa “Speranza contro la speranza”. Marco Pannella, che in digiuno prosegue a dare lui corpo alla speranza, manda un messaggio al Papa e gli chiede come poterlo aiutare ad essere speranza:

«Si, in effetti non voglio parlare d’altro, ma nel contesto anche interno nostro, sicuramente sono alieno o comunque oggi pongo un problema di altro. A me pare, continua Pannella, che altri da me potrebbero subito dirci: dove viene fuori quella cosa … spes contra spem? Dov’è?»

I compagni della direzione del Partito Radicale sempre meno capiscono dove Marco voglia andare a parare. In effetti, la citazione che, con un messaggio di 25 minuti, Marco Pannella direttamente rivolge non solo a Papa Francesco ma anche al Presidente Napolitano è di un passaggio della Lettera inviata ai Romani da Paolo di Tarso, l’apostolo che, in riferimento all’atteggiamento di fede di Abramo, scrisse che:

Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza. (San Paolo, Lettera ai Romani, 4,18)”.

Spes contra spem, sono pure le parole che usò Giorgio La Pira manifestando nei confronti di Giovanni XXIII la speranza che si potesse aprire un futuro di pace.

Oggi, secondo Wikipedia, la locuzione è utilizzata per descrivere l’atteggiamento di chi coltiva una fede incrollabile in un futuro migliore, e non abbandona l’aspettativa, anche quando le circostanze concrete sono così avverse da indurre a credere, al contrario, alla perdita di ogni speranza.

Quella speranza che, sempre di più, Marco ripone nel Pietro d’Oltre Tevere piuttosto che nel Cesare delle catacombe.

Me lo sono sognato? A quale testo ci riferiamo? Nessuno?” – domanda. “Nada? Volevo questo aiuto”, dice.

Marco ridacchia un po’ e rincara la dose:

« Dunque, Spes contra spem, e oggi abbiamo la spem contra spes. Bisogna aiutare Papa Francesco – esclama – a riflettere un tanto su questo. Tutto qua. ».

Poi continua:

« Allora, non è uno scandalo che forse questa è l’unica sede nella quale” – prosegue con un po’ d’ironia – “viene sollevato “chisto” piccolo problema, quasi lessicale, all’interno di chi può avere un ripiegamento quasi chierica, clericale, nel leggere le cose del mondo. Non è il caso che questo da’ la misura. Io ridico oggi che sto lottando ma dovrei dire, credo da anni, con altri, con un richiamo quasi quotidiano, quasi sommesso, quasi – altri direbbero – da biascicamento da preghiera, “spes contra spem”. E qua c’avemo tante spem, una follia di spem che viene fuori, ognuna, contra spes. Fermati spes, c’è quest’altra cosa. Guadagniamo un poco di tempo. … Poi non mettiamo nel conto che il divieto del dibattito, del dibattito civile, del dibattito della specie umana abitante sul territorio italianofono. Sta roba – dice Pannella – manco viene fuori un momentino. La spes qual’era? Qual’è quella di riferimento possibile? Magari è quella che in modo diverso nelle varie epoche, nei vari momenti, se ha voce specifica ha voce. Ha voce se può essere ascoltata. E a voce a che punto siamo? Devo dire che la spes, lo sto sottolineando perché sembrerebbe utile, oggi rispetto a vent’anni fa, mo c’abbiamo che quasi tutti gli “importanti”, quasi tutti, sembrano adesso loro avere il tempo di scrivere bene, di pubblicare, quello che, come nostra singolarità animale quasi, come nostra singolarità storica siamo andati scrivendo con le nostre vite, con le nostre parole. Con i nostri morti, con i nostri viventi, con i nostri compresenti.

Ma vorrei proprio dire: di che cazzo di Spes altrimenti ci si dovrebbe occupare in questo momento anche secondo le Parole, con la P maiuscola, anche le Parole di chi parla in nome della religiosità laica, statuale, cesarista. Sembra quasi che sono cose che mi vengono di notte. Poi l’Osservatore Romano, ma poi io insisto, l’altro giorno anche con il carissimo Fausto (Bertinotti, ndr), in fondo mentre gli dicevo: senti, ma sto problema della classe … della “classe”. La classe, quella vera, quella tua, quella vostra, la classe, dove se n’è iuta?

Però, tu sei qui (dicevo a Bertinotti, ndr), perché sai che noi siamo riusciti a essere e a esprimere classe, proprio noi, la classe quella dei comunisti, quella dei marxiani, quella dei marxisti, quella dei marxologi, e sempre più siamo questo. Tant’è vero che sembrerebbe quasi che parlando e rivolgendoci a Fausto, visto che sono appunto … in quel momento sto pensando, invece di parlare, che so’ io, con Padre Lombardi, per non dire con Papa Francesco e, nella mia furbizia, gli faccio quel discorso della classe, tale e quale, traducibile e che è la gente.

Che è quello che io ricordo continuamente abbiamo vissuto, non sappiamo per quale merito, il carattere di essere i più comuni!Le più bestie comuni, rispetto a tutte le altre che cerano. E, nell’esser comune la gente, con quella specie, su quel territorio, con quel linguaggio, ci riconoscono, ci riconoscevano. Insisto: che si parli con Fausto, o si parli qui dentro, il problema della forza comune della parola che è quanto sempre viene sottovalutato perché c’è il terrore: mamma mia, quanti di noi ci cadono? Il regime ?La scusa, il nome di cui abbiamo bisogno per evocare le nostre inefficienze, le nostre debolezze. Il regime, il male. Il diavolo. E via dicendo. Beh, sappiamo che la storia sta dicendo non proprio questo. Se è evero come è vero che il problema si pone, lo pongo all’ottimo Presidente (della Repubblica, ndr): è vero che il comunicato, contrariamente a quello che si pensa, il comunicato che fanno è sempre “burocratico”, anzi, proprio perché è falso, appunto, quando è burocratico si possono poi fare degli esempi di quando, sei mesi prima di morire, uno dei personaggi più influenti nel Quirinale, sei mesi prima di … (morire, ndr), lui riuscì anche come tornò a riuscire durante le settimane delle riunioni al Senato grazie a Schifani, riuscirono a venir fuori già segnali importanti sul fatto che, anche a livello formale, ci si apprestava a definire “obblighi” … come s’è trovato poveretto?

Li ha definiti obblighi, lui stesso come linguaggio, parla del sovraffollamento. Ma che stronzata! Che improprietà. Qual’è il problema sul quale tu stai intervenendo? Sul sovraffollamento. Sei a livello del grande Zaia, che me pare che proprio in queste ore va dicendo non so quali altre belle stronzate leghiste a proposito di problemi della gente veneta e di tutta l’Italia. Risponde a livello del termine affollamento. Ma che affollamento. Il problema se c’è l’affollamento non è che bisogna vuotare, bisogna accrescere il numero delle carceri.

L’ha detto ieri il grande Zaia. Noi però, appunto, ci troviamo adesso in questa situazione. Io sono convinto che se avessi parlato in un contesto che poteva comportare qualche centinaia di migliaia di famiglie, quindi qualche milione di ascoltatori, poteva succedere un bel casino domani. Com’è la cosa? La speranza… spes contra spem. Quale? Spes oggi la scrivono i presidenti della Repubblica, gran parte de li cardinali quando scrivono, vogliono scrivere, perfino gli intellettuali di sinistra indipendente o non so come capperi si chiami. La si sente dire anche da Cozza, o come si chiama… Crozza, scusate. Ma il problema è questo, il vero problema è più semplice, che non può dirsi. Perché se dico, com’è quella cosa? Spes contra spem, subito … tutti contro. Eppure, lo dico con amore. Lo dico con amore a Papa Francesco: credo che tu sai che questo è il dovere che sto esercitando, quindi l’umiltà di qualcuno che vuole sperare di potere aiutare con te la Spes contra la spem che sta trionfando. Per il momento finisco qua. Scusateci. Sicuramente è molto poco, ma questo è il senso della nostra lotta e, infatti, ormai la cosa è quasi divertente. E orami, se non ci sta attento lo stesso Presidente, se continua a parlare dell’affollamento che non centra un cazzo. Con quello che lui dice (nel messaggio alle Camere, ndr), non centra una fava. È l’epifenomeno, ipofenomeno. L’abbiamo previsto, per scongiurarlo, e di conseguenza urge a livello lessicale: affollamento. Come fai? (Punta il dito verso la camera, Pannella per riferirsi al Presidente) Tu hai parlato di quegli obblighi, e non trovi lessicalmente il modo di evocare quelle urgenze e quegli obblighi ai quali tu stai dando Parola? Tu Presidente e tu Papa. Per il momento dico: questo è il punto in cui siamo per cui il vero problema è che nelle ultime quarantotto ore, sono sicuro, aumenta la forza di quello che noi avevamo già individuato. Volete vedere che sono riusciti, sarebbero riusciti, negli ultimi giorni, a ridurre direi a sotto zero il tempo in cui qualcuno ha potuto ascoltarmi. Proprio diminuito. Come se fa a diminuì ancora? Non parliamo di Emma. Non parliamo di tutti quanti. Ma in una situazione nella quale non viene il dubbio, perché proprio siamo quasi a una caricatura degli anni ’30, 1920, ’30, ’40.

Nel senso che si ripete in modo quasi grottesco, quasi una satira: le posizioni che storicamente sono state vincenti, quelle, oggi sono quelle ufficiali della storia istituzionale. Con un però. Per tutti i media italiani, ma parlo soprattutto quindi l’audiovisivo, tutti quelli italianofoni, cazzo: è come se fossero gli editori unanimi, d’accordo alla lettera: ci deve andare il 35% di Grillo, ci deve andare il 35% di quello là, come se chiama, de Renzi, ci deve andare il 35% di quello che resta. Che è appunto, a ri-ciccia. Ed è fatto, e su questo non si accettano, come dire, eccezioni.

E c’è qualcuno di quelli un po’ più strutturalisti di noi, socio-economici eccetera. Uno che dice: ma come cazzo è possibile che, tutti quelli che sono gli editori di sta roba, sono tutti assolutamente d’accordo a tal punto che rischiano di essere contro producenti.

Perché se vai a una (trasmissione, ndr), vai all’altra delle case editrici, hai esattamente il rischio che lo stesso eccesso. A tutte le ore li vedi: quello là in quel modo, quell’altro nell’altro modo, e quell’altro ancora a fare il … e poi anche questa uniformità di linguaggio, di lessico, nello scegliere – giorno dopo giorno – le cose che possono essere più attuali. Questa è una considerazione.

E come mai, quindi, il fatto benedetto che il nostro contributo al “conoscere”, davvero, continua a essere un riflesso loro, quasi ormai giustificato. Non bisogna toccare la comunicazione come è andata negli ultimi cinquant’anni. Guai, perché se poi si permette, si consente di ascoltare un po’ di più per qualche giorno quelli lì, succede un casino che non ci si può permettere. Come, appunto, rispetto al popolo cattolico, al popolo comunista, al popolo, diciamo, qualunquista: guai tornare a questi. L’unico problema che non se pote (parlare, ndr), e quindi far vivere in realtà quello che sto evocando: invece di un migliaio di persone, di una cosa, avere una propria manifestazione, diciamo del potere, che è di stampo sconosciuto. Cioè, ci sono delle cose che non possono essere permesse e, semmai, quindi, da trattare con gli esorcisti. Che è quello che sempre di più vediamo attorno: c’è quasi l’esorcismo nei confronti del conoscere, un po’ più, quello che accade e viene proposto. Cioè una realtà nella quale da vent’anni, non è un caso, non credo che ci sia stato un solo dibattito, lo ripeto, uno solo, conoscitivo sulla nonviolenza. Perché se tu dici a dieci milioni di persone quello che noi diciamo a cinquecentomila, sono convinto che lì, quei dieci milioni, impazzano di ragionevolezza, di conoscenza, di rinnovamento. E questo deve essere impedito. Questo lo si sta impedendo. Però, puttana Eva, adesso voglio vedé se quella cara Eva alla quale devo che me da’ delle mele in questi giorni. … Ma si può andare oltre … le mele, Mele. Con le quali questi giorni ho trovato un sistema che bevo e faccio lo sciopero della sete. Invece dei cappuccini ho messo a regime le mele di Eva. Va bene? E sorridendo su questo, però torno a dire: non è possibile. Papa, se te posso aiutà? Nun è possibileeeee! Non è possibile che, semplicemente questa storia che evoco, che è vostra, che è tua e noi dobbiamo vivercela senza consapevolezze, sulla fede, sulla speranza, speranza: Spes contra spem. Oggi c’è spem, spem, spem … spemerda. Costantemente, al posto della singolarità scandalosa, gioiosa, e commovente della Spes contro spem, nella politica.

Oggi qui, noi vogliamo dare corpo, aiutarti a dare corpo e parola a te e a Fausto Bertinotti, per la Classe, per l’Umanità, dare forza a questa generazione di essere una generazione saggia. Come dicevamo della terza generazione di liberali. L’Unità che a noi interessa non è quella di generazione che viene non si sa come, ma l’Unità che viene da padre e madre in figli e che, a questo punto, è quella che riesce ad avere i tempi dei valori, i tempi della speranza, i tempi della scienza. Sarà poco, ma a me me pare che è quello che sta succedendo. »

http://www.radioradicale.it/scheda/411537

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