Visita del Partito Radicale Nonviolento ( @RadicalParty) al #Carcere di Rossano

04 gennaio 2017 – Visita alla Casa di Reclusione di Rossano (CS)

Direttore: Dott. Giuseppe Carrà (non presente al momento della visita); comandante: Comm. d.ssa Elisabetta Ciambriello.

Delegazione del PRNTT: Giuseppe Candido, Rocco Ruffa.

Delegazione Partito Radicale in visita alla Casa di reclusione di Rossano /CS), da sx: Ruffa, Candido e l’Ispettore P.P. Vennari

Dopo il capodanno alla casa circondariale di Crotone, la mattina del 4 gennaio, ci presentiamo al portone della Casa di Reclusione di Rossano, in provincia di Cosenza. Costruita nel 2000, la struttura – come riporta la scheda del sito del Ministero della Giustizia, “è in buone condizioni sia per quanto concerne le celle, sia per quanto riguarda gli spazi in comune”. Ma tutte le celle che abbiamo visitato, oltre alle sbarre, alle finestre hanno anche una fitta rete metallica che riduce notevolmente l’ingresso della luce naturale.

Come del resto le reti metalliche, vietate dalla corte europea, ci sono in molte delle carceri che abbiamo visitato: dalla casa circondariale “S. Cosmai” di Cosenza, a quelle di Catanzaro, Vibo e Crotone.

Il direttore Giuseppe Carrà non c’è. Non lo abbiamo mai incontrato nelle nostre numerose visite. Ad accoglierci, dopo le formalità di identificazione alla porta, ci sono la comandante Elisabetta Ciambirello e l’ispettore Vennari che, però, non ci accompagna per l’intera visita.

Si alternano a lui, gli assistenti Capo Felicetta e Mutolo; e questo perché, a corto di personale, sono costretti a darsi il cambio.

Per quanto riguarda gli agenti in organico, “Simu ‘nte vrazza e Maria” è la frase – pronunciata dall’Ispettore Vennari per farci capire – identica a quella pronunciata appena 3 giorni prima, presso la Casa Circondariale di Crotone, dall’Ispettore Capo Frisenda: notiamo appena la differenza dovuta ai due accenti calabresi. Siamo tra le braccia di Maria” è la richiesta di aiuto ed il grido di sconforto che proviene dalla Polizia Penitenziaria di tutta Italia, Rossano Calabro incluso. Di 123 agenti previsti dalla pianta organica, ce ne sono assegnati 132 ma effettivamente in servizio, tolti i distacchi, ce ne sono solo 127 di cui 10 impegnati nel nucleo traduzioni. A ciò si aggiunge il disagio dovuto al fatto che la casa di Reclusione di Rossano è sede di una sezione dell’A.S.2 (terrorismo internazionale) e molti agenti (6 secondo secondo l’isp. Vennari, addirittura in 36 secondo la denuncia del SAPPE)  vengono attualmente impegnati “per garantire il servizio di sicurezza sul muro di cinta e nel perimetro esterno”.

Quando eravamo stati in visita a Rossano a Capodanno e in occasione delle vacanze pasquali, l’ispettore Venneri ci aveva spiegato – e noi lo avevamo potuto constatare – che alla vigilanza esterna contribuiva l’Esercito prima e la polizia dopo; oggi invece l’aiuto dei militari e delle forze dell’ordine è cessato e alla immutata pianta organica impegnata nel mandare avanti il carcere bisogna sottrarre 6 unità (per turno) dedite alla vigilanza esterna. E anche qui, come a Crotone, gli “straordinari” diventano “ordinari” – obbligatori – con inevitabili ricadute sulla salute degli agenti di P.P..

La durata è la forma delle cose. In una regione dove ancora manca di essere istituto (e nominato) il garante regionale delle persone private della libertà, la visita del Partito Radicale Nonviolento anche nella Casa di Reclusione di Rossano dove l’ultima volta c’eravamo stati a Ferragosto – oltre per verificare le condizioni di detenzione – è stata fatta esplicitamente per ringraziare i 116 detenuti che, il 5 e il 6 novembre scorso, in modo nonviolento, hanno digiunato – devolvendo il cibo non consumato a istituti caritatevoli -per sostenere la marcia intitolata a Papa Francesco e Marco Pannella. A tutti – invitando ad iscriversi – spieghiamo che se non si raggiungono i 3.000 iscritti per il 2017, il Partito Radicale Nonviolento di Marco Pannella sarà costretto a chiudere.

Don Piero, il cappellano dell’istituto che già conosciamo dalle precedenti visite, quando lo incontriamo all’ingresso del carcere, col suo sorriso ci fa capire che apprezza la nostra presenza e mostra di aver molto apprezzato anche la “lezione di nonviolenza” venuta dai detenuti nei giorni della Marcia e del digiuno.

I detenuti presenti il 4 gennaio 2017 sono 221; 23 persone in più rispetto a quelle che c’erano a capodanno del 2016 e 28 oltre la capienza regolamentare di 215 posti, tra l’altro ridotta quest’ultima di tre posti per una cella inagibile.

94 sono detenuti comuni, 127 quelli del circuito dell’Alta Sicurezza, di cui 8 del circuito AS2 (condannati per terrorismo internazionale).

Trattandosi di casa di reclusione, a differenza delle altre carceri calabresi, qui la maggior parte dei detenuti (212) ha una condanna definitiva: solo in 9 sono in attesa di giudizio, di cui 4 appellanti e un ricorrente in Cassazione. Tra i detenuti ci sono  molti ergastolani, di cui parecchi con un reato di tipo ostativo ai sensi dell’art. 4-bis dell’O.P.

Sessantuno detenuti sono stranieri, – di origine irachena, siriana e marocchina – tra cui gli otto accusati di terrorismo internazionale sono detenuti in una sezione “speciale” -con celle piccole  di isolamento – che visitiamo per ultima.

Sono 20 i detenuti tossico dipendenti di cui uno in terapia con metadone, 10 quelli affetti da epatite C, due disabili motori deambulanti con bastone e 120 i casi psichiatrici.

In tale contesto, poco più di 50 detenuti lavorano, a rotazione, su posti di scopino, o barbiere o porta vitto. C’è un laboratorio di ceramica che impiega tre detenuti, ci sono i laboratori di pittura, ma c’è anche una bellissima falegnameria, con macchinari del valore di circa un milione di euro, che però non viene utilizzata per mancanza di personale esperto (sia interno sia esterno) che possa farla funzionare dando lavoro ai detenuti.

In assenza di lavoro, le persone già private della libertà, rischiano esser private del diritto di essere rieducate, di oziare continuativamente e, nei casi più disperati che pure ci sono, di non poter avere un reddito a sostegno delle proprie esigenze di base e di quelle delle loro famiglie.

Ci colpisce la testimonianza di Giovanni che – in procinto di laurearsi – si dà per vinto e dice di non voler ultimare gli studi perché, non potendo lavorare, vive in condizioni di grave povertà al punto da non poter neanche pagare il viaggio al suo figlio disoccupato che vive in Campania. Per questo motivo rimanda il giorno della laurea perché teme di non trovare nessun volto familiare dopo aver discusso la tesi. Noi cerchiamo di infondergli speranza e gli promettiamo che non faremo mancare la nostra presenza quel giorno. Ma ad aver difficoltà a mantenere i rapporti con i propri familiari non è l’unico: Oronzo, non vede i suoi parenti da 5 anni, Safet – iracheno – da oltre un anno non riesce a parlarci neanche telefonicamente.

All’interno del carcere molte le criticità; alcune delle quali ci vengono illustrate dalla comandante Elisabetta Ciambirello: carenza di personale in primo luogo con ricadute negative sulla quasi totalità dei trattamenti volti alla rieducazione destinati ai detenuti. E ne risente anche la sicurezza: mentre passiamo accanto ai locali della MOF (Manutenzione Ordinaria Fabbricati) – dove non mancano oggetti contundenti – sentiamo delle voci; al di là delle porte blindate si trovano dei detenuti che vorremmo salutare: chi guida la delegazione bussa ripetutamente affinché il suo collega apra dall’interno ma dall’interno ci giunge solo la voce di uno dei detenuti che annuncia la momentanea assenza dell’appuntato preposto a vigilarli.

Se sulla carta non sembrerebbe esserci un eccessivo sovraffollamento, in realtà sono poche le celle nelle quali si riescono a garantire 3 metri quadri di superficie calpestabile a persona. Ci sono i letti a castello, e le celle con il doppio dei detenuti (6 anziché 3), le fitte reti metalliche alle finestre, oltre alle sbarre, che limitano l’ingresso della luce e ostacolano la vista.

Oltre alla carenza di agenti (“ci vorrebbero almeno altre 50 unità” ci spiegano) che mette in forse molte attività, i detenuti lamentano principalmente l’assenza di lavoro, gli scarsi colloqui con i loro familiari (solo 126 li effettuano regolarmente), e anche – qualcuno – sull’assenza di ascolto da parte del Magistrato di Sorveglianza. Ma – su questo – ha ragione la comandante Ciambirello quando – prima di cominciare la visita – ci avverte di prender con le pinze le lamentele dei detenuti visto che, combinazione, il Magistrato di Sorveglianza è presente mentre noi visitiamo l’istituto; non abbiamo la fortuna di parlarci – ma è in istituto durante le ore in cui svolgiamo la visita – e sempre a detta della Comandante Ciambriello, -frequenta mensilmente il carcere e non manca di visitare i detenuti nelle celle.

Gli sforzi degli agenti di Polizia Penitenziaria hanno come effetto quello di garantire 8 ore distribuite nell’arco della giornata al di fuori delle celle. Ma anche a Rossano la detenzione attenuta a celle aperte non si attua.

La stessa cosa non si può dire per le persone straniere ristrette nella sezione AS2 dove – a detta di uno dei detenuti – all’esterno delle celle si trascorrono al massimo 3 ore al giorno.  Oltre ad esser guardati a vista e in isolamento, per loro, l’aggiuntiva, illogica e inutilmente afflittiva, impossibilità di avere un telecomando per poter cambiare canale.

Mentre lasciamo l’ultimo braccio dell’ultimo piano dell’ultima sezione dei detenuti “Comuni”, un detenuto che non si era accorto di noi ci richiama da lontano: “Ciao! ci siamo visti a Vibo ad Agosto e a distanza di un mese dalla vostra visita” la mia istanza è stata accolta e sono stato “declassificato”.

Il Partito Radiale porta bene: iscriviti e fatti un regalo per un buon 2017, gli raccomandiamo!

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