Archivi tag: Storia del giornalismo

Le prime riviste femminili

di Maria Elisabetta Curtosi

Quale fu il periodo delle prime riviste femminili? La metà degli anni settanta del’’Ottocento. La più famosa è “Effe” poi ci sono “Donne e politica”, “Compagna”, “Sottosopra”, “Rosa”, “DWF”, “Differenze”, “Vipera”, “Striz”, “Leggere donna”, “Orsa minore”, “Grattacielo”, “Memoria”, “Via Dogana”, “Apirina”, “Fluttuaria”, “Lapis”, “Reti”, “Mediterranea”. Siccome era un periodo di grande effervescenza anche le donne che lavoravano nelle testate giornalistiche danno vita ad un coordinamento, promovendo incontri e convegni che cambieranno il tipo di presenza delle donne all’interno delle redazioni. Ricordiamo che al “Corriere della sera” c’era solo una donna, costretta a firmare con pseudonimi maschili. Il coordinamento si occupava soprattutto dell’organizzazione del lavoro, molto verticali sta che premiavano l’operato maschile, ma trattavano argomenti di politica interna e internazionale. Il sociale era relegato nelle pagine di cronaca e affidato proprio alle giornaliste.

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1870 “Cornelia voleva il divorzio”

di Maria Elisabetta Curtosi

Siamo 1875 circa, quando nasce a Firenze un periodico a direzione femminile: “Cornelia”. L’argomento preferito che trattavano era il divorzio! Un periodo storico ben delineato, si definiscono in un Italia ormai “fatta” ruoli e poteri politici e le figure femminili vengono puntualmente eclissate. Bisognerà arrivare alla seconda guerra mondiale per poter sfogliare un’altra testata politica: “Noi donne” organo di stampa dell’Udi ( Unione donne italiane). Nasce a Roma nel 1944 come foglio clandestino dei gruppi di difesa della donna dell’Italia ancora occupata, come quindicinale dell’Udi, nell’Italia libera. Diventa settimanale solo nel 1946 e , dal1969, è gestito dalla cooperativa “Libera stampa”. Nell’ 1983 annoverava ben 40.000 socie e vende, in alcuni monumenti, anche mezzo milione di copie, soprattutto quando viene utilizzata la vendita militante nel mese di marzo. Questa testata, trasformata poi in mensile, ha avuto come direttrice Mariella Gramaglia e Franca Fossati. Alla sua direzione in passato si sono avvicendate donne come Nadia Spano, Dina Rinaldi, Maria Antonietta Maciocchi (che ha trasformato il giornale in rotocalco), Miriam Mafai, Vania Chiurlotto, Guliana del Pozzo, Anna Maria Guadagni … Una testata che negli anni è riuscita a rimodellarsi rimanendo però collegata a tutto il pensiero femminile: dall’emancipazionismo dei primi anni fino agli interrogativi sul pensiero della differenza di questi ultimi, passando anche attraverso il non facile confronto con il femminismo degli anni Settanta.

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Il mestiere di giornaliste

di Maria Elisabetta Curtosi

Nell’Ottocento per molte il mestiere di giornalista incominciava così a diventare un lavoro non assunto più in modo acritico che le omologava ad un mondo maschile dato come invariabile, ma un modo di reinventare forme e linguaggi capaci anche di dire altro. All’inizio degli anni Ottanta l’editoria, soprattutto quella marginale, subisce un grosso contraccolpo a causa della mancata riforma e dell’aumento dei costi. Molti giornali furono costretti a chiudere. Dall’85, per quasi due anni, su “Paese sera” usciranno due pagine autogestite da una redazione di sole donne. L’esperienza, interna a quella testata, finirà con il cambio delle direzione. La redazione però si cosituì in Associazione e mise in piedi la prima agenzia di informazione su tutto ciò che le donne fanno e dicono: un settimanale, “ Il foglio del paese delle donne”, distribuito in abbonamento ed in libreria. Oggi il problema non è solo quello di aprirsi, come giornaliste – scrive Marina Pivetta nel “Mestiere di giornalista” – come giornaliste, maggiori spazi all’interno delle redazioni, ma è anche quello relativo all’immagine che le donne si ritrovano ad avere attraverso il filtro di un certo tipo di informazione.

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“La donna”: periodico di sole donne.

di Maria Elisabetta Curtosi

Quando si lacerano le trame che reggono gli “status quo” sociali e culturali emergono, nuovi soggetti. Questo accadde anche per l’informazione. Nel periodo del Risorgimento italiano, molto fecondo di riproduzione editoriale, apparve una pubblicazione fuori dal comune: << La donna>>. Era un quindicinale diretto e redatto completamente da sole donne. Inizialmente la pubblicazione uscì a Venezia poi a Padova e per finire a Bologna. Il primo numero è del 1868 e l’ultimo del 1887. Veniva finanziato solo con i proventi delle vendite ed eventuali offerte personali. L’obiettivo era “ l’emancipazione della donna come condizione fondamentale di incivilimento umano, di progresso morale, civile e politico, di riequilibrio sociale, di evoluzione democratica a livello non solo nazionale ma mondiale”. Il direttore  questo periodico fu Gualberta Adelaide Beccari, mazziniana. Secondo il direttore  era importante unire ad un’informazione, quanto più ampia possibile, un severo impegno culturale (letterario, scientifico, artistico e politico); tra le collaboratrice vi erano Malvia Frank di Treviso, Luisa Tosko di Torino e Anna Maria Mozzoni di Milano.

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Avvenimenti nel 1848.

di Maria Elisabetta Curtosi

Qualcuno ha affermato che il 3 luglio 1848 può essere considerato uno dei giorni più importanti per la nascita del giornalismo moderno: nacque, infatti, “Die Presse” fondata da August Zang a Vienna che aveva portato in prima pagina la pubblicità e al piede sempre in prima pagina veniva pubblicato un feuilleton così come viene usato ancora dai nostri quotidiani. Quindi oltre alle dichiarazioni di libertà e al dibattito sulle nuove idee socialiste ed umanitarie ciò che interessava era il tentativo di rendere più leggibile e discorsivo il giornale. Molte furono le difficoltà incontrate nel diffondere le discussioni che che fermentavano nei circoli più intelelttuali del tempo.

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“Scrivete. Perseguitate con la verità i vostri persecutori.”

di Maria ELisabetta Curtosi

Informare per conoscere, capire e migliorare: sventolando per la prima volta la bandiera della verità – così scriveva Gian Pietro testa nel “mestiere del giornalista” – fascicoli in ottava, copertina gialla, questa era la <<Giovane Italia>> di Mazzini, sei quaderni, usciti dal 1832 al 1834.

La rivoluziona aveva aperto un esplorato territorio fino ad allora nella storia della democrazia: “l’uso di strumenti riservati al potere da parte di chi combatteva contro il privilegio dei pochi inaugurando così un processo davvero irreversibile”. Questo strumento così importante era il giornale, appunto. In questo contesto, fine Settecento, si aprì perciò la discussione sul significato filosofico di <<verità>> non in quanto assoluta , ma relativa ai fatti, “brandelli inalienabili della nostra realtà, e come  arma per affrontare altre verità spacciate per assolute e indiscutibili.

Ma voi pochi sublimi animi che solitarj o perseguitati su le antiche sciagure della nostra patria fremete, se i cieli vi contendono di lottar con la forza, perchè almeno non raccontate alla posterità i nostri mali? […]- Se avete le braccia in catene, perchè inceppate da voi stessi anche il vostro intelletto di cui nè i tiranni nè la fortuna, arbitri d’ogni cosa, possono essere arbitri mai? Scrivete. Perseguitate con la verità i vostri persecutori. E poichè non potete opprimerli, mentre vivono, co’ pugnali, opprimeteli almeno con l’obbrobrio per tutti i secoli futuri.

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Il giornalista Giuseppe Mazzini.

di Maria Elisabetta Curtosi

Per mostrare ideali alti ma illustrati con linguaggio e toni aristocratici Mazzini nel divulgare la sua associazione “La Giovane Italia” << fondata al grande scopo di ricostruire l’Italia come nazione di uomini liberi e uguali, unita, indipendente e sovrana>> usò la carta stampata come unico organo di informazione per i comitati che erano nati un po’ ovunque. La Giovane Italia allora fu stampata nella tipografia marsigliese di Barile e Boulouch per due anni; successivamente Mazzini arrivò in Svizzera e qui fece uscire il primo numero della “Jeune Suisse”(primo luglio 1935) bisettimanale in cui si discuteva e si faceva propagandare l’idea europea. Nel 1836 a Parigi esce il mensile “L’Italiano” a cui collaborarono Mazzini e Michele Accursi, qui venne fuori il ruolo del giornale, inteso come controinformazione  a quella propagandistica, del potere. Scrive, infatti << Finora quasi tutte le storie d’Italia e delle altre nazioni non sono che la storia dei grandi re o la storia delle guerre. Ma la storia agricola, industriale, commerciale, legislativa, politica, nazionale, la storia di tute le scienze e di tutte le arti da dieci secoli in qua dove si trova?>>. Ecco il concetto nuovo, diverso e reale che ne scaturì da quell’uomo, inoltre ancora più chiaro fu il discorso fatto direttamente agli operai  nell’ ”Apostolare popolare” (1840-1843 Londra) egli scrive: << L’operaio legge, ha corsi, libri, giornali scritti unicamente per lui, ma in Italia egli manca d’ogni mezzo a istruirsi, riceve ciecamente alcune idee, quasi sempre false, perché gli vengono da uomini interessanti a mantenerlo nell’errore, e vive l’intera vita senza correggerle, senza accrescerle d’una sola, senza avanzar d’un passo sulla via della verità>>. Quale merito, allora dare a Mazzini? Dal punto di vista giornalistico possiamo affermare che ha avuto l’enorme merito di avere rivestito di dignità, di conoscenza l’informazione, e di questa lezione fa fede il nascere di tutta una serie di nuovi giornali in Italia, i quali mostrano di allettare gli interessi di lettori che non siano soltanto intellettuali.

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Illusioni perdute: letteratura e giornalismo.

di Mari Elisabetta Curtosi

<< La differenza tra letteratura e giornalismo? Il giornalismo è illeggibile e la letteratura non è letta. Questo è tutto>>. Come non riconoscere il tono perfido come sempre dello scrittore inglese Oscar Wilde in questo aforisma. Ma cosa vogliono dire le sue parole? Sicuramente il contesto è quello dell’Ottocento dove era diffusa l’opinione ( era la realtà) che il giornalista altro non era che un letterato… fallito, una professione di ripiego forse più lucrosa ma certamente la letteratura era l’unica attività “di penna degna di onore”  così scriveva Honorè de Balzac nelle “Illusioni Perdute” dove evidenziava il contrasto tra le due scelte di vita.

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Chi furono i primi giornalisti?

di Maria Elisabetta Curtosi

Chi furono i primi giornalisti in assoluto? Secondo Gian Pietro Testa forse i “diaristi” babilonesi i quali erano incaricati dai loro re di scrivere, giorno per giorno, i pubblici avvenimenti, dando di essi una versione ben accetta ai “grandi”. Tuttavia nonostante il forte legale che li legava al potere politico del tempo devono essere considerati dei veri e propri giornali perché erano il portavoce e pian piano iniziavano a comparire anche altre notizie di curiosità, di costume e perfino di “nera” –  che poi sarebbero diventati il nucleo portante dei giornali moderni. Esempi erano  gli <<Acta diurna>>dove l’aggettivo qualificativo già di per se anticipa la definizione di giornale. Medesimo spirito ebbero d’altra parte le croniche medievali, di cui le prime tracce abbiamo prima dei Mille (Cronicon Altinate di Venezia), ma che si affermarono con l’avvento dei Comuni. Famosi cronisti furono Dino Compagni e Giovanni Villani, fiorentini. Ma altrettanto importante fu il lavoro di comunicazione svolto dai loro colleghi in tutte le grandi città europee, da Venezia a Milano, da Pisa a Tolosa.

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I grandi giornalisti dell’antichità

di Maria Elisabetta Curtosi

La storia del giornalismo moderno dev’essere datata a cominciare dal diciassettesimo secolo, quando la tecnologia permise la riproduzione, e quindi la pubblicazione, inmolte copie e in breve tempo di uno scritto, esiste un’altra vicenda molto più antica che fa parte dell’avventura umana della conoscenza e della comunicazione. Benetto Croce, nel saggio “Il Giornalismo e la storia della letteratura” ha ricordato che << parecchi scritti, che ora ammiriamo come classici e facciamo studiare nelle scuole, furono nient’altro che giornalismo dei tempi andati: le orazioni di Demostene, di Eschine, di Cicerone o i pamphlets del Courier e le lettere della Sevignè e del Galiani>>. Se invece facciamo riferimento a tempi dell’antica Grecia quando Senofonte nel suo scritto ” l’Anabasi”  raccontava la sfortunata spedizioni di Ciro in Mesopotamia, possiamo affermare con certezza che fu il precursore dei nostri attuali inviati di guerra.Inoltre dobbiamo ricordare Plinio il Giovane, grazia al quale ancora ricordiamo la tragedia di Pompei dove morì lo zio Plino il Vecchio ed infine Tacito considerato da molti l’inventore del più puro linguaggio giornalistico, cioè preciso con pochi aggettivi, crudo. In tutti i grandi giornalisti dell’antichità esiste un comunde denominatore, presente pure nei moderni, l’agiografia, che è poi madre della censura, a dimostrazione che il rapporto giornalismo-potere è stretto anche se teoricamente inconciliabile non tanto con la verità dei fatti, che è un valore così poco consistente, quanto con l’obiettività.

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