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Una proposta (indecente) per la #scuola

Scuola pubblica statale
Armando Massarenti (@Massarenti24) con la filosofia minima vorrebbe rivoluzionare la scuola con una proposta: mandare i ricercatori che non si riesce ad assumere come tali, ad insegnare nelle scuole (al posto dei tanti docenti altrettanto precari, ndr).

“I problemi della scuola”, sostiene il Massarenti nel Domenicale de Il Sole 24 Ore di cui è responsabile, “sono immensi, ma a ben vedere uno dei principali riguarda la valorizzazione del merito tra il personale docente e la possibilità di immettere forze nuove, competenti, innovative, al passo coi tempi”. Per cui, la soluzione, per il Massarenti, è valida sia per i ricercatori cui si regalerebbe, così, la possibilità di entrare nella scuola, sia per il mondo della scuola, dove si immetterebbero “forze nuove al passo coi tempi”.

E, nel suo candido ragionamento, il giornalista, si smarca anche da quella che considera l’obiezione principale che, sempre a suo dire, si potrebbe opporre alla sua proposta: chi ha insegnato loro ad insegnare? Questa, sostiene il giornalista, “è una carenza endemica del sistema. Ben pochi all’università si preoccupano degli aspetti didattici”.

Così dicendo, però, il giornalista dimostrata di non conoscere affatto il tema di cui parla. I docenti che insegnano nelle scuole statali italiane di ogni ordine e grado, hanno tutti dovuto superare un concorso di abilitazione all’insegnamento, l’hanno superarlo e spesso hanno fatto, per anni, servizio come precari. Anziché assumere i docenti precari da anni, anziché predisporre adeguati piani di aggiornamento del personale docente e anziché adeguare gli stipendi dei prof a quelli della media europea dei loro colleghi, per dare energie nuove alla scuola, si propone di buttare nell’insegnamento persone sicuramente preparate ma che per anni hanno fatto ben altro. Per la scuola pubblica statale, in Italia, dovrebbero essere investite risorse ingenti, e la stessa cosa dovrebbe farsi nella ricerca e nell’università per evitare che i migliori cervelli continuino ad andare all’estero per poter fare ricerca. Assumere ricercatori precari al posto dei docenti precari, sarebbe solo mischiare, ancora una volta, le carte per non risolvere il problema della scuola italiana.

Alla proposta del Massarenti rispondo, perciò, con una frase che, agli inizi della mia carriera, sentii da un buon preside: “professore”, mi disse, “un bravo docente lo si valuta non perché conosce bene la matematica, ma perché nel conoscerla, quel matematico è in grado di creare una relazione educativa coi ragazzi per farsi ascoltare, spiegargli gli alfabeti della disciplina e insegnargli ad imparare da soli”.

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Istruzione, Maria Chiara Carrozza ridia dignità alla Scuola Pubblica Statale

di Giuseppe Candido

Investire sulla conoscenza significa investire sul futuro. Sono le parole rilasciate a Flavia Amabile, giornalista de La Stampa, da Maria Chiara Carrozza, neo Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Docente e ricercatrice di bioingegneria industriale e bio-robotica presso la Scuola Superiore S’Anna di Pisa dove è stata rettrice per due mandati. E dal quale si è subito dimessa dopo esser stata eletta in Toscana capolista col PD. Oltre al curricolo neanche lontanamente paragonabile con quello di precedenti ministri, il Ministro Carrozza ispira fiducia ai docenti. Almeno a uno, il sottoscritto. E questo perché, sempre nell’intervista alla Stampa, tra le righe delle sue risposte oltre a parlare dei docenti non come fossero fannulloni cui aumentare d’imperio l’orario di lavoro ma come “nostri ambasciatori” dello Stato e dell’Unità Nazionale, il neo Ministro Maria Chiara Carrozza afferma un’altra grande verità: nella scuola c’è bisogno d’investimenti mirati. E ammette di voler lavorare per capire come e dove spendere meglio i soldi. Già nel 1895 Alfred Marshall, nei Princìpi di Economia, sottolineava come “Nessuna riforma potrebbe condurre ad un aumento più rapido della ricchezza nazionale quanto un miglioramento delle nostre scuole, purché” – aggiungeva – “fosse accompagnato da un generoso sistema di borse di studio, che permettesse al figlio intelligente di un operaio di salire gradualmente da una scuola a quella superiore, finché non avesse ricevuta la migliore istruzione teorica e pratica che i tempi gli possano dare”.La condizione in cui versa la Scuola Statale italiana, quella cioè pubblica e erogata direttamente dallo Stato è sotto gli occhi di tutti: dalla carta per le fotocopie a quella igienica passando per i mai visti computer per ogni aula, per non parlare degli stipendi dei docenti. E per non parlare nemmeno dell’edilizia scolastica: non è più tollerabile mandare i ragazzi (e i docenti) in scuole non sismicamente adeguate e strutturalmente fatiscenti. L’Edilizia scolastica, integrata con le nuove tecnologie fotovoltaiche, reti Wi-Fi, ecc., rappresenterebbe oltretutto una possibilità di rimessa in “moto” di un settore altrimenti destinato a consumare altro suolo.

Leggendo il rapporto OCDE si scopre che, tra i 27 Paesi europei, l’Italia è quello che spende meno e peggio degli altri in investimenti sull’istruzione, l’università e la ricerca.Come evidenziano i dati dei test Ocse Pisa, mentre ad esempio, la Finlandia (Paese leader nelle classifiche Ocse Pisa da oltre dieci anni) spende l’11,6% della propria spesa pubblica, la media europea è dell’10,9%, in Italia spendiamo solo l’8,5% del totale della spesa pubblica. Se il dato lo si rapporta invece al Pil anziché alla spesa, le percentuali sono ancora più tristi: l’Italia spendeva, nel 2009, solo 4,7% del Pil contro il 5,4% che è il valore medio dei Paesi europei. Nel 2012 quel 4,7% si è ancora ridotto al 4,56.

Conseguenza diretta: i neo laureati non trovano lavoro e i “cervelli” migliori scappano all’estero.Negli ultimi dieci anni il nostro Paese, spinto dalla necessità di tagli alla spesa pubblica, ha tristemente disinvestito proprio sulla scuola dimenticando gli insegnamenti di Marshall, di Calamandrei ed è divenuta fanalino di conda anche in termini processo insegnamento-apprendimento. Ministro Carrozza, è certo che i miracoli non li può fare ma ridia dignità alla scuola pubblica statale e ai suoi docenti, tralasciando per una volta quella paritaria.

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“Licealità Classica e Nuovo Umanesimo nel XXI Secolo”

di Maria Elisabetta Curtosi

Aula magna Carlo Diano al Liceo Classico “Michele Morelli” di Vibo Valentia

– 19 /10/2011 –

Ho ricevuto nei giorni scorsi l’invito dal Dirigente Scolastico per essere oggi presente all’Inaugurazione dell’ a. s. 2011/2012; sia per portare la mia testimonianza sia per fare alcune brevi riflessioni sull’importante tema “Licealità classica e Nuovo Umanesimo”.

L’amore e la passione per gli studi classici mi danno tante soddisfazioni, l’ultima in ordine di tempo è stato l’esame di Latino superandolo brillantemente con 30 e lode e soprattutto le congratulazioni del  Professore di lingua e letteratura latina, che mi ha esaminato e mi ha chiesto da quale liceo provenissi.

Ho risposto che ho studiato in quel liceo “M. Morelli” di Vibo Valentia, al che lo stesso prof. Ha avuto parole di apprezzamento per il nostro liceo classico vibonese. Lui pensava che provenissi da uno degli storici licei classici romani.

Congratulazioni al nostro liceo “Morelli” e per questo sento il dovere di ringraziare, pubblicamente  tutti i miei professori.

Sono fiera di aver fatto parte di questo liceo. Chi non ricorda, per esempio, Luigi Bruzzano, padre dell’etnologia; o il poeta Carlo Massinnissa Presterà; per arrivare al grecista latinista Carlo Diano e per restare ai nostri giorni a Giacinto Namia? Tutte personalità illustri che hanno fatto parte del Morelli.

 

Oggi purtroppo la scuola vive un momento particolarmente delicato. Infatti le ultime statistiche dell’Istat sul livello culturale del paese spiegano in maniera incontrovertibile quali sono alcuni veri problemi degli italiani.

Secondo questi dati (l’Italia è in fondo alla classifica dei ventisette Paesi europei per scolarizzazione, rendimento scolastico, investimenti nella pubblica istruzione, consumi culturali delle famiglie, conoscenza delle lingue straniere, ma anche della lingua italiana). Siamo primi per abbandono scolastico, ore trascorse davanti alla televisione e acquisti di telefonini ( Calabria in testa). Altre ricerche provano che il 60% degli italiani non è in grado di leggere e capire un articolo breve ( Calabria in testa) e che gli insegnanti italiani  vogliono cambiare mestiere, sognano di scappare dalla scuola. A rivelarlo è una ricerca di pochi mesi fa condotta dall’Osservatorio sui diritti dei minori.

Questi dati certificano che il sistema scolastico italiano è fallimentare. Vogliamo discutere di chi sia la colpa, se dei pessimi ministri, degli insegnanti o degli studenti,della famiglia, dei sindacati, dei comuni, dei dirigenti scolastici?  Noi siamo controcorrente . Cerchiamo di spiegare perché.

Quello di cui non ha bisogno sono le parole, parole, le tante parole; intanto il bullismo nella scuola spadroneggia ed il vuoto di potere è oramai una voragine.

Le cronache quotidiane sono vere e amare.

Si è voluta una scuola c.d. “ progressista”, avanzata, aperta tanto da fargli perdere i veri connotati: il sostantivo sacrificato agli aggettivi.

Occorrono invece selezione,  indirizzo, valutazioni serie, meritocrazia.

Il tema che apre l’inaugurazione dell’anno scolastico, mi da la possibilità di poter portare qualcosa di  personale, di vissuto prima sui  banchi di questo antico liceo e poi alla “Sapienza” di Roma che è stato determinante: ossia in  concreto il  valore formativo dello studio delle lettere  classiche.

La cosa va sottolineata, perché nella considerazione comune e nelle menti di molti giovani, soprattutto, che si iscrivono al classico, gli studi umanistici passano per essere una simpatica vacanza dalla vita, una vacanza da riempire con i romanzi o i quadri o i film che ci piacciono, e soprattutto con le nostre personali opinioni su tutte queste meraviglie dell’arte, in genere.

Non è così.

L’opportunità che si ha di comprendere, attraverso questi ritratti, in cosa possa consistere il lavoro di un umanista, per esempio. Per realizzare studi del genere occorre un lungo apprendistato, non diverso per natura da quello che è necessario nelle scienze “dure”, un apprendistato che passa attraverso le lingue classiche e la storia o le discipline tecniche come la linguistica ecc.

Ecco, con ciò non si vuole trattare solo l’aspetto informativo e culturale ma soprattutto quello formativo e innovativo: CLASSICI SI MA ANCHE INNOVATIVI.

Il potenziamento della mia personalità, infatti, si è costruito attraverso lo studio, in particolare il latino,il greco, la letteratura ecc…

Sull’inserto del Sole 24 ore di Domenica scorsa, Claudio Giunta si propone di Ripensare l’umanesimo e si chiede se sia il caso di avere meno specialisti e puntare ad avere una cultura più diffusa? Che aspettative dare?

Il dibattito in corso sul ruolo del sapere umanistico oggi deve saper rispondere a delle domande: cosa dobbiamo volere e cosa no. Di sicuro dobbiamo volere l’incremento della cultura diffusa, volgiamo che le persone leggano più libri, e libri migliori, che vedano film decenti, che si interessino al  lavoro scientifico che sta dietro al microcip dei nostri cellulari.

Quindi puntare soprattutto nel settore dell’istruzione e non solo genericamente cultura, perché migliorando l’istruzione di base, è possibile formare cittadini migliori che all’idea di cultura rimangono affezionati anche una volta usciti dalla scuola secondaria. Buona cultura e una coscienza civica diffusa.

Insistiamo  su queste cose, perché solo così la Calabria può migliorare. Ripartendo dai saperi.

E qui l’importanza degli studi classici che sviluppano nello studente l’ambito della riflessione

è lo sviluppo del raziocinio, della capacità logica e dialogica nel senso che si procura con lo studio del latino e del greco come acquisizione di notizie tecniche e particolari ed ancora come assimilazione di concetti e di idee e come coordinamento e comparazione di esse.

Impariamo a nostre spese.

Infatti nell’interpretare i testi classici possiamo trarre un importante beneficio: la precisione e l’importanza del fatto che nulla si  deve trascurare.

Ecco, per finire questo mio breve intervento penso che gli studi classici danno un beneficio totale nel senso di una  formazione di una mentalità speciale che chiamiamo per brevità “classica”.

Ogni periodo storico ha la propria e la scuola calabrese, la scuola vibonese  è lo specchio della società odierna: come una bella addormentata non si sa quando si risveglierà per scoprire le proprie risorse e capacità che non sono seconde a nessuno in Italia.

Non parlo qui per campanilismo, il Petrarca mi viene incontro:  “Dico per ver dir, non per odio altrui o per disprezzo”.

Per questo si può dire che il Liceo, il Liceo classico per quanto mi riguarda non è passato invano!

Siamo convinti che l’attuale dirigente scolastico l’ing. Raffaele Suppa lascerà un’impronta positiva al nostro liceo.

Un augurio a tutti gli studenti e un buon compleanno all’antico e glorioso “Michele Morelli” per il IV secolo di vita.

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Amantea (CS), 29.09.2012 – Assemblea Nazionale della Gilda degli Insegnanti. Intervista a Rino Di Meglio, coordinatore nazionale Gilda degli Insegnanti – FGU

di Giuseppe Candido 1

Dal recupero degli scatti stipendiali alla stabilizzazione dei docenti precari. Quale futuro per la professione docente? L’Assemblea Nazionale della Gilda degli insegnanti si è riunita il 28, 29 e 30 settembre, in Calabria per l’inizio dell’anno scolastico e da qui intraprendere iniziative e proclamare uno sciopero nazionale degli insegnanti e del personale della scuola investendo la direzione nazionale per molte altre iniziative di lotta. Ne parliamo con Rino Di Meglio, coordinatore nazionale del sindacato dei docenti italiani, sempre disponibile.

Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti
Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti

  D: In questo momento di crisi la Gilda degli insegnanti chiede ai docenti italiani di scioperare. Quali le motivazioni di questo sciopero?

 R: Proprio oggi l’assemblea nazionale della Gilda degli Insegnanti ha votato a larghissima maggioranza, mi pare con 496 voti a favore e solamente 6 astenuti (nessuno contrario – ndr), l’idea di cominciare a lavorare per uno sciopero su alcuni argomenti di cui quello centrale è che, lo dico con molta chiarezza, gli insegnanti si sentono presi in giro perché lo scorso 12 giugno ci fu un incontro col Ministro Profumo, ci fu una promessa di un atto d’indirizzo all’ARAN per risolvere la questione del pagamento degli scatti del 2011, abbiamo aspettato inutilmente di settimana in settimana e finora, di concreto, non abbiamo visto nulla perché l’atto di indirizzo non esiste, la convocazione (dei sindacati – ndr) all’ARAN neppure e, siccome la pazienza ha un limite, e noi se va avanti così ci sentiamo in dovere di indire uno sciopero e un’iniziativa di lotta seria.

 D: Perfetto, quindi il recupero degli scatti stipendiali. La vicenda della Regione Lazio e delle caste dei parlamentini regionali che stanno emergendo sta mettendo in mostra come l’autonomia, data senza controlli, può essere un rischio per la spesa. C’è lo stesso rischio nella scuola pubblica?

 R: Si, c’è lo stesso rischio nella scuola sicuramente. Anche nella scuola ci sono dei fondi che sono gestiti direttamente: c’è il fondo d’istituto che è quasi un miliardo di euro l’anno, ci sono i fondi dell’Unione europea che attualmente ammontano a uno stanziamento di 3,8 miliardi da spendere in cinque anni.

 D: I famosi fondi PON nelle regioni del mezzogiorno?

 R: Fra l’altro ci sono i PON; questi sono nelle regioni del Sud tra cui la Calabria. Poi ci sono altri progetti: ne ho visto di fantasiosi anche nel Veneto dove ho visto che viene finanziato addirittura un progetto “frutta”. Si tratta di somme che spesso vengono sperperate e qualche volta c’è anche il sospetto che vengano distribuite in modo non del tutto equo. Anche nella scuola è stata voluta quest’autonomia “spinta” che adesso si vorrebbe addirittura aumentare ancora col ddl così detto Aprea, che è passato in Commissione Affari e Cultura alla Camera dei Deputati, ma in realtà non ci sono controlli efficaci. Fa ridere se si pensa che i revisori dei conti delle scuole sono, in realtà, impiegati dell’amministrazione che si son fatti un corsetto per capire qualche cosa di bilanci. Non è possibile pensare che i soldi dei cittadini, perché son soldi dei cittadini, vengono controllati in questo modo.

 D: Il convegno che il prossimo 5 ottobre la Gilda ha organizzato in occasione della giornata mondiale dell’insegnante ha il titolo “La Governance della Scuola: quale futuro per la professione docente”. Allora la domanda che le rivolgo è proprio questa: qual’è il futuro per la professione docente in Italia?

 R: Penso che l’Italia ha visto molti anni di errori nelle politiche scolastiche, per mancati investimenti. Ma voglio dire una cosa: gli insegnanti in Italia hanno un’antica tradizione di povertà, proprio storica. In questo Paese gli insegnanti non sono mai stati pagati bene, però c’è stato un lungo periodo storico nel quale, almeno, l’insegnante aveva considerazione sociale e rispetto.

Il Presidente della Repubblica, l’altro giorno, inaugurando l’anno scolastico ha fatto un forte appello affinché ci sia rispetto per gli insegnanti. Ma rispetto degli insegnanti devono averlo, anche, i Politici che non possono continuare a scrivere delle norme di legge nelle quali trasformano la scuola in una specie di azienda privata, dove c’è il dirigente che viene trasformato in un così detto manager. Manager, del nulla: perché quando si gestisce denaro pubblico non c’è il manager, ci deve essere un oculato amministratore semmai. E sempre di più, in questo sforzo di rendere le scuole molto simili ai Comuni e alle ASL, succede che la professionalità del docente, della sua stessa autonomia culturale e didattica, ne escano mortificate. Bisogna fare un passo indietro, riflettere su ciò che è avvenuto fino adesso e ripensare a quale debba essere la professione docente, quale debba essere l’autonomia culturale degli insegnanti e riscrivere le norme in modo da garantire un buon servizio di scuola pubblica statale.

 D: Quindi la Gilda degli Insegnanti dà appuntamento il prossimo 5 ottobre a Roma. Un’ultima domanda sul rapporto sindacati governo. Abbiamo notato come, nell’indire il Concorso per docenti il Governo non ha neanche sentito i sindacati. È una novità? Una forzatura?

R: Debbo dire che, anche in questo caso, il rapporto è in degrado. Nel susseguirsi degli ultimi governi abbiamo toccato dei punti molto bassi nelle relazioni sindacali. Sia col governo precedente, Berlusconi (Gelmini per quel che riguarda la scuola), sia quello attuale: il Ministro Profumo è molto latitante, assume delle decisioni importanti come ad esempio quella di bandire un concorso senza sentire il bisogno di ascoltare almeno la voce dei sindacati. Non dico che il sindacato debba decidere le cose perché la decisione spetta alla parte politica; ma l’ascolto verso chi rappresenta gli insegnanti che lavorano nella scuola, mi sarebbe parso doveroso anche per evitare dei grossi errori che possono portare a vanificare il lavoro del Ministro.

 D: Sia più chiaro: quindi un concorso per docenti che, cos’ha di sbagliato in questo caso?

R: (Il bando – ndr) Beh, è illogico rispetto al fatto che, negli ultimi vent’anni, il governo è stato latitante nei concorsi, ha sfruttato il precariato, ha sfruttato i vecchi abilitati, tutta gente che comunque un concorso l’aveva già superato facendosi un’abilitazione, l’ha tenuti a lavorare per anni. Io penso che la soluzione di questo problema, cioè della stabilizzazione di queste decine di migliaia di persone che già lavorano nella scuole, debba essere prioritaria. Va bene l’avvio di un meccanismo concorsuale, che sicuramente è il migliore per la selezione ma il Ministro avrebbe potuto, con più saggezza, procedere ad iniziare i concorsi solo dove vi siano stati gli esaurimenti della graduatoria dei vecchi concorsi. Si poteva procedere in modo più limitato.

 Bene, ringraziamo Rino Di Meglio, sempre disponibile per Abolire la miseria della Calabria, e lo lasciamo tornare all’assemblea che volge a chiudere la sua seconda giornata. Grazie.

1 Responsabile comunicazione – Direttivo provinciale della Gilda degli Insegnanti – Catanzaro

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L’ AUTUNNO CALDO CHE CI ASPETTA: La riflessione controcorrente sulla scuola

di Maria Elisabetta Curtosi

Le ultime statistiche dell’Istat sul livello culturale del Paese spiegano in maniera incontrovertibile quali sono alcuni veri problemi degli italiani.

Secondo questi dati, l’Italia è in fondo alla classifica dei 27 paesi europei per scolarizzazione, rendimento scolastico, investimenti nella pubblica istruzione, consumi culturali delle famiglie, conoscenza delle lingue straniere, ma anche della lingua italiana.

A rivelarlo è una ricerca condotta dall’Osservatorio sui diritti dei minori.

La responsabilità è soprattutto della politica . “ Una sintomatologia preoccupante – dichiarava tempo addietro Antonio Marziale-  presidente dell’Osservatorio, perché la scuola dà segni di stanchezza in una epoca che vede una ascesa senza precedenti della devianza minorile e ciò è grave. L’istituzione scolastica più della famiglia dovrebbe fungere da riformatore di una coscienza psicosociale equilibrata e sana e invece tocca fare i conti con insegnanti con la testa altrove”.

Questi dati certificano che il sistema scolastico italiano è fallimentare. Vogliamo discutere di chi sia la colpa, se dei pessimi ministri, degli insegnanti o degli studenti, dei sindacati, dei comuni, dei dirigenti scolastici?

Noi siamo controcorrente .

Cerchiamo di spiegare perché.

Per quanto riguarda il livello generale di salute della scuola  è un a dato di fatto inconfutabile che la scuola funziona solo sulla carta, insomma tanta demagogia, solo demagogia con il risultato che la partita è persa dai docenti, studenti e famiglie.

Riflessione piuttosto amara?  Niente affatto! La scuola  è davvero malata ed ha bisogno di un vero medico.

Quello di cui non ha bisogno sono le parole, parole, le tante parole; intanto il bullismo nella scuola spadroneggia ed il vuoto di potere è oramai una voragine. Le cronache quotidiane sono vere e amare. Si è voluta una scuola c.d. “ progressista”, avanzata, aperta tanto da fargli perdere i veri connotati: il sostantivo sacrificato agli aggettivi.

Occorre invece selezione, indirizzo, valutazioni serie, meritocrazia.

A tirare il freno a mano poi  ci sono anche le significative debolezze degli assetti organizzativi e le carenze di risorse materiali ed immateriali  disponibili oltre ad una  certa mentalità dirigenziale bigotta e codina.  A dirlo, oltre che il sondaggio dell’Osservatorio sui diritti dei minori, sono anche  i docenti e gli alunni  ed i dati sconfortanti in termini di efficacia, efficienza e trasparente attività di questo settore. Il punto più critico è la gestione del personale, insufficiente e con pochi mezzi e senza un programma di formazione. Il personale effettivamente in servizio ha subito un decremento di diverse unità e molti di quelli che “ eroicamente” fanno il proprio dovere sono devono sopportare delle ingiustizie.

Vi è anche una forte mancanza di interesse, in particolare dei giovani, alla conoscenza per esempio dell’arte per suscitare davvero interesse, senso di responsabilità nei confronti del patrimonio culturale o magari per iniziative di promozione e di informazione semplicemente e puramente perché è un terreno questo che la scuola non ha preparato. Si dovrebbe almeno sapere se è forte la voglia dei genitori e degli studenti  di partecipare alle decisioni che interessano la vita della scuola  a condizione che   non predomina nessun diritto di veto, ma la possibilità di vedere dove si va, insomma di giocare a carte scoperte.

E’ venuto il tempo che i cittadini si prendano cura in prima persona del destino delle scuole dei propri figli. Ma i cittadini lo considerano davvero un problema. Stando ai dati non è avvertito dalla opinione pubblica neppure fra i primi problemi, quella della istruzione.

Occorre informare preventivamente ed a consuntivo il discente sia nella valutazione che sugli obiettivi della struttura, oltre evidentemente a quelli istituzionali assegnati.  Un quadro di obiettivi ed impegni credibili, benchè diluiti nel tempo se necessario. Occorre chiarezza sull’assetto strategico. Qualcuno dovrà dire loro se sono una parte della ”azienda” scuola (che brutta parola!) che partecipa attivamente alle scelte  per il miglioramento degli alunni  o una semplice parte sussidiaria, inserita in un contesto e basta infine i soldi della produttività  per i piani di lavoro. Vi sono poi “disagi” atavici che sono quelli di non riuscire a lasciarsi alle spalle un passato di politici ingombranti che hanno fatto di tutto per non farla camminare con le proprie gambe. Occorre ancora pensare alle  cineteche e servono  infine nuove assunzioni e forti e massicce riqualificazioni del personale .

E’ mia convinzione che, comunque vada la riforma della scuola, i docenti e i discenti italiani abbiano già perso. Che la riforma della scuola non sia uno scherzo lo hanno dimostrato le manifestazioni di piazza e le resistenze interne della categoria che vogliono vedere armonizzate le loro prestazioni, sapendo che all’interno di questa categoria esistono stratificazioni, sacche di privilegio. Nel xx secolo la scolarizzazione di massa è stato un obiettivo politico- sociale di grande rilevanza, ma forse si è perso la sfida della qualità perché la organizzazione e la natura della scuola è rimasta la stessa. Non nascondo la mia antipatia per la riforma dell’ex ministro Moratti e per la Gelmini, ma ha ragione Ernesto Galli Della Loggia quando dice dalle pagine del “ Corriere”  che <<sotto accusa sono i dirigenti locali di destra o di sinistra(..) sotto accusa sono gli intellettuali  meridionali con il loro assordante silenzio…che invece di portare avanti istanze di critica e di cambiamento, rimangono vittime del loro silenzio>>.

In un certo senso Galli Della Loggia  a proposito di politiche scolastiche del Sud sottolinea un vecchio vizio degli intellettuali del Sud e cioè quello “sulle condizioni del  a fingere una normalità da cui invece è sempre più lontano”. “ Protesta perbenistico-sciovinista” la definisce l’editorialista del “ Corriere”. Ed ha ragione.

Lo studio o meglio il sistema studio  è impegno, sacrificio, rigore, rispetto di regole. Non basta dire autonomia, valutazione qualitativa dei risultati quando in certe classi sono in trenta ed in altre solo in sette! Occorre modernizzare i sistemi formativi, aprire le scuole calabresi a tutti quegli ambiti culturali che devono essere presenti nel sistema degli studi.

Infine, ai fini dell’innalzamento della qualità delle nostre scuole, la possibilità di selezionare gli insegnanti in un Piano dell’offerta formativa che corrisponda all’istituto oltre che una retribuzione anche differenziata in base al merito ed alla qualità e quantità di lavoro. Ogni periodo storico ha la propria e la scuola calabrese, la scuola vibonese  è lo specchio della società odierna: come una bella addormentata non si sa quando si risveglierà per scoprire le proprie risorse e capacità che non sono seconde a nessuno in Italia.

C’è da dolersene? Da scandalizzare? Si quando vedo ragazzi e ragazze che  non hanno diritto alla casa dello studente o al borsa di studio solo perché i propri genitori lavoratori dipendenti o pensionati che pagano le tasse regolarmente vengono penalizzati rispetto a chi dichiara falsamente.

 

Finchè non avremo diviso equamente le risorse non solo del mondo ma del nostro Paese non vi sarà giustizia e senza giustizia, scriveva Willy Brandt, non vi è pace e senza pace non vi sarà libertà in nessuna parte del mondo.

 

Maria Elisabetta Curtosi

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L’esempio di Antonino Anile per i giovani

Cittadino onesto, generoso, cattolico, colto e assai leale”

L’esempio di Antonino Anile per i giovani

Errammo in politica, perché errammo nella scuola, ed oggi noi abbiamo l’ambizione di riparare a questo errore fronteggiando la concezione esclusivamente utilitaria che domina il contrasto delle classi e spinge con livore caino l’una contro l’altra ed agendo in guisa che la vita, mediante la scuola, si consacri e l’uomo si umanizzi un’altra volta”

di Filippo Curtosi

 

Antonino Anile, scienziato, ministro della Pubblica Istruzione “Poeta di Dio” che, nonostante molteplici referenze, a distanza di 140 anni esatti dalla sua nascita, nacque a Pizzo di Calabria il20 novembre l 869, rimane misconosciuto alla sua stessa città natale che avrebbe l’obbligo civile e culturale di rivalutare l’opera di questo figlio illustre di Calabria, anche perché come scrive Nini Rotolo nel suo volume “Omaggio ad Antonino Anile” la ricognizione del suo pensiero e dei suoi molteplici interessi, della dimensione umana e spirituale e della sua sincera vocazione religiosa e poetica, possa favorire il recupero dei valori più autentici e più sani, presenti nella tradizione meridionale”. Non è semplice tracciare in poche righe il profilo della splendida figura di Antonino Anile, un sacerdote laico straordinario che ha vissuto con intensità ogni stagione della sua vita, stando sempre accanto a qualcuno assetato e bisognoso di speranza. Lo farò seguendo tre tempi della sua vita che riassumerei così: il tempo delle azioni ordinarie, il tempo della rivoluzione della cultura,il tempo della carità e del risanamento dello spirito. La prima parte della vita di Antonino Anile è stata segnata dagli studi, prima a Pizzo, poi a Napoli presso il collegio “Vittorio Emanuele II’” dove frequenta le classi ginnasiali, ma è a Monteleone che consegue la maturità presso il liceo “Gaetano Filangeri”.

Il padre, Leoluca, originario di Briatico gli impone di iscriversi alla facoltà di Medicina e Chirurgia a Napoli, lui avrebbe preferito gli studi umanistici. A 24 anni consegue la laurea, rifiuta di fare il medico condotto a Filandari, un paesino del vibonese e segue il prof. Giovanni Antonelli, una autorità internazionale negli studi di Anatomia. Nel1903 è docente in Anatomia descrittiva, qualche anno dopo consegue la cattedra di Anatomia Artistica, prima a Napoli poi a Roma.Viaggia spesso in Italia ed all’estero per tenere conferenze ed anche come inviato de “Il Giornale d’Italia”, conosce Maria Pekle e la sposa. Vivono a Napoli, non hanno figli. Benedetto Croce è tra i suoi migliori amici.

Il 28 aprile del 1908 va a Cessaniti al funerale del suo migliore discepolo, Pasqualino Cefalà per le laudationes funebres e cioè dei discorsi pronunciate alla morte di un personaggio illustre che, come è noto, affondano le loro radici nella cultura latina di età pre letteraria che celebrano coloro che hanno reso grande un paese e Cessaniti era stato uno dei villaggi della città di Briatico, paese nativo di suo padre.

Le laudationes di Cefalà che furono già pubblicati in un volumetto che è ormai da gran tempo introvabile, stampato in Montelene nel 1905 dalla Tipografia Giuseppe Raho, pronunciate davanti alla vecchia chiesa di San Basilio, al termine della processione nella quale venivano esposte pubblicamente le immagines degli antenati. Gli oratori che illustrarono la vita del defunto, ricordandone le qualità morali e intellettuali furono G. Parise, l’abate Giuseppe Gullotta, Giorgio Assisi.

Da Cicerone sappiamo che gli elogi funebri non andavano perduti “perché le famiglie stesse provvedevano a conservarli come documenti e titoli di orgoglio, sia per le memorie delle glorie familiari, sia per lustro alla propria nobiltà”. Nel caso di Pasquale Cefalà non vi è stato alcun processo di manipolazione o alterazione della verità in quanto al di là dei discorsi celebrativi vi sono documenti e testimonianze come quelle di Antonino Anile che oramai appartengono alla storia nobile di Cessaniti.

Antonino Anile” ricorda di Cefalà molte virtù: “ebbi presto occasione di ammirare le doti rarissime dell’ingegno e del cuore. Egli andava oltre la mia lezione e, come io gli facevo intravedere i pericoli di una preparazione superiore alle esigenze degli esami e non in rapporto con le necessità pratiche della professione, egli mi rispondeva che sentiva vivissimo il bisogno di darsi ragione di tutto e di vedere in fondo alle cose. E però non risparmiava fatica e piegava il suo ingegno a sforzi titanici. L’ammirazione mia per lui, continua il Poeta di Dio” fu così viva che diventammo presto amici, ed egli mi ricambiava la stima e l’affetto che avevo per lui con una devozione fraterna. Pasquale Cefalà sentiva vivissimo il disdegno per ogni bassezza, per ogni transazione, per ogni infingimento. Egli precocemente comprese tutta la nobiltà della vita, che rifulgeva per lui del riflesso di tutti i suoi ideali. E quando sovente mi parlava delle lotte meschine che travolgono nei nostri paesi della Calabria le intelligenze migliori e tanto danno recano, egli fremeva di disdegno per la viltà dei più e per la tracotanza dei pochi. Concepiva l’esercizio della professione come un sacerdozio e mi parlava

delle sofferenze che non trovano conforto e del modo come egli avrebbe voluto comportarsi per alleviarle. Aveva il culto della famiglia ed i suoi genitori erano per lui qualche cosa di sacro. Seppi della sua infermità quando già da parecchi giorni giaceva sofferente a letto. Corsi da lui e non seppi

frenarmi dal rivolgergli un rimprovero per non avermi dato prima avviso.

Egli mi rispose: “temevo che per me aveste potuto tralasciare qualche vostra occupazione”. Questa estrema delicatezza, in quelle condizioni, non potette non commuovermi. La sua morte mi parve un sacrificio volontario. Un sacrificio eroico, conclude Antonino Anile, ch’è il trionfo delle qualità più nobili dello spirito umano, uno di quei sacrifici che la storia non registra, ma che non per questo, cessano di essere semplicemente sublimi”.

Antonino Anile testimoniava così la vita ordinaria e semplice del cristiano e del sacerdote laico”, una vita aperta e disponibile a seguire le vie che gli si aprivano davanti.In questo tempo Anile fu soprattutto un educatore dei giovani e per loro aveva elaborato da ministro della Pubblica Istruzione una particolare attenzione per la riforma della scuola che pubblicava in un volume “Lo Stato e la Scuola”. La politica dello Stato era sbagliata, scriveva Anile: “Errammo in politica, perché errammo nella scuola, ed oggi noi abbiamo l’ambizione di riparare a questo errore fronteggiando la concezione esclusivamente utilitaria che domina il contrasto delle classi e spinge con livore caino l’una contro l’altra ed agendo in guisa che la vita, mediante la scuola, si consacri e l’uomo si umanizzi un’altra volta”. Quanto risulta attuale il monito, ieri come oggi, il problema della scuola, della formazione e dell’educazione come problema di civiltà, di riscatto morale e spirituale, al di sopra dei partiti, di credenti o non credenti. Il dibattito, chiosava Anile, tra scuola laica o scuola confessionale non ha ragione di esistere, una scuola laica, che non riesca a scuotere le energie intime cede al paragone con la più restrittiva scuola confessionale; e questa assume tutto il valore di nobile laicismo se sa dire qualche parola che si ripercuota nella profondità dello spirito”.

Quando nel 1919 don Luigi Sturzo lo candida nelle file del Partito Popolare in Calabria spiega le ragioni: “Antonino Anile è cittadino onesto, generoso, cattolico, colto e assai leale”.

Nel 1920 è chiamato a svolgere il congresso nazionale del partito popolare a Napoli ed in quella occasione mette lo Stato di fronte alle sue responsabilità, di fronte al Nord egoista che fa incetta di mezzi finanziari che spettavano al Sud d’Italia, i cui rappresentanti erano asserviti alla politica che favoriva il Nord, tradendo i loro elettori”.

Bisogna conoscere la storia delle promesse mancate, la continua turlupinatura verso di noi, che si è compiuta con la piena acquiescenza dei rappresentanti che finora la Calabria ha avuto. l paesi e le città calabresi vivono in un marasma economico, in uno stato di isolamento se non di sequestro.

Noi paghiamo tributi, come se fossimo una delle province più ricche d’Italia e ci rassegniamo a constatare che il nostro danaro non serve per noi ma magari per la bonifica delle terre intorno a Ferrara. La Calabria è priva ancora di ogni forma di quelle Istituzioni civili nelle quali ormai ogni Stato misura la sua capacità. Contadini ed operai in stato di grave disagio sono costretti a lasciare la Calabria per trovare nelle lontane americhe la soluzioni dei loro problemi. Dai porti di Napoli e di Genova,sospinta nelle stive oscure dei piroscafi come gregge al macello la gente calabrese lascia la propria terra natia, le case, i familiari per iniziare una avventura senza prospettiva di ritorno. Sono emigranti che mantengono i rapporti con la madrepatria e la soccorrono coi loro risparmi.

La Calabria più che ogni altra provincia d’Italia, vive dolorosamente di questo contrasto: gente umile, salda ancora fisicamente, ed una borghesia corrotta e corruttrice che la tiranneggia, coi favori dello Stato, senza pietà. La classe dirigente calabrese, miope che ha ricevuto nei seminari una cultura a senso unico, autoritaria, classista, formalista, arcaicamente retorica, capace soltanto di sollevare la vanità, l’ambizione, la prepotenza, piuttosto che accendere i cuori e le coscienze a nobili ideali di umanità, di giustizia, di dignità e di libertà. Libertà, non contro lo Stato ma nello Stato; non per porre un monopolio ad un altro, ma perché ogni costruzione monopolistica scompaia; libertà di scuola perché generi la libertà nella scuola. Lo Stato liberale ha tradito la sua idea liberale con la sua illiberalità verso la scuola che ha reso alla nazione il maggior danno persistendo nell’errore di credere che esista una educazione esclusivamente razionalistica rivolta ad un determinato scopo politico. Lo Stato ha avuto così una scuola senza anima, con dei funzionari invece che dei maestri. Dobbiamo prepararci ad una scuola dell’avvenire,una scuola di lavoro senza distinzione tra il lavoro della mente, superiore, aristocratico ed il lavoro del braccio, meccanico, inferiore, rude, plebeo”. Quando nel 1926 insieme ad altri deputati popolari dichiara di accettare il manifesto degli “Aventiniani” che in un primo momento erano con don Benedetto Croce per passare poi al regime fascista, Anile lascia la politica e torna agli studi, si dedicò agli altri con il cuore colmo di pietà e di amore. La sofferenza che incontrava ad ogni passo gli affinava l’amore che gli urgeva dentro. Nel nome della Carità di Cristo fu capace di portare un po’ di luce e di speranza dove il buio del dolore e della violenza sembrano lasciare l’uomo senza fiato.

La breve esperienza del fascismo aveva posto le premesse per la terza fase della vita di Antonino Anile, quella che l’avrebbero reso simbolo della carità vissuta e dedita. Erano gli anni difficili della dittatura. Ritorna all’esercizio della medicina che svolge come apostolato impegnandosi alla restaurazione della persona umana a partire dalla sfida del dolore innocente,cioè dove più è viva la lotta tra la disperazione e la speranza, tra l’amore e la solitudine.

Egli era convinto che non bastava assistere il malato, ma che occorreva come dire “restaurarlo” fino a fargli recuperare la fiducia in se stesso. “La malattia del corpo ha la sua origine nello spirito per cui occorre risanare lo spirito mediante la buona volontà e la intelligenza illuminata per restituire all’organismo ammalato lo slancio della vita”. Scrive: “Tutta religiosa è la vita; contemplate l’ordine stellare e vi sentirete unito a quell’ordine, ma, meglio ancora, studiatelo nella struttura foggiatagli dalla scienza astronomica, e troverete, come necessaria conseguenza, che una intelligenza l’abbia creata e viva in quell’ordine. Questa sete, Signore che ho di te saccresce per ciascuna che mi prende bellezza delle cose, ed è bellezza che si rinnova al sole di ora in ora. Sei Tu che mi richiami da ogni squarcio,tra nuvole, di cielo, e quando l’alba fa del mare un roseto e delle sponde la terra guarda a riprodurlo, e quando a sera il vento del tramonto viene ad annunziarmi il comparir degli astri di che vivo sarei se non ti udissi? Il mio cuore siccome la conchiglia per il mare, ha tessuto le sue fibre a farsi un’eco della tua parola. Fa’, Signore, ch’io t’oda appieno e senta in me fluire la tua voce come d’acqua una vena per un campo asciutto”.

Muore il 26 settembre del 1943 a Raiano, vicino Aquila, i suoi resti mortali si trovano nella chiesa Matrice di San Giorgio del suo paese natio Pizzo Calabro, sul lato sinistro della navata centrale della chiesa una lastra di marmo bianco ricorda “IL POETA DI DIO”.

Il mondo che viviamo ha urgente e patente bisogno di essere partigiani per la giustizia, la pace ed il bene comune; occorre lottare senza se e senza ma per l’amore puro che cerca la gioia dell’altro e per la dignità dell’essere umano e bisogna farlo con coraggio e fiducia.

 

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Precari in rivolta e il libro verde della scuola calabrese

di Giuseppe Candido

“I tagli all’istruzione (di scuole, di classi, di posti di lavoro, di finanziamenti per il normale svolgimento delle attività) pur iniziati anche con governi precedenti hanno raggiunto oggi – spiega Rino Di Meglio, segretario nazionale della Gilda – un punto che non esitiamo a definire scandaloso”. Sono saliti sui tetti. Sono andati in piazza, con studenti e genitori. Si sono persino incatenati. Adesso, la nuova frontiera della protesta dei precari nella scuola, alle prese con la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro, è lo sciopero della fame. I primi a varcarla sono stati tre insegnanti palermitani. Ma la mobilitazione a colpi di digiuno si sta diffondendo in tutta Italia tra i precari della scuola che si preparano a un anno di disoccupazione annunciata. “La scuola pubblica è alla frutta e i precari della scuola alla fame” dice la scritta sullo striscione sotto Montecitorio dove sono accampati alcuni precari che, per quest’anno, rischiano di non vedersi riconfermato l’incarico annuale. Affamati di cultura, senza cibo i precari della scuola, da Palermo a Roma alla Lombardia, protestano per i tagli in tutta Italia. “Il ministro deve venire a spiegarci cosa c’è di positivo in questa riforma”. “Il più grande licenziamento di massa della storia italiana” tuona Bersani dalla Festa del Pd. Non c’è dubbio sul fatto che la scuola italiana abbia bisogno di riforme serie che la rendano più efficiente e più efficace di come è attualmente ma, quello che oggi si contesta sono i tagli effettuati dalla legge 133. Però per il Ministro della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini va tutto bene, non ci sono tagli, nella sua conferenza stampa annuncia una “riforma epocale” e spiega perché non ci sarebbero stati tagli. E che non incontrerà nessun precario: “Adesso non li incontro – ha spiegato ai cronisti che le rivolgono questa specifica domanda – per il semplice motivo che stiamo perfezionando degli accordi”. I più di 20.000 precari che quest’anno non troveranno posto sono, per il Ministro, semplicemente il frutto di politiche scellerate dei governi precedenti e non già persone che prima hanno retto la scuola per anni sulle loro spalle ed ora sono sdraiati in tutt’Italia sotto gli uffici scolastici. “Protestano senza essere stati ancora esclusi.
Una protesta che rispetto, legittima, ma non motivata. Non si tratta di persone licenziate. Presumono di non avere il posto di lavoro ma il ministero non ha ancora completato le operazioni. Dobbiamo vedere – ha proseguito il Ministro – quanto precari risponderanno positivamente agli accordi con le Regioni. Se preferiscono l’indennità di disoccupazione…”. Ma dal maestro unico in poi passando per i posti di sostegno “inutili” e l’aumento del numero di alunni per classe, nella scuola di tagli ce ne sono stati eccome. Parecchie persone che conosco personalmente e che prima vi lavoravano ogni anno oggi sono rimaste a casa. Per accorgersene basta farsi un giro nelle scuole e sondare l’aria che tira. “Quest’anno non so come fare – ci dice la preside di una scuola media calabrese che preferisce mantenere l’anonimato – negli uffici amministrativi erano in 5, con i tagli ora sono tre”. E anche sui collaboratori scolastici il problema c’è: “dovremo organizzarci e andare avanti lo stesso”. Ma se lo Stato taglia cerca di girare la spesa alle Regioni e, per la Calabria, è stato approvato, su proposta dell’Assessore alla cultura e alla pubblica istruzione Caligiuri, il “Libro Verde della scuola in Calabria”. Un protocollo d’intesa tra la Giunta regionale e il Ministero della Pubblica Istruzione che prevede “un programma di innovazione per l’azione amministrativa”. In altre parole, ha spiegato Caligiuri, è stato avviato “un dibattito fra tutti i soggetti che operano nel mondo della scuola, per individuare le linee di sviluppo dell’Istruzione nella nostra regione”. Secondo il neo assessore all’Istruzione “partendo da un’attenta analisi dell’esistente, abbiamo individuato obiettivi ambiziosi e sfide strategiche nelle quali poter coinvolgere tutti gli attori interessati alla realizzazione di una scuola con standard europei”. “Uno strumento di programmazione e di rinnovamento della scuola – ha aggiunto il Presidente Scopelliti – sulla base del modello di documento proposto dall’Unione europea, che affronta il tema centrale della società calabrese, la formazione come investimento produttivo e avvia, nello stesso tempo, un dialogo continuo e dinamico con tutte le componenti sociali ed istituzionali: scuole, amministrazioni locali, docenti, famiglie, studenti”. Per il momento però la prima stesura del documento viene illustrata soltanto ai dirigenti scolastici. Secondo Caligiuri la giunta avrebbe “dimostrato con i fatti che il mondo della scuola è tra le priorità” della nuova amministrazione regionale poiché “convinti che l’investimento in cultura e formazione è un investimento ad alta redditività con ricadute positive sulla crescita economica …”. Buona volontà regionale poco valorizzata dai provvedimenti del Governo nazionale. Poco importa, infatti, se intanto si tagliano i precari: docenti, collaboratori e personale amministrativo. Tanto in Calabria c’è il librone verde.

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