Archivi tag: Emergenza Carceri

Amnistia? No, chi ha sbagliato deve pagare !

di Giuseppe Candido

È questo il bisogno “ruvido” di giustizia, di cui parla oggi Massimo Adinolfi su l’Unità. Pratico, comodo da propagandare sia dalle pagine dei giornali sia nelle aule parlamentari, che si va diffondendo nel Paese ma che porta con sé la triste concezione della pena con mero fine “vendicativo” e perciò assai lontana dalla nostra Costituzione (la più bella del mondo, ma la più disattesa) e dal diritto internazionale. Non può esistere pena se non quella che viene eseguita secondo la legge. Per questo motivo, lo scorso 23 settembre, Marco Pannella, quale presidente del Partito Radicale Nonviolento, e l’Avv. Giuseppe Rossodivita, presidente del comitato Radicale per la Giustizia, Piero Calamandrei, forti della sentenza pilota “Torregiani e altri” che ha condannato l’Italia ed è divenuta definitiva, hanno inviato ben 675 “atti di significazione e di diffida” a tutti i Presidenti dei Tribunali Italiani, ai Procuratori Capo di tutte le Procure Italiane, ai Presidenti degli Uffici GIP di tutti i Tribunali Italiani, ai Direttori delle Carceri italiane, e a tutti gli Uffici di Sorveglianza della Repubblica. Partendo dal contenuto della sentenza pilota della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, le diffide inviate spiegano ai Giudici e ai direttori delle carceri, il perché, attualmente, decine di migliaia di detenuti, sia in esecuzione pena, sia in custodia cautelare, sono sottoposti ad una pena o ad una misura, tecnicamente, illegali.

Dopo il messaggio di Napolitano alle Camere, Marco Pannella che dal 2005 porta avanti questa battaglia, da Potenza coi suoi compagni rilancia ancora una volta la lotta non violenta per l’amnistia con uno sciopero totale della fame e della sete.

Ma sembra invece che solo la parola “amnistia” pronunciata dal Presidente provochi, in alcune forze politiche, gli istinti giustizialisti più reconditi da morale un po’ reazionaria. Per costoro non c’è sovraffollamento delle carceri, non c’è trattamento inumano o tortura che valga quel discorso di Napolitano. Quello che stupisce non è certo la posizione da sempre forcaiola della Lega. Quello che invece stupisce è la posizione del M5S espressa prima ancora che il Presidente inviasse il messaggio alle Camere, dai deputati grillini della Commissione Giustizia e pubblicato lo scorso 2 ottobre dal Tempo col titolo “Basta malapolitica, servono galere a cinque stelle”.

Non sentendomi rappresentato dalla definizione di “malapolitica”, da ex candidato alla Camera per la lista “Amnistia Giustizia Libertà”, ma anche da simpatizzante un po’ grillino, rispondo ai deputati penta-stellati proprio con le parole che Beppe Grillo usò poco tempo addietro: “Marco Pannella” – scriveva sul suo blog nel 2011 – “si sta battendo per una causa giusta, contro le morti in carcere, ogni anno più di 150. Non ci vogliono più carceri,” – sosteneva a furor di blog – “ma meno detenuti”. E aggiungeva: “Va abolita la legge Fini-Giovanardi che criminalizza l’uso della marijuana. I reati amministrativi vanno sanzionati con gli arresti domiciliari e un lavoro di carattere sociale. Inoltre, quando questo sia possibile, gli stranieri, extracomunitari o meno, devono poter scontare la pena nel loro Paese d’origine”.

Oggi invece, quando il suo movimento è in Parlamento e potrebbe fare qualcosa per cessare subito, nei tempi che l’Europa ci impone, quella che è una situazione inumana e degradante, Beppe Grillo tuona: di amnistia non se ne deve neanche parlare. Solo perché, sostiene, potrebbe essere un regalo a Berlusconi. Ma è il Parlamento che dovrebbe decidere su quali reati concedere l’amnistia. Magari partendo proprio da quelli che si vuole depenalizzare perché non destano allarme sociale. Quello di Berlusconi però è davvero un chiodo fisso; non si vuol comprendere o si fa finta di non capire che un provvedimento di amnistia e d’indulto, così come prevede la nostra Costituzione e così come di recente ha ricordato pure il Ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri, sono gli unici in grado, da subito, di far rientrare l’Italia nell’ambito della propria legalità costituzionale e del diritto europeo. Ed evitare le pesanti condanne di risarcimento. I Deputati a 5 Stelle sostengono di aver “studiato e approfondito” bene il problema e che che si sarebbero “accorti” che questa “supposta emergenza carceri è stata provocata dalla stessa politica e dalla stessa burocrazia che la doveva risolvere”. Purtroppo però, l’ha spiegato bene anche il Presidente, la loro proposta di ristrutturazione delle patrie galere sarebbe pronta, proprio come loro stessi affermano, solo alla fine del 2015 e perciò ben oltre il tempo ultimo che l’Europa ci ha concesso per uscire dalla strutturale e sistemica violazione dell’articolo 3 della CEDU. E intanto che facciamo? Deroghiamo i diritti umani? Proseguiamo a violare la convenzione? Ce ne infischiamo della nostra Costituzione? Mentre discutiamo i detenuti intanto sono torturati, si suicidano, le violenze in carcere aumentano e aumentano pure i disagi di chi in carcere ci lavora essendo costretto, quotidianamente, a torturate i propri simili. Senza contare che chi esce da queste galere è peggiore di prima, con buona pace del fine rieducativo della pena che dovrebbe tendere al reinserimento sociale.

Lo scorso 8 gennaio l’Italia è stata condannata con una sentenza definita “pilota” dall’Europa per violazioni dell’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo che vieta trattamenti inumani e degradanti, non occasionali ma addirittura “sistematiche e strutturali”. Il 28 maggio 2013, rigettato il ricorso dell’Italia avverso quella condanna, la stessa è divenuta definitiva. L’Italia deve adeguarsi subito entro il 28 maggio 2014 perché dopo, perdurando le condizioni attuali, anche gli altri ricorsi ora pendenti, assieme ai tanti che si potranno produrre, saranno accolti dalla Corte. Quando Marco Pannella chiede l’amnistia per la Repubblica non lo fa solo per “caritatevole compassione” verso chi quei trattamenti inumani e degradanti li subisce; sopratutto lo fa per chiedere alle Istituzioni, al Parlamento in primis, di far rientrare lo Stato nell’alveo della propria legalità. Casomai la compassione la si ha, dice Pannella, verso uno Stato di Diritto che smette di essere tale.

Oggi che il Presidente Napolitano, nella sua veste più alta, ha inviato alle Camere il messaggio sulle disumane condizioni delle carceri e sulla condizione della giustizia, l’ottavo reso ai sensi dell’articolo 87 della Costituzione in tutta la storia repubblicana, sarebbe proprio il caso di valutarlo con molta attenzione; magari con minore enfasi elettorale, perché se è vero che elettoralmente parlando l’amnistia è poco popolare, è vero ancor di più che è dalla vita del Diritto che scaturisce il diritto alla vita. Non viceversa.

Share

Pannella rilancia la denuncia del Sappe: Carceri calabre stracolme ma senza provveditore regionale

Paradossale, nella terra di ‘ndrangheta in cui le carceri sono stracolme anche di molti affiliati alle cosche, non soltanto carenze nell’organico della polizia penitenziaria ma, addirittura manca il provveditore regionale da 4 anni. Mentre tutti quanti sono impegnati a discutere della decadenza o meno di Berlusconi da Senatore, dei veri problemi della giustizia e delle carceri non ci si preoccupa minimamente. Si trascura da anni una situazione che è gravissima. A denunciarla è il Sappe, il sindacato di polizia penitenziaria, che in Calabria è rappresentata da Donato Capece. A dare l’allarme però non è il TG regionale, ma Marco Pannella durante la conversazione settimanale con Valter Vecellio che legge una nota stampa dello stesso Capece.

Oggi la ‘ndrangheta è considerata e riconosciuta come la più pericolosa organizzazione criminale del mondo, con numerose ramificazioni all’estero, eppure nella regione in cui è nata, sviluppata e ramificata, la Calabria, nelle cui carceri molti delinquenti sono affiliati ad essa, il ministero della Giustizia e il Dap in quattro anni non hanno ancora nominato il provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria, che deve coordinare le politiche della sicurezza nelle 13 carceri calabresi nelle quali oggi sono detenuti più di 2.650 persone”. A denunciarlo è Donato Capece, segretario generale del Sappe (Sindacato autonomo di polizia penitenziaria), che spiega: ”Credo che il Guardasigilli, Annamaria Cancellieri, debba porre la questione penitenziaria calabra tra le priorità d’intervento della sua agenda”. ”Nelle carceri calabresi è sempre più emergenza -prosegue il leader del Sappe- da quattro anni manca un provveditore regionale. L’amministrazione penitenziaria, dopo la morte di Paolo Quattrone, non e’ più riuscita a nominare un provveditore in pianta stabile. Continua ad esserci un provveditore in missione, per pochi giorni alla settimana”. ”A Catanzaro -fa notare Capece- c’e’ un nuovo padiglione che non può essere aperto per carenza di personale; nello stesso istituto c’e’ un centro clinico che non può essere utilizzato, sempre per mancanza di personale”. ”A Paola -prosegue il sindacalista- e’ stato aperto un nuovo padiglione detentivo, senza un adeguato incremento di organico. La situazione peggiora sempre di più a Reggio Calabria, soprattutto dopo l’apertura del nuovo istituto di Arghillà, dove, per 150 detenuti sono stati assegnati circa 40 unita’ di personale, dei quali dieci non hanno mai raggiunto la sede. Pertanto, la direzione del vecchio istituto e’ stata costretta ad inviare 28 unita’, depauperando l’organico di una struttura già in gravi difficoltà, a causa, proprio, della carenza di personale e del sovraffollamento che colpisce anche gli istituti di Locri e di Palmi”. ”L’istituto di Crotone e’ sempre parzialmente chiuso – sottolinea ancora Capece – a causa dei lavori di ristrutturazione. A Rossano ci sono 317 detenuti, dei quali 140 appartenenti al circuito alta sicurezza. Bisogna ricordare che in Calabria ci sono circa 900 detenuti appartenenti alla criminalità organizzata che necessitano di maggiori controlli e molti di questi fanno quotidianamente la spola con le aule di giustizia, per i tanti processi ai quali sono sottoposti”. “A Vibo Valentia, poi – denuncia ancora il Sappe – mancano più di 30 agenti dalla pianta organica attuale del reparto. Il Sappe auspica pertanto un interessamento diretto del Guardasigilli sulle criticità penitenziarie calabresi, definendo la nomina del provveditore regionale penitenziario e favorendo – conclude la nota stampa di Capece – la revisione delle piante organiche della polizia penitenziaria in Calabria in relazione alle esigenze attuali”.

Una situazione di illegalità flagrante contro cui Marco Pannella digiuna di cibi solidi (e liquidi a giorni alterni) per proporre l’amnistia: l’unico provvedimento, strutturale perché in grado, subito, “di far uscire lo Stato dalla sua flagranza criminale contro i diritti umani e contro lo stato di Diritto”. Il riferimento esplicito è alla recente condanna dell’Europa per sistematica violazione dei diritti umani nelle nostre patrie galere. Ma come della situazione delle carceri calabresi, dell’assenza del provveditore regionale, i cittadini non ne sanno nulla anche di Marco Pannella in sciopero della fame per l’amnistia che pure i ministri Cancellieri e Mauro considerano provvedimento necessario e strutturale.

Share

Carceri e giustizia: esiste ancora un Giudice a Strasburgo!

tortura3
La tortura nelle carceri

Diventa definitiva la Condanna dell’Italia. Succede a Strasburgo: la Corte europea dei Diritti dell’Uomo ha respinto il ricorso presentato dall’Italia avvero alla condanna dello scorso 8 gennaio per violazione dell’art. 3 della Convenzione e conferma che il nostro Paese dovrà, entro un anno, trovare una soluzione al sovraffollamento carcerario che impone alle persone detenute “trattamenti inumani e degradanti”. Il rifgetto della Corte europea riguarda la richiesta del governo italiano per il riesame davanti alla Grande Camera del ricorso Torreggiani, contro il sovraffollamento carcerario.

Ma l’Italia, mentre i ricorsi dei detenuti si moltiplicano, dovrà anche risarcire i detenuti che ne sono stati vittime. Lo hanno detto all’Ansa fonti vicine alla Corte. I giudici di Strasburgo hanno quindi respinto la richiesta del governo italiano per il riesame davanti alla Grande Camera del ricorso Torreggiani contro il sovraffollamento carcerario.

Share

5 Referendum contro il sopruso cementato dal silenzio

di Giuseppe Candido

In questi giorni se n’è parlato a seguito delle dichiarazioni di Berlusconi al comizio di Brescia. Ma anche oggi, proprio come trent’anni fa nel momento del suo arresto, il “caso Tortora” dovrebbe essere, soprattutto, “simbolo e bandiera di un riscatto che non può più tardare”. Domani, martedì 28 maggio 2013, a venticinque anni dalla morte e trenta dall’arresto di Enzo Tortora, una delegazione del “Comitato promotore dei referendum” presieduto da Marco Pannella con il coinvolgimento formale anche della “Lista Pannella”, depositerà presso la Corte di Cassazione altri cinque quesiti referendari “per la giustizia giusta”: Responsabilità civile dei magistrati, separazione delle carriere, custodia cautelare, incarichi extragiudiziali, progressione delle carriere. (altri 5 sono stati presentati nei giorni scorsi su legalizzazione droghe, immigrazione clandestina, 8×1000, finanziamento partiti e divorzio breve)

Come scrisse lo stesso presentatore nell’articolo del 14 marzo del 1984 titolato “Occorreva un Tortora”, anche oggi, quotidianamente, “sentiamo ogni giorno testimonianze agghiaccianti sui soprusi, le infamie, le illegalità che quotidianamente vengono compiute”. E anche oggi, come venticinque anni fa per colpa di una politica impegnata in tutt’altre riforme ad personam, “l’Italia è tutto un’immenso “Muro Lucano”, che”, scriveva Tortora, “eleggerei davvero a capitale di questa Repubblica fondata non più sul lavoro, ma sul sopruso, cementato nel silenzio”. Anche oggi il silenzio dei media che avvolge i nuclei di Shoah attivi presenti nelle carceri del nostro Paese è davvero assordante! Tortora aveva compreso, in quei giorni che da detenuto era candidato al Parlamento europeo, “come persino la verità, quando si tinge di parola “radicale”, diventi sospetta, non più vera, o meno di prima, e oggetto di attacchi velenosi, irresponsabili, abbietti”. Quant’attualità in quelle parole. “Sto attraversando l’intera programmazione di un’Italia incredibile e invivibile, che mai come in questo momento, proprio perché l’ho vista, e la vedo vivere, sento il bisogno, sento l’urgenza di contribuire a cambiare. Cambiare nel profondo, cambiare nelle sue strutture marcite e putrescenti: cambiarla non “contro”, ma per amore della democrazia”. E si domandava se, proprio a questa nostra Repubblica, “occorreva un uomo chiamato Tortora, esibito in catene come un trofeo di caccia, in un osceno carosello televisivo, per destare il Ministro Martinazzoli da un sonno lungo quanto quello di Aligi”. La Giustizia italiana e la sua appendice rappresentata da carceri sovraffollate in maniera inumana e degradante continuano a mostrasi vicende sempre più Kafkiane e dimenticate: “A fare il punto sul problema della giustizia in Italia, mi pare che il caso Tortora si configuri come esemplare”. Scriveva così Leonardo Sciascia aggiungendo, tanto per esser chiari, che usava “il caso Tortora” soltanto per “abbreviazione”. “Potrei anche dire: il caso di numerosi arrestati, insieme a Tortora perché omonimi, di persone indicate dai “pentiti” come camorristi – che mi pare caso, qualitativamente e quantitativamente, anche più grave. Voglio dire che non è soltanto quello della carcerazione preventiva il nodo che viene al pettine, ma anche quello dell’affidabilità conferita ai partiti e del mandato di cattura facile, dello strapotere della magistratura inquirente, del suo essere al riparo da responsabilità”. Ancora oggi ci sono ingiustizie che potrebbero essere vedute da chi queste le commette e anche oggi, come allora sosteneva lo scrittore di Racalmuto, “Un argine bisogna metterlo, un rimedio bisogna trovarlo: a fronte della giungla giudiziaria”. Anche oggi, come allora, il “1984 di Orwell può”, in questo nostro Stato che sembra aver smesso di essere Stato di Diritto, “assumere specie giudiziaria”. Ce ne sono non soltanto “i presentimenti” e “gli avvisi”: oggi ci sono anche le condanne europee della Corte dei Diritti dell’Uomo che mettono l’Italia in condizioni di essere tecnicamente criminale contro i suoi stessi cittadini. E, se non si pone rimedio, “questo Paese sarà veramente finito”. “Il caso Tortora” per Sciascia era allora “l’ennesima occasione per ribadire la gravità della situazione” in cui versava l’amministrazione della giustizia in Italia. “Il tutto”, scriveva Sciascia, “porta a riflettere sui giudici e sui loro errori: bisognerebbe far fare ad ogni magistrato, appena vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere o, meno utopisticamente, “caricarli di responsabilità” (civile) senza togliergli l’indipendenza”. Se la politica non cambia, allora cambiamo noi. Ecco perché servono quei 5 referendum per una Giustizia Giusta: ancora oggi “c’è la manetta facile in un paese dove tutto è diventato facile, tranne l’onestà, tranne il carattere”.

Share

Le carceri in Calabria ed il caso Quintieri

di Francesco Cirillo

 

Carcere a Castrovillari (CS)
Carcere a Castrovillari (CS)

Se c’è un luogo, anzi un non-luogo, del quale non si parla, questo è il carcere. La dimensione carcere, non esiste per chi sta fuori da esso. Il non-luogo carcere è qualcosa che terrorizza e ne fa dimenticare l’ esistenza. Esorcizziamo la morte, la malattia,la disgrazia,esorcizziamo anche il carcere. Facciamo finta che non esistano,che non ci appartengano. Eppure ci appartengono,ci riguardano. Il carcere,così come la malattia,antica quanto l’uomo,è ancora presente nella nostra civiltà moderna. Siamo riusciti a liberarci di un’istituzione come il manicomio,ma non siamo ancora riusciti a liberarci del carcere e dei manicomi giudiziari che sono strutture carcerarie dalle quali difficilmente si esce. Forme di “tortura democratica” che servono a terrorizzare quanti non si attengono alle regole ed alle leggi che questa “civiltà” si è data. Ma le leggi e le regole vengono fatte da chi ci governa, da chi detiene il potere, che naturalmente si è guardata bene dal potervi entrare. Un grande truffatore è difficile che resti per molto tempo ristretto in un carcere, così uno che falsa i bilanci di una società, o un direttore di banca che attua prestiti come un usuraio, o un politico venduto o compratore di voti o appartenente alla mafia alta e ben celata . E’ più facile quindi che finisca in carcere un piccolo delinquente, un ladro di appartamenti, un piccolo spacciatore, o chi ruba energia elettrica, o anche semplicemente in un supermercato. Basta leggere le tipologie di reato dei detenuti in tutta Italia per rendersene conto. La criminalizzazione delle droghe, con la legge Bossi-Fini, che ha eliminato la differenza fra droghe leggere e pesanti e le quantità di droghe detenute perché si possa considerare spaccio piuttosto che uso personale, ha portato in carcere al 30 giugno del 2012 27 mila cittadini italiani e 11.649 cittadini stranieri. Questo vuol dire quasi la metà della popolazione detenuta. E così la legge sull’immigrazione detiene in Italia quasi 4000 persone. Così come la famigerata legge sull’associazione mafiosa, che mette insieme il semplice picciotto con il boss mafioso con 6516 persone .

In Italia la popolazione detenuta supera le 67 mila unità.

In Calabria,al 31 gennaio 2012, i detenuti nei 12 istituti penitenziari sono oltre 3.046, a fronte di una capienza complessiva di 1.875 posti. Di questi, dai dati forniti dal Dipartimento amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia, 55 sono donne e 2.991 uomini. Gli stranieri sono 591. Il sovraffollamento carcerario riguarda tutti gli istituti calabresi ad eccezione di quelli di Crotone (capienza 75, detenuti 15) e Laureana di Borrello (capienza 34, detenuti 30). Diversa la situazione negli altri istituti. A Castrovillari, a fronte di una capienza di 131 posti, sono presenti complessivamente 254 detenuti (24 donne e 230 uomini) dei quali 108 stranieri (il 42,52% del totale, 9 donne e 99 uomini) Gli imputati sono 86 (15 donne e 71 uomini) e 168 i condannati (9 donne e 159 uomini). Al carcere di Siano di Catanzaro, i detenuti sono 592 (68 gli stranieri, l’11,49%) contro una capienza di 354, dei quali 308 imputati e 284 condannati; a Cosenza la capienza è di 209 ma i detenuti sono 336 (58 gli stranieri, il 17,26%), 169 imputati e 167 condannati; a Crotone la capienza è di 75 ma i detenuti sono 15 (2 gli stranieri, il 13,33%), 8 imputati e 7 condannati; a Lamezia ci sono 83 detenuti contro 30 posti (30 stranieri, il 36,14%), di cui 39 imputati e 44 condannati e sta per essere chiuso; a Laureana di Borrello su 34 posti, i detenuti sono 30 (1 straniero, il 3,33%), e tutti e 30 sono condannati; a Locri sono presenti 158 detenuti a fronte di una capienza di 83 (40 gli stranieri, il 25,32%), 74 imputati e 84 condannati; a Palmi i posti sono 140 ma i detenuti 251 (12 stranieri, il 4,78%), 211 imputati e 40 condannati. Ancora, a Paola i reclusi sono 264 su 161 posti (104 stranieri (39,39%), 75 imputati e 189 condannati; a Reggio Calabria i detenuti sono 351 (31 donne e 320 uomini) a fronte di una capienza di 157 (13 donne e 144 uomini), con 24 stranieri (il 6,84%, 4 donne e 20 uomini), e 290 sono gli imputati (19 le donne) e 61 i condannati (12 donne); a Rossano i detenuti presenti sono 351 mentre la capienza è di 233 (gli stranieri sono 83, il 23,56%), cento imputati e 251 condannati; a Vibo Valentia, a fronte di una capienza di 268 posti, i detenuti sono 361 (61 stranieri, il 16,90%), dei quali 162 imputati e 199 condannati. Dei 591 stranieri presenti negli istituti penitenziari calabresi, 306 sono europei (165 di Paesi dell’Unione europea, 18 ex jugoslavi, 75 albanesi e 48 di altri Paesi), 230 africani (53 tunisini, 87 marocchini, 16 algerini, 23 nigeriani e 51 di altri paesi), 32 asiatici (10 del Medio oriente e 22 di altri paesi) e 22 americani (3 dell’America del Nord , 3 del centro e 16 del sud).

 

Enzo Emilio Quintieri
Enzo Emilio Quintieri

Ma soffermiamoci un po’ sul carcere di Paola. Qui c’è un detenuto particolare. Direi un detenuto “politico”. Si tratta di Emilio Quintieri. Ex appartenente ai Vas ( verdi,ambiente e società), da sempre conosciuto per le sue battaglie ambientaliste,contro i tagli di boschi nella zona di Cetraro, contro i rifiuti tossici lasciati nella fabbrica dismessa dell’Emiliana tessile a Cetraro. Fu grazie ad una sua denuncia che la Guardia di Finanza , li trovò nascosti in un piccolo capanno e fu grazie alla sua costanza nel seguire la vicenda che i rifiuti vennero in seguito smaltiti. Ma il suo impegno ambientalista toccò anche la pesca abusiva che con reti pelagiche derivanti ( le cd reti spadare)veniva fatta,partendo proprio dal porto di Cetraro. Per questa sua presa di posizione venne aggredito da quattro malviventi e picchiato selvaggiamente. Da queste denunce ripetute, che coinvolgevano i silenzi su Cetraro, considerato dai più come un paese delle meraviglie, Emilio Quintieri entrò nel mirino delle istituzioni proprio per aver rotto equilibri naturali esistenti in questo paese del tirreno cosentino. Venne quindi arrestato per la prima volta a gennaio del 2010. A seguito di una perquisizione, nella sua abitazione, vennero trovate delle manette, del danaro contante e dei stupefacenti , evidentemente per uso personale. Questo bastò per gettarlo in pasto ai quotidiani regionali come spacciatore o peggio ancora capo di qualche clan mafioso. Nel comunicato stampa fatto dai carabinieri, si immaginò tutta una situazione che poi venne smentita dai fatti,che lo prosciolsero. Per cui, si dimostrò che il danaro contante era stato a lui consegnato dall’Associazione Sportiva Dilettantistica Don Russo Nova Volley Cetraro al fine di essere corrisposta ad una Ditta a titolo di compenso per alcuni lavori svolti di serigrafia. Una restante somma ,invece, erano i proventi di una vincita conseguita dall’imputato tramite acquisto di una schedina della Pallavolo, come attestato dal tagliando di schedina Intralot . Infine le manette. Si trattava di cose in possesso di Quintieri a causa della sua pregressa attività di Guardia Giurata Volontaria.

Ma è proprio questa continua persecuzione nei suoi confronti che spinge Emilio Quintieri ad interessarsi di problemi legati alla giustizia ed al carcere. Apre una campagna internazionale a favore di un detenuto cetrarese, in carcere nonostante una malattia tumorale in corso.

Si trattava di Alessandro Cataldo arrestato nell’ambito di una inchiesta sul traffico di droga nella costa tirrenica. Se non fosse stato per l’impegno di Quintieri che fece fare un’interrogazione parlamentare alla Ministro Cancellieri, dai deputati radicali, sicuramente il detenuto sarebbe deceduto in carcere o avrebbe commesso qualche pazzia. Quintieri si era mosso dopo aver una richiesta di aiuto da parte dei familiari del detenuto ed una lettera da parte di alcuni compagni di cella dello stesso, preoccupati per il suo stato di salute.

Così risponde all’interrogazione il Ministero della Giustizia:

“Una volta accertato il male, è stata, infatti, richiesta una visita specialistica ed è stato, altresì, prospettato l’eventuale ricovero presso il reparto oncologico dell’azienda ospedaliera Pugliese – Ciaccio; per di più, attesa la gravità della diagnosi e le possibili ripercussioni psicologiche sul malato, si è ritenuto di sottoporlo a grande sorveglianza sanitaria e, contestualmente, è stato richiesto un adeguato sostegno psicologico. Il Cataldo, peraltro – prosegue il Sottosegretario alla Giustizia Gullo – ha effettuato tutti i trattamenti prescrittigli per la cura della sua patologia tumorale in un centro oncologico specializzato dell’Ospedale di Catanzaro, distante circa 3 chilometri dal penitenziario. Inoltre, a partire dallo scorso mese di maggio e, cioè da quando il predetto detenuto ha iniziato il 1o ciclo di chemioterapia in regime di ricovero, lo stesso si è recato a cadenze regolari presso l’Ospedale di Catanzaro, rispettando il calendario predisposto dal centro. Anche nel penitenziario, ha sempre eseguito i necessari controlli clinico-laboratoristici, con una frequenza pressoché quotidiana. Ciò posto, segnalo che la competente magistratura di sorveglianza ha autorizzato e/o ratificato sia il ricovero, che le visite specialistiche in ospedale del Cataldo, il quale – conclude l’esponente del Governo – in data 23 agosto 2012, a motivo delle gravi condizioni di salute, è stato posto agli arresti domiciliari, con ordinanza del Presidente del Tribunale di Catanzaro “.

Insomma c’è voluta l’interrogazione parlamentare perché a Cataldo venissero concessi gli arresti domiciliari. E così dopo questa battaglia, Quintieri si impegna nel Partito radicale, fino ad esserne candidato nella lista calabrese del partito nelle ultime elezioni politiche. Ed ecco il nuovo arresto. Proprio durante la campagna elettorale.

Se Quintieri fosse stato un grosso politico, o già un deputato, si sarebbero mobilitate tutte le pattuglie dei partiti. Ed invece nessuna solidarietà, nessun comunicato a suo favore, nessun interessamento sulla sua vicenda. Quintieri a sua volta finisce nel tritacarne della giustizia italiana. E questa volta,senza alcuna prova . Bastano le testimonianze di altre persone contro di lui, perché i carabinieri finiscano di nuovo a casa sua e perquisirla, senza trovare nulla però, ma Quintieri viene arrestato lo stesso. Questo è quanto scrive Emilio Quintieri il 16 marzo scorso, in una lettera a me indirizzata:

sono stato raggiunto da una ordinanza custoriale emessa dal GIP del Tribunale di Paola sulla base di dichiarazioni fatte ai carabinieri del nucleo operativo della compagnia di Paola da dei soggetti tossicodipendenti, alcuni dei quali non ho la più pallida idea di chi siano e di dove siano. Contrariamente a quando scrive qualche sciacallo di “giornalista” non esiste null’altro nei miei confronti. Solo queste dichiarazioni tutte simili fra di loro e quindi preconfezionate e non genuine e spontanee oltre che illegali ed inutilizzabili ai fini processuali perché assunte in violazione di quanto prescrive il codice di procedura penale. “

Direttamente , Quintieri si rende conto di quale sia la situazione nelle nostre carceri, e aggiunge ,nella sua lettera:

Mi auguro che il nuovo parlamento metta subito mano a smantellare lo stato di polizia che principalmente nel nostro paese è diventato asfissiante procedendo all’abrogazione della legge Fini-Giovanardi sulle droghe, della legge Bossi-Fini sull’immigrazione e della legge ex Cirielli sulla recidiva, tre leggi criminogene varate dalla maggioranza di centrodestra negli anni passati nell’era Berlusconi. Natuaralmente occorre anche una seria riforma della Giustizia proibendo ai pubblici ministeri l’utilizzo in modo indiscriminato dell’istituto della carcerazione preventiva che oramai ha raggiunto livelli insostenibili ed inaccettabili in tutta la repubblica italiana e che contribuisce ad alimentare il sovraffollamento dei nostro istitui penitenziari già migliaia di volte ritenuti dei veri e propri luoghi di tortura da parte delle istituzioni internazionali. Qui nel carcere di Paola la situazione è disastrosa!

Ora Quintieri continua la sua battaglia nel carcere di Paola , riuscendo a coinvolgere e far aderire tutti i detenuti ad un iniziativa per sensibilizzare l’opinione pubblica ed i politici verso i problemi carcerari.

Comunico che tutta la popolazione detenuta ristretta nella casa circondariale di Paola (Cosenza) ha aderito alla manifestazione nazionale promossa dall’onorevole Marco Pannella, leader del partito radicale, per denunciare ancora una volta la condizione disastrosa in cui versano le carceri della repubblica. Con una nota sottoscritta da 250 detenuti, primo firmatario Emilio Quintieri, è stato comunicato alla direzione del carcere di Paola, al Provveditorato Regionale della Calabria ed al dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che pertanto da lunedì 25 a venerdì 29 marzo 2013 sarà rifiutato il vitto ministeriale giornaliero (colazione,pranzo e cena) chiedendo che lo stesso venga devoluto in beneficienza al convento dei frati minimi di San Francesco di Paola o altro ente che sarà individuato dalla direzione della casa circondariale di Paola e comunicato alla popolazione detenuta,tramite avviso nelle bacheche dei reparti detentivi ( I, II, III, IV e V ). Di quanto sopra ne verrà data notizia anche al sig. Magistrato di Sorveglianza di Cosenza ed al ministro della giustizia per opportuna conoscenza. “

Il deputato Ernesto Magorno ha subito fatto visita ai detenuti, ricevendo per il suo atto di solidarietà le critiche del sindacato della polizia penitenziaria. Il Sappe lo accusa di non aver incontrato i sindacati. Ma la giornata era quella dei detenuti in sciopero della fame e sulle loro condizioni di vita all’interno di questo inferno. Dimostrazione ne è che si continua a morire nelle nostre carceri. E’ di pochi giorni fa la notizia di un nuovo suicidio nel carcere di Siano a Catanzaro. In Calabria,nel 2012, i suicidi sono stati 3, i tentativi 36, gli atti di autolesionismo 167, i decessi per cause naturali 3, i ferimenti 18, le colluttazioni 81. A Catanzaro ci sono stati 2 suicidi e 5 tentativi di suicidio. E’ chiaro a tutti che non si può andare avanti così, che occorre mettere in atto provvedimenti seri e definitivi. Non basta un indulto o un’amnistia. Che ben vengano, ma occorre depenalizzare. Ancora vige il codice fascista Rocco, ancora c’è una visuale del reato tipica di un regime fascista e non certamente democratico. Moltissimi detenuti potrebbero non essere arrestati per reati piccoli e le forme alternative sarebbero molteplici, non solo quelle domiciliari.  

Share

Pannella: Sarò in Calabria perché noi siamo realmente persone d’onore”

In sciopero della fame dal 20 marzo per l’amnistia e lo Stato di diritto

Cinque giorni di lotta nonviolenta per arrivare al cuore dello Stato

Satyagraha significa forza e amore della verità ed è la lotta nonviolenta che Marco Mannella ancora una volta sta conducendo insieme a dirigenti radicali, direttori delle carceri, detenuti e semplici cittadini, tutti convinti dell’urgenza della questione carceri e giustizia del nostro Paese. Ancora uno sciopero della fame? Si, ancora uno, ancora una volta per la drammatica e inumana situazione delle nostre patrie galere. Marco Pannella ha iniziato il 20 marzo il suo sciopero della fame e, dal 24 al 29 marzo, durante la settimana Santa, sarà sciopero della fame collettivo assieme ad altre iniziative di lotta nonviolenta (ciascuno da’ corpo e tempo come può) per trasferire letteralmente la propria energia allo Stato affinché questi possa trovare la forza di rispettare la sua stessa legge. “Cinque giorni di lotta per arrivare al cuore dello Stato”, ha detto Pannella dai microfoni di Radio Carcere. Un lotta nonviolenta collettiva, assieme a direttori delle carceri, detenuti e l’intera comunità penitenziaria, per far conoscere questa drammatica urgenza di cui pure la nuova Presidente della Camera, On.le Laura Boldrini, ha parlato nel suo discorso. Forse anche per sottolineare questa urgenza drammatica, il nuovo Papa degli umili, Papa Francesco, sarà in un carcere minorile per il Venerdì Santo. Perché il carcere è il luogo dove si continua a morire di suicidio: due nell’ultima settimana. A Ivrea, il 22 marzo, Maurizio Alcide che soffriva di problemi psichiatrici e che tra meno di un anno avrebbe finito di scontare la sua pena, si è tolta la vita. Antonio Pagano invece si è tolto la vita lo scorso 26 marzo nel carcere di Opera di Milano: aveva 46 anni. 14 i suicidi dall’inizio del 2013: una mattanza di cui nessuno sembra preoccuparsi. Anche in Calabria, duecento detenuti, quasi l’intera comunità penitenziaria, hanno già aderito alla 5 giorni nonviolenta di Pannella e Radicali dal carcere di Paola (CS) e sono pure loro in sciopero della fame. Dalla Calabria aderisce anche Gennarino De Fazio, segretario generale della UilPe Calabria, perché questa situazione delle carceri “è anche una grossa frustrazione per tutto il personale che nelle carceri ci lavora”. E l’iniziativa sta dilagando su internet in tutti i penitenziari italiani. Ma la vera notizia durante la trasmissione Radio Carcere, la da’ il Dott. Tortorella, segretario generale del SIDIPE, il sindacato dei direttori di istituti penitenziari, che dalla trasmissione di Riccardo Arena, ricorda come siano gli stessi direttori degli istituti penitenziari “a vivere per primi questa drammatica situazione delle carceri in cui lo Stato non può garantire i diritti costituzionali delle persone”. “Viviamo questa situazione con grande angoscia”, ha detto chiaramente, indicando una serie di provvedimenti tra cui l’amnistia e l’indulto, per porre fine a questa vergogna. “Con questa lotta nonviolenta poniamo il problema dell’immediata accoglienza dell’ultimatum che ci ha dato la CEDU”, ha esclamato Pannella. Il tempo corre e, ha aggiunto, “rimangono meno di dieci mesi affinché l’Italia ponga termine alla sistematica e strutturale violazione dei diritti umani”, che la Corte europea ha sanzionato con la sentenza pilota dello scorso 8 gennaio 2013. E l’unico intervento che agirebbe strutturalmente su questa “catacombe del nostro Cesare”, per Marco Pannella è l’amnistia. Poi, nel salutare Gennarino De Fazio in collegamento telefonico dalla Calabria, Marco Pannella ha ribadito che verrà in Calabria a ringraziare gli elettori di Rosarno, Africo, Platì che “c’hanno capito”, per fare un’associazione di scopo per l’amnistia e perché, ha detto, “Noi siamo realmente persone d’onore”.

Marco Pannella, a Bruxelles, in uno dei suoi tanti scioperi della fame
Share

Scrupolosa attenzione alle battaglie di Marco Pannella a tutela delle libertà civili e dei diritti dei cittadini

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ricevuto al Quirinale Marco Pannella. Nel corso dell’incontro l’on. Pannella ha riferito al Presidente Napolitano delle iniziative in corso per affrontare i problemi istituzionali e sociali della giustizia con particolare riferimento alla tutela dei diritti dei detenuti nelle carceri italiane.

Il Capo dello Stato nella lettera inviata all’on. Pannella il 23 giugno scorso, per invitarlo “in nome non solo dell’antica amicizia ma dell’interesse generale, di desistere da forme estreme di protesta di cui colgo il senso di urgenza, ma che possono oggi mettere gravemente a repentaglio la tua salute e integrità fisica”, aveva richiamato “l’attenzione di tutti i soggetti istituzionali responsabili sollecitandoli ad adottare le indispensabili misure amministrative, organizzative e legislative” sulle battaglie di Pannella per una piena affermazione e tutela delle libertà civili e dei diritti dei cittadini. In particolare il Capo dello Stato si era soffermato sulle questioni “del sovraffollamento delle carceri, della condizione dei detenuti e di una giustizia amministrata con scrupolosa attenzione per tutti i valori in giuoco, con serenità e sobrietà di comportamenti”. 

Share

Carceri illegali: “Sciopero della fame per chiedere d’istituire la figura del Garante dei diritti del detenuto”

Carceri illegali: “Sciopero della fame per chiedere d’istituire la figura del Garante dei diritti del detenuto

Lettera aperta di Giuseppe Candido (direttore Abolire la miseria della Calabria, già membro del Comitato nazionale Radicali italiani) al Presidente della Giunta regionale, Giuseppe Scopelliti e al Presidente del Consiglio regionale, Francesco Talarico.

Cari Presidenti delle massime istituzioni calabresi,

le carceri calabresi stanno esplodendo. Anche la capienza tollerabile, già ben oltre quella regolamentare, è stata di gran lunga superata in molti istituti penitenziari della nostra regione. Dopo la denuncia eclatante della dirigente del carcere di Siano, Angela Paravati che, addirittura, con una lettera inviata al Ministro della Giustizia ed alla Procura della Repubblica evidenzia la situazione “insostenibile” ed annuncia lo stop ad ulteriori detenzioni nell’istituto di Catanzaro da lei diretto e dopo l’escalation del sovraffollamento in tutte le carceri della nostra regione che, come Radicali italiani, abbiamo più volte constatato personalmente con visite ispettive e denunciato, in questa situazione di ormai totale illegalità in cui la detenzione, anche nelle carceri calabresi, diviene di fatto costrizione disumana ed anti costituzionale tanto da indurre al suicidio le persone che che malauguratamente v’incappano, mi rivolgo a voi con questa mia lettera per chiedere non solo di prendere urgenti provvedimenti affinché la situazione possa al più presto rientrare ma di prevedere anche, per la nostra regione, l’istituzione della figura del Garante dei detenuti.

Come è noto, la figura fu istituita la prima volta in Svezia, nel 1809, con lo scopo principale di “sorvegliare l’applicazione delle leggi e dei regolamenti da parte dei giudici e degli ufficiali”. Oggi, istituito anche in Italia ma solo a livello regionale, è stato di fatto trasformato in un “organo di controllo della pubblica amministrazione e di difesa del cittadino (compresi gli agenti di polizia penitenziaria) contro ogni abuso”. Anche se non certo sufficiente a risolvere tutti i problemi, il Garante è però una figura che, se fosse presente, potrebbe far emergere anzitempo quelle gravi criticità che oggi divampano invece troppo tardivamente. La nostra regione, all’avanguardia sotto molti altri aspetti umanitari come l’accoglienza degli stranieri, non ha ancora una legge regionale che istituisca il Garante regionale delle persone sottoposte a limitazione della libertà. Istituire il Garante anche per la Regione Calabria sarebbe una riforma di civiltà cui la Calabria non è disabituata e che, a costo zero, consentirebbe di tutelare i diritti di quelle che non sono bestie ma persone. Un sentimento cristiano prima ancora che di semplice tutela del diritto. È quindi con queste ragioni e con questa proposta che mi unisco, simbolicamente per due giorni, alla lotta nonviolenta di Marco Pannella che per le carceri illegali digiuna da oltre tre settimane e a cui anche alcuni detenuti del carcere di Catanzaro stanno dando o hanno già dato corpo. La mia, ovviamente, non vuol essere una protesta contro la situazione illegale delle carceri calabresi bensì, come consuetudine nonviolenta sempre vuole, una proposta precisa di rientro immediato nell’alveo della legalità e di rispetto della dignità umana che mai, anche nei casi di delitti più efferati, lo Stato o le altre istituzioni dovrebbero violare. Una proposta di una legge regionale a costo zero che, personalmente, faccio con una forma di lotta nonviolenta per quanto il mio corpo di diabetico consente: due giorni “simbolici” di rinuncia al cibo  e di contemporanea autoriduzione dell’insulina a partire dalla mezzanotte di oggi, 13 maggio 2011.

***

Marco Pannella è in sciopero della fame dal 20 di aprile perché «l’Italia torni a potere in qualche misura essere considerata una democrazia». Sostieni anche tu la lotta nonviolenta per le carceri illegali di Marco Pannella.

Al link qui sotto l’articolo di Stefania Papaleo su il Quotidiano della Calabria del 13 maggio

qutidiano dc 17052011p12001

[promoslider id=”home” time_delay=”5″ display_nav=”thumb” pause_on_hover=”pause”]

Share

Non dimenticare le Shoah ancora in corso

di Giuseppe Candido

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 30.01.2011

Nella parola Shoah, verbo biblico che significa “catastrofe, disastro”, è insito che quanto accaduto durante la seconda guerra mondiale per opera dei nazisti non ha alcun significato religioso, contrariamente a ciò che, invece, potrebbe richiamare il termine “olocausto”, di sovente usato, e che richiama un’idea di “sacrificio d’espiazione”. La Shoah piuttosto fu vero genocidio, un’azione criminale di una politica criminogena finalizzata, attraverso un complesso e “preordinato insieme di azioni”, alla cancellazione di un gruppo etnico-nazionale, razziale e religioso.

Il termine venne ufficialmente usato per lo sterminio degli ebrei perpetrato dai nazisti, per la prima volta nel 1938 nel corso d’una riunione del Comitato Centrale del Partito Socialista, in riferimento al pogrom della cosiddetta “Notte dei Cristalli”. Oltre sei milioni di ebrei, giovani, vecchi, neonati e adulti, furono trucidati dalla violenza nazista. S’iniziò con la privazione dei diritti civili dei cittadini ebrei; proseguì con la loro espulsione dai territori della Germania sino alla creazione di veri e propri “ghetti” circondati da filo spinato, muri e guardie armate. Poi i massacri delle Einsatzgruppen (squadre incaricate di eliminare ogni oppositore del nazismo nei territori conquistati dell’Ucraina e della Russia). Infine vi fu la deportazione nei campi di sterminio in Polonia dove, dopo un’immediata selezione, gli ebrei venivano o uccisi subito con il gas o inviati nei campi di lavoro e sfruttati fino all’esaurimento delle forze, per essere poi comunque eliminati. Ausmerzen, significa sopprimere. Anche l’eugenetica, tra gli anno ’39 e ’45 durante le guerra mondiale, fu applicata attivamente dai nazisti. A ricordarlo, per il giorno della “memoria” , è Marco Paolini con lo speciale del 26 gennaio. La memoria è giustizia è il titolo dell’editoriale di Ferruccio de Bortoli che, anticipando tutti il 24 gennaio, si dedica alle “virtù del ricordo”. Per ritrovare la nostra “incerta identità italiana” coglie l’occasione del ricordo “per parlare un po’ di noi stessi” e “discutere di quello che stiamo diventando: un Paese smarrito che fatica a ritrovare radici comuni e si appresta a celebrare distrattamente i 150 anni di un’Unità che molti mostrano di disprezzare”. Il direttore del Corriere della Sera nota, anche per il 27 gennaio giorno della Memoria, il rischio “pericoloso” di essere retorici di cadere nella “ritualità dei ricordi”. “Sapere perché non accada più, cittadini consapevoli dei valori universali”, conoscere per deliberare aggiungeremmo pure. Ed anche Ferdinando Sessi e Carlo Saletti con il loro Visitare Auschwitz (Marsilio ed.), ricorda il giornalista, ci mettono in guardia nei confronti di quello che definisce “frettoloso turismo della memoria”. Allora, per evitare ipertrofia della memoria e l’accumulo di lontani ricordi di genocidi per onorare quelle vittime ed insegnare ai giovani ciò che oggi non dovremmo mai ripetere forse è utile accorgersi delle continue violazioni della costituzione e delle leggi internazionali che l’Italia continua a fare mantenendo attivi quei nuclei di “Shoah” che sono ormai diventate le nostre patrie galere e quella che la leader radicale Emma Bonino chiama “La legittimazione normativa delle discriminazioni e del razzismo in Italia”. “Il razzismo” – tuona la Bonino che di diritti e di Stato di Diritto se ne intende – in Italia non è più un’“emergenza”, nel senso che è quotidiano e diffuso da tempo in tutte le aree del paese. Non contribuisce certo” – aggiunge – “a frenare questa deriva, quel processo di legittimazione culturale, politica e sociale del razzismo di cui gli attori pubblici, in particolare le istituzioni, sono i principali protagonisti”. “Il nostro Paese” – si legge in un dossier della memoria sulle accuse all’Italia – “non è nuovo a censure in materia di rispetto dei diritti umani e del principio di non discriminazione, in particolare con riferimento a Rom, Sinti e Camminanti e ai diritti dei migranti”. Un humus utile alla proliferazione di atti e violenze razziste.

Nel novembre del 2007 con una risoluzione adottata il Parlamento europeo ricorda, di fronte alle minacce italiane di espulsione di cittadini rumeni, che “la libertà di circolazione è inviolabile e che le legislazioni nazionali devono rispettare la legislazione comunitaria”.
Il 20 maggio 2008 il Parlamento europeo richiede alla Commissione chiarimenti sulla situazione dei Rom in Italia. Il Commissario Vladirmir Spidla è prudente, ma richiama “gli Stati membri” al dovere di respingere qualsiasi stigmatizzazione dei Rom, affermando che “non dovremmo chiudere gli occhi” di fronte alla discriminazione e all’esclusione subite dai Rom e che la lotta contro i crimini deve essere condotta rispettando i principi dello Stato di diritto. 
Il 10 luglio 2008 il Parlamento europeo, che ha invitato una sua delegazione in Italia, adotta una nuova risoluzione in cui “esorta le autorità italiane ad astenersi dal procedere alla raccolta dell’impronte digitali dei rom” e afferma che “questi atti costituiscono una violazione del divieto di discriminazione diretta e indiretta, previsto in particolare della direttiva 2000/43/CE. 
Tra il 20 e il 26 luglio 2008 è l’Odihr (Ufficio per le Istituzione democratiche e i Diritti umani) dell’Osce, che aveva espresso già la sua preoccupazione a condurre una visita in Italia, ha sanzionato che i provvedimenti sono “sproporzionati, ingiustificati, sotto divieti profili illegittimi e stimolano l’insorgere di xenofobia e razzismo”. Per finire poi alla legge per la regolarizzazione non già di chi lavora onestamente ma soltanto di chi esercita il mestiere di colf o badante. Se sei muratore o raccogli le arance di Rosarno t’arrangi. Se vai in galera magari solo perché migrante e trasformato in clandestino è pure facile che ci si ammazzi per cercare un’uscita da una condizione disumana. È proprio in quell’“indifferenza etica” dove “crescono i pregiudizi”, e (…) “nella perdita dei valori della cittadinanza, scritti mirabilmente nella nostra Costituzione”, che c’è il seme per nuove violenze. Vanno bene i film, i libri e tutto ciò che, facendo conoscere, ci aiuti a ricordare ma, per evitare la retorica del ricordo e la noia della saggistica, ed avere memoria lo stesso di ciò che ha significa Shoah, per vedere in faccia le catastrofi che non dovrebbero mai più ripetersi, talvolta basta dare un’occhiata al marocchino della porta accanto oppure osservare il ghetto penitenziario più vicino a noi.

Share

«Ci sono molte cause per le quali sono pronto a morire, ma nessuna per cui sono pronto ad uccidere.»

Marco Pannella
Marco Pannella

di Giuseppe Candido

Il 2 ottobre, data di nascita del Mahatma Gandhi, venne celebrata per la prima volta la giornata mondiale della Nonviolenza dopo che, il 15 giugno dello stesso anno era stata promossa dall’Assemblea generale dell’Onu.

Quella risoluzione dell’Assemblea chiedeva a tutti i membri delle Nazioni Unite di commemorare il 2 ottobre “in maniera adeguata così da divulgare il messaggio della nonviolenza, anche attraverso l’informazione e la consapevolezza pubblica”.

L’Italia che in questi giorni sta vivendo nuovamente episodi di violenza (dalla statuetta tirata a Berlusconi alla vicenda del Direttore di Libero Bel Pietro passando per il fumogeno scagliato a Bonanni durante la festa del Pd di Torino) avrebbe avuto senz’altro il bisogno, per non dire la necessità, di veder celebrata adeguatamente ma, purtroppo, neanche il servizio pubblico televisivo per cui paghiamo il canone ce ne ha dato memoria. Di quella risoluzione che afferma “la rilevanza universale del principio della nonviolenza” ed “il desiderio di assicurare una cultura di pace, tolleranza, comprensione e nonviolenza” in Italia non se ne parla nemmeno. L’unico che ce la ricorda, ovviamente, è il Partito Radicale (transnazionale nonviolento e transpartito) che per simbolo, oltre 20 anni fa, scelse proprio il volto del Mahatma come suo simbolo identificativo. Pannella lo ha annunciato dai microfoni di Radio Radicale durante lo svolgimento dell’ultimo comitato nazionale del movimento: “Inizierò il mio Satyagraha, ha detto, con uno sciopero della fame, anche per celebrare così, e dar corpo, volto, mano, voce alla solenne  Giornata internazionale della nonviolenza proclamata dall’ONU”. Ma l’obiettivo della sua azione non è celebrativo ma volto alla ricerca della verità su due specifici aspetti. Quello su “Giustizia e carceri italiane”, definite “diretta riproposizione sociale, morale, istituzionale della Shoah”. L’obiettivo dichiarato dal suo sciopero è la “Riproposizione, anche formale, di una orrenda verità letteralmente accecante, totalmente cieca” che per Pannella e i Radicali “Minaccia di essere il prevalere storico di un istinto bestiale, assassino e suicida, nella specie umana”. “Oggi”, spiega Pannella, “in un nuovo contesto planetario, scienza e coscienza ci indicano che torniamo a viverlo come evento incredibile, impossibile; un incubo riuscito, dal quale sembrerebbe impossibile svegliare l’umanità, la comunità internazionale”.

Poi c’è il secondo motivo, non per ordine d’importanza, del “suo” Satyagraha che significa, è utile ricordarlo, amore della verità. Iraq libero come unica alternativa alla guerra che invece si preferì far deflagrare al posto della pace. Pannella non protesta ma propone: “La ricerca della conoscenza su una tremenda, “incredibile” verità storica, nascosta e negata in primo luogo proprio – oggi – nel e dal nostro mondo libero, “occidentale”, “civile”, dei “diritti umani”.

“Accadde, il 18/19 marzo 2003, che Bush e Blair – si legge testualmente nella nota sul sito www.radicali.it – fecero letteralmente scoppiare la guerra sol perché non scoppiassero in Iraq la libertà e la pace; con l’esilio, oramai accettato, da Saddam”.

Oggi, continua Pannella, “dobbiamo ambire, purtroppo – come Nonviolent Radical Party transnational and transparty – ad aiutare per primo Obama, la bandiera, l’onore, il popolo americano a uscire dalla scelta di protrarre l’impero della menzogna bushana, storica, civile, morale, ai danni di tutti i popoli oggi viventi: ai danni in primo luogo di quei repubblicani che l’avevano eletto e che più di altri  – quindi – sono stati vittime di un tradimento blasfemo, che ha provocato e provoca l’eccidio di milioni fra americani e altri popoli”. E per questo non protesta ma proposta: quella di istituire una Commissione di inchiesta sulla verità di quegli eventi si affermi “e ci mondi”.

Share