di Luigi M. Lombardi Satriani
Pubblicato su "Il Quotidiano della Calabria" del 6 dicembre 2011
Ora che De Seta ci ha lasciato il mondo appare più silenzioso. Ci manca la sua voce che ha così lungamente parlato dei “muti della storia”, di quanti non hanno voce, perché è stata loro negata dai detentori del potere, che li ha confinati nella marginalità, nel silenzio, nella dimenticanza. Non è un caso che uno dei documentari di De Seta sia intitolato “I dimenticati”
di Franco Vallone
Era arrivato a San Costantino di Briatico in un assolato pomeriggio d'estate, accompagnato dal suo fidato amico Giuseppe Candido, intellettuale e suo compaesano di Sellia Marina. Lui, il regista siculocalabrese Vittorio De Seta , il mitico maestro del cinema documentaristico, uomo taciturno, schivo e assai riservato ma con gli occhi sempre vispi, attenti, con uno sguardo aperto a 360 gradi, in quella serata da mito di due anni fa avanzava sicuro con passo veloce, salutava cordialmente e velocemente tutti coloro che erano arrivati fin qui per conoscere
di Filippo Curtosi
“La fuga è, dunque, oggi il tema della vita calabrese (…) Ho sentito dire da molti stranieri che è una delle più belle d’Italia. Io non lo so perché l’amo. Ma so che si fugge e si rimpiange la sua pena, si torna e si vuole fuggire, come la casa paterna dove il pane non basta. E una tale fuga il calabrese se la compie anche se sta seduto a un posto, in un ufficio o dietro uno sportello. E’ raro vedere qualcuno che si trovi realmente dove sta. Fisicamente o fantasticamente, la Calabria è oggi in fuga da se stessa. L’Italia meridionale le combatté tutte (le guerre) considerandole un’evasione e una breccia per l’emigrazione …(Continua)Cosi citando Corrado Alvaro da Un treno nel Sud. Il tema: l’emigrazione.
” Eccezionalmente si impiega ancora oggi il lamento funebre in occasione di un equivalente critico della morte, come la partenza per il servizio militare o per la guerra, o per l’America. E anche qui vi sono segni che in un passato relativamente recente l’uso doveva essere molto più diffuso”. Così Ernesto De Martino nel 1958. Luigi M. Lombardi Satriani, sostiene che “anche l’emigrazione, oltre che la guerra ed agli altri eventi è una minaccia perché anch’essa costringe ad un radicale distacco dal proprio paese e recide la continuità emotiva tra gli appartenenti al nucleo familiare e alla parentela, sconvolgendo i quadri di riferimento culturale”. “L’emigrazione -continua l’antropologo calabrese di San Costantino di Briatico- è risposta contro la morte, ma è essa stessa morte, in quanto viaggio, separazione dal noto, rischio della perdita della presenza da controllare anche se essa muta come fenomeno storico nelle sue varie fasi, mete, ritmo, modalità e tempi”.
Thursday, December 8, 2011
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