di Francesco Santopolo

Caro Vittorio, ho iniziato questa lettera il giorno stesso dei tuoi funerali, senza riuscire a concluderla.

Avevo bisogno di uscire dallo smarrimento in cui mi scaraventava un evento difficile da accettare, sebbene ne avessi colto i segni già qualche mese prima, quando venni a trovarti all’ospedale di Soverato.

Il fatto che tu- come facevi sempre- non avessi aperto il quotidiano che ti avevo portato e per due volte hai voluto che fossi io a rispondere al tuo cellulare mi avevano dato il senso di un distacco da te stesso.

Negli ultimi giorni non riuscivo a parlarti perché eri assopito in un silenzio terribile che cominciava a darmi la misura che ti stavamo perdendo e, con te, un mondo di valori con i quali siamo cresciuti.

L’emozione e il senso di privazione mi hanno bloccato e solo ora riprendo un progetto interrotto, per cercare di decifrare l’intensità del nostro rapporto, misurare la tua assenza e tentare, almeno questa volta, di dialogare con te senza dover vincere il pudore dei sentimenti e senza sentirmi fissato dai tuoi occhi che, sebbene stanchi, avevano conservato quella straordinaria capacità di vedere oltre le apparenze e indagare sulla ricchezza umana dei dimenticati e sulla terribile miseria della piccola e grande borghesia consumista.

In questo anno ho rivisto più volte i tuoi film e ho riletto quello che hai scritto o che altri hanno scritto su di te ma, per queste note, preferisco affidarmi molto alla memoria e spero di riuscire a ricordare tutti i tuoi insegnamenti e il significato di un rapporto che non era facile, per alcune sostanziali analogie biografiche e caratteriali.

L’essere entrambi riservati ha reso, qualche volta, difficile il nostro percorso comune.

Avevi preso l’abitudine di rimproverarmi, anche quando credevo di anticipare i tuoi bisogni, e questo mi portava ad impennate di orgoglio. Purtroppo, come tutte le donne e gli uomini feriti, sono permaloso e la ferita che mi provocava la tua disapprovazione mi portava ad isolarmi.

Poi Vera mi disse che questo era il tuo modo di dimostrare stima e affetto e allora ho capito che per te ero il “figlio” docile che si può educare e a cui si può fare acquisire lo sguardo giusto per osservare il mondo.

Conoscerti e frequentarti è stata un’esperienza esaltante e irripetibile che mi porterò dentro e cercherò di trasmettere agli altri quando avrò modo di parlare di te, cosa che mi succede spesso.

La frequentazione quotidiana mi ha consentito di svelare a me stesso il tuo segreto: sei stato un grande uomo di cinema perché sei stato un grande uomo, capace di vivere la propria vicenda umana e la propria esperienza intellettuale con testarda coerenza, consapevole che gli altri possono rispettarci solo se noi diamo prova di avere rispetto di noi stessi e delle nostre idee.

Pochi sono gli intellettuali che hanno vissuto con altrettanta caparbia coerenza.

Mi vengono in mente François Villon, Arthur Rimbaud, Dino Campana, Pier Paolo Pasolini.

Quattro grandi poeti vissuti in tempi diversi ma divorati dalla consapevolezza che il poeta ha, dentro di sé, la luce e deve irradiarla anche quando le tenebre sono più fitte e quando il mondo pensa che le loro rivelazioni costituiscono un pericolo.

François Villon e Pier Paolo Pasolini hanno pagato con una morte violenta, Arthur Rimbaud con l’isolamento, Dino Campana con l’internamento a Castel Pulci.

Tu hai scelto di rifugiarti in una disperata solitudine, fino a diventare un eroe solitario, espressione che Cesare Zavattini ha usato per marcare quella “eccezione” che ha fatto di te il più geniale e onesto uomo di cinema e per questo “separato” da un mondo che si alimenta di finzione, nell’illusione che apparire conti più che essere.

Tu hai voluto essere, fino in fondo, nell’accezione con cui Erich Fromm connotava la sostantivazione di un verbo.

Ci siamo conosciuti tardi ma abbiamo scoperto che i nostri percorsi erano stati guidati da valori comuni e le tue parole mi hanno insegnato a guardare il mondo con occhi diversi.

Ma la nostra storia, come ebbi modo di dirti più volte, partiva da lontano.

Nel 1964 nasceva a Catanzaro la prima esperienza di Cinema d’Essai, riprendendo un’esperienza a fruizione limitata iniziata qualche anno prima da Gianni Amelio, Mimmo Rafele e Rino Zumpano, nell’oratorio di quello straordinario personaggio che fu Don Giorgio Bonapace.

I “Martedì del Supercinema” presero l’avvio con due autori italiani emergenti: Ermanno Olmi e Vittorio De Seta.

Col senno di poi, devo dire che solo una grande sensibilità e una indiscutibile competenza potevano determinare una scelta importante anche per gli altri ragazzi del circolo “Gobetti” che avevano con il cinema un rapporto diverso, rispetto a quel ragazzino che sarebbe, poi, diventato Gianni Amelio.

Gianni Amelio aveva realizzato l’obiettivo di avvicinare i più intonsi compagni di cordata alla narrazione filmica, semplicemente usando il messaggio di due grandi autori.

“Banditi a Orgosolo” ebbe su alcuni di noi un impatto decisivo nel farci scoprire che non c’era solo il cinema di evasione ma che un autore, tra l’altro di origine aristocratica, aveva deciso di fornirci gli strumenti per guardare il mondo dei vinti.

Da allora, con pochi altri, sei diventato uno dei miei punti di riferimento.

“Banditi a Orgosolo”, film bellissimo e terribile, ci ricordava, oltre l’enfasi di un fittizio boom economico, che esistevano gli esclusi e i “dimenticati”.

Pasolini aveva già raccontato l’impatto del “miracolo economico” nelle borgate romane, quel mondo di esclusi che farà da sfondo a quel capolavoro assoluto che è “Diario di un Maestro”.

Franz Fanon aveva svelato il vero volto del colonialismo e tu hai ripreso quel tema con “Lettere dal Sahara” e “Hong Kong”, ogni volta fornendoli di una sguardo diverso, più ricco, più penetrante.

E non perché il tuo mezzo espressivo fosse il cinema (non ne hai mai fatto un uso strumentale) ma perché nel tuo modo di guardare il mondo si fondevano l’antropologo, lo storico, il poeta.

Il cinema era il tuo mezzo espressivo, non meno eversivo e devastante di quello che Pasolini andava facendo con le sue rubriche su rotocalchi a grande diffusione.

Avete, ognuno a suo modo, demolito un mondo vecchio e decrepito ma avete anche evidenziato gli orrori antropologici del sistema di valori che lo andava sostituendo.

“Diario di un maestro” non è stato solo un film staordinario ma anche la denuncia dell’esistenza di una scuola che esclude, seleziona, cancella identità.

Don Milani e la Scuola di Barbiana non erano lontani e Bruno Cirino è riuscito a calarsi nella parte ed essere fedele interprete del tuo pensiero.

Il maestro D’Angelo non era “finto”, come qualche insegnante ipocrita ebbe modo di dire, era, piuttosto, un profeta disarmato ma convinto che la scuola per occuparsi di tutti, deve impegnarsi su quelli che, per condizione sociale, ne sarebbero esclusi.

Anche alle critiche al “Diario” hai risposto come solo Vittorio De Seta avrebbe potuto fare e sono nati i quattro episodi di “Quando la scuola cambia”.

È stato una forma di cinema verità in cui ti sei limitato a riprendere e raccontare didattiche diverse: “La piccola troupe cinematografica- entrata nella scuola senza una programmazione precisa- ha colto ciò che si stava facendo in quel momento” (De Seta, 2009).

Sei entrato nella scuola di Mario Lodi e di Caterina Foschi Pini, per filmare forme didattiche alternative ma il messaggio più forte è venuto da due scuole del sud: l’esclusione nell’esclusione.

In un paese albanese, San Marzano di S. Giuseppe, hai raccontato il lavoro del maestro Carmine De Padova intento a “recuperare” la lingua e la cultura “arbresh” in via di estinzione; a Cutrofiano il percorso difficile e accidentato dei diversamente abili e delle persone, genitori e insegnanti, che se ne occupano.

Pochi di noi conoscevano la tua cinematografia di esordio, precedente a “Banditi a Orgosolo”.

Mi riferisco a quelli che qualcuno ha definito documentari (Farinelli, 2009), e che, in realtà, sono pagine di storia dell’uomo che nessun antropologo e nessuno storico avrebbe saputo rendere con altrettanta efficacia.

I documentari occupano uno spazio temporale che va dal 1955 al 1959 e faranno dire a Martin Scorsese (2009): “Avevo sentito parlare dei documentari come accade per i luoghi leggendari[…] De Seta stesso era una figura leggendaria e misteriosa” .

Leggendario l’autore, leggendari i risultati.

Martin Scorsese, che ha visto i tuoi documentari quarant’anni dopo aver visto “Banditi a Orgosolo”, non poteva non essere sopraffatto dall’inquietudine che coglie chi si rende conto “che quella era l’ultima volta che la vitalità di una cultura incontaminata veniva filmata” (Scorsese, l. c.).

La tecnica di estrazione dello zolfo fu modificata radicalmente e i bambini cessarono di entrare nelle viscere della terra e finì il tempo della “Surfarara”, ma si chiuse anche un capitolo della storia dell’uomo durato millenni e con esso tutto un reticolo di relazioni con la natura e con la fatica.

Il primo documentario è stato “Pasqua in Sicilia”, una pagina importante, con riprese fatte in luoghi diversi: la processione a S. Fratello, la Passione a Delia, la Resurrezione ad Aidone.

Hai ripreso lo stesso tema un anno dopo, arricchendolo di contenuti e immagini straordinari.

Del ’54 sono anche “Lu tempu di li pisci spata” e “Isole di fuoco”.

Verranno ancora “Contadini del mare”, “Parabola d’oro”, “Pescherecci”, “Pastori a Orgosolo”, “Un giorno in Barbagia”, per chiudere questa tua prima esperienza con un capolavoro assoluto che è “I dimenticati”.

In un mondo e in una cultura che cominciavano ad alimentarsi di consumismo- primo retaggio del boom conomico- Alessandria del Carretto ci sembra un paradiso perduto, girato nella “nostra terra”, in un posto lontano dal rampante consumismo che andava esprimendo la propria capacità di contaminazione.

Poi è venuto “Un uomo a metà”, film straordinario che solo Pasolini, Moravia e Mino Argentieri hanno capito e apprezzato fino in fondo.

Avevi ragione a lamentare la latitanza della critica su un film che “regge” bene il tempo, a differenza di altri osannati dalla critica ma che oggi non si lasciano guardare più.

Più volte abbiamo avuto modo di parlarne e ogni volta coglievo la tua dolorosa sorpresa per l’indifferenza/malevolenza dei critici.

Ho rivisto il film in questi giorni è ho pensato che solo il tuo coraggio e la tua determinazione potevano indurti a raccontarti in un film, senza omettere la tua solitudine e le tue angosce.

Solo che lo hai fatto troppo presto.

Negli anni ’60 anche gli artisti più raffinati si presentavano vincenti.

Come potevano capire la “confessione” di un uomo che si dichiara perdente e affida alla psicoanalisi un processo introspettivo devastante?

Pasolini (1999) riassume in due punti le critiche mosse al tuo film.

Alcuni avevano scritto che il film “si distingue per un contenuto povero e poco interessante malgrado le immagini molto belle o «Malgrado il calligrafismo delle immagini»” e altri avevano aggiunto che il “il film di De Seta tratta di un problema vecchio, noioso e ripetuto, cioè un caso di nevrosi” (Pasolini, l. c.).

Letture superficiali ma anche sbagliate perché il tuo cinema non è mai stato calligrafico, a dispetto delle immagini che da sole possono reggere una storia.

“Un uomo a metà” è, prima di tutto, un film “didattico” e la lettura filmica della lezione junghiana, rivisitata atttraverso Bernhardt, è un segno di maturità che dimostra- se mai ce ne fosse bisogno- la tua straordinaria capacità di trasformare le tue “letture” (Salvemini, Dorso, Giustino Fortunato, Gramsci, Tolstoj, i Vangeli) e arricchirle, come solo a te riusciva di fare.

Pasolini aveva scritto che “il personaggio centrale (Michele, n. d. r.) è una tra le figure più belle che si siano viste in questi ultimi tempi sugli schermi” (Pasolini, l. c.).

Perché Pasolini si è espresso in questo modo?

Perché in un cinema che, pur presentando molti “caratteri” umani, ostenta un protagonista “sempre purissimo, [che] non concede mai nulla alla volgarizzazione di sé stesso” (Pasolini, l. c.) tu hai avuto la capacità di raccontarti con un personaggio vero ed è questa l’eresia che non ti è stata perdonata.

C’è un’altra osservazione di Pasolini che mi sento di sottoscrivere integralmente.

“Un uomo a metà” è un fim di poesia nel senso tanto dei “tempi” quanto della bellezza delle immagini.

Nel 1969 ti affidarono la regia e la sceneggiatura de “L’invitata”, tratto da un soggetto di Tonino Guerra e Lucile Laks.

Non era un “tuo” film ma solo un tentativo dell’industria delle immagini di “normalizzare” un eretico.

La tua straordinaria capacità di narrazione filmica non era sfuggita e mettendoti accanto quel mostro di Michel Piccoli e Tonino Guerra, grande poeta e sceneggiatore di Fellini, pensavano di recuperarti all’industria del business.

Hai dribblato con eleganza e sei riuscito a restare te stesso anche lavorando su un soggetto non tuo e, probabilmente, l’industria del cinema capì definitivamente che non si può rendere normale un poeta.

Sei tornato ai tuoi temi, con l’èpos di in “Un carnevale a Venezia”, la festa in cui “la gente scrolla di dosso il peso, l’angoscia della vita quotidiana, cambiando identità, proiettando all’esterno, col travestimento…la parte più misteriosa e inquietante di sé” (De Seta, 2009).

Una grande antropologa, morta tragicamente, aveva scritto che “Il carnevale ha, ancora oggi, con le sue feste e i suoi riti…una funzione oppositoria e liberatoria sia a livello collettivo che individuale” (Rossi, 1977) e ne rintracciava i segni nell’aspetto festivo, inteso come “un periodo rituale, circoscritto nel tempo, durante il quale si forma una comunità metastorica a carattere provvisorio” (Rossi, l. c.) ma anche in un “Aspetto di ribellione alla condizione sociale del gruppo” e in quello “rituale, arcaico, legato nel passato a rituali agricoli di propiziazione del raccolto e di eliminazione del male” (Rossi, l. c.).

Chissà se avevi letto le ricerche antropologiche di Annabella Rossi.

Forse no, ma conoscevi tanto bene Ernesto De Martino e avevi la sensibilità giusta per trovare da solo la strada e raccontare la storia dei poveri che, per un giorno, diventano protagonisti, semplicemente travestendosi da protagonisti.

Verranno ancora un omaggio alla tua terra e il ritorno ai temi dell’emigrazione che avevi già “visitato” nel 1980 con “Hong Kong, città di profughi”.

“In Calabria” segna il tuo commosso omaggio alla terra che avevi adottato, “Lettere dal Sahara” una delle denunce più forti al problema dell’immigrazione che il nostro paese non è ancora attrezzato a gestire.

E quando ho visto Madawass Kebe in chiesa, il giorno del tuo funerale, tutti gli altri sono spariti e sei rimasto solo tu e quel mondo staordinario che hai saputo raccontarci.

Rivedo i tuoi film e mi viene in mente uno dei tanti miti fioriti attorno alla cometa di Halley che passa a una tale distanza dall’orbita della Terra da impedire a nuovi meteoroidi di raggiungerne l’atmosfera.

Le meteore che vediamo non sono altro che le polveri che si sono staccate dalla cometa di Halley negli ultimi 2 millenni.

Il mito cui mi riferisco dice che ad ogni passaggio della cometa, le polveri che si diffondono fanno nascere sulla terra uomini straordinari o poeti, che è, poi, la stessa cosa.

Nel 12 a. C., quella che sarà ricordata come Stella di Betlemme, annuncia la nascita di Cristo.

La cometa passerà ancora nel 1222 e nascerà Dante Alighieri (1265), nel 1301 e nascerà Francesco Petrarca (1304).

Nel 1431 sarà François Villon ad annunciare il passaggio della cometa che passerà ancora nel 1768 e nascerà Ugo Fosolo (1778), nel 1835 e nasceranno Arthur Rimbaud (1854), Gabriele D’Annunzio (1863), Dino Campana (1885), Boris Pasternàk (1890),Vladimir Majakocskj (1893), Sergèj Esenin (1895), Salvatore Quasimodo (1901).

È passata nel 1910 e ci ha regalato Pier Paolo Pasolini (1922) e Vittorio De Seta (1923).

Col prossimo passaggio, atteso per il 2061, la cometa potrebbe decidere che il Terzo Millennio non merita più un poeta, visto che gli uomini non sono più atrezzati a riconoscerlo.

Forse sei stato l’ultimo poeta che ci è stato regalato ma voglio pensare che la tua generosità abbia lasciato le tracce per una contaminazione di cui abbiamo bisogno.

Bibliografia

De Seta, V. (2009), Un carnevale per Venezia, in La fatica delle mani a cura di Mario Capello, Milano, Feltrinelli.

De Seta, V. (2009) Quando la scuola canbia, in La fatica delle mani a cura di

Mario Capello, Milano, Feltrinelli.

Farinelli, G. L., (2009), Un lungo viaggio verso il mondo perduto, in La fatica delle mani a cura di

Mario Capello, Milano, Feltrinelli.

Fofi, G.-Volpi, G. (1999), Vittorio De Seta. Il mondo perduto, Torino, Lindau.

Fromm, E. (1978), Avere o Essere, Milano, Mondadori.

Pasolini, P., P. (1999), Un uomo a metà, sta in Goffredo Fofi e Gianni Volpi (a cura di), Vittorio De seta, il mondo perduto.

Rossi, A.- De Simone, R. (1977), Carnevale si chiamava Vincenzo, Roma, De Luca Editore

Scorsese, M. (2009), Martin Scorsese su Banditi a Orgosolo, in La fatica delle mani a cura di Mario Capello, Milano, Feltrinelli.

Zavattini, C. (2002), Diario cinematografico, Milano. Bompiani.