di Giuseppe Candido*

Chiude la discarica di Alli: è emergenza rifiuti” è titolo che ci dà la notizia come se si trattasse di un castigo divino nei confronti dei calabresi e non già, invece, l’epopea di un disastro annunciato da molti anni e di cui la politica calabrese ha gravi responsabilità. Il tema dei rifiuti e della sua colossale emergenza che in Calabria perdura da oltre tredici anni si interseca, infatti, con quello dei costi della politica e degli sprechi che ad essa sono consentiti sotto quel “camice bianco” dell’emergenza rifiuti che da anni consente la deroga stessa della legalità.

Costata circa 28 miliardi di vecchie lire nel 2001, la discarica di Alli, in Catanzaro, secondo le previsioni progettuali, avrebbe dovuto consentire lo smaltimento dei rifiuti sino al 2018. Invece, a causa di una mai decollata raccolta differenziata “porta a porta” che ha visto scaricare in discarica l’87% dei rifiuti indifferenziati, già nel 2009 l’impianto di Alli era stato considerato saturo e per questo se ne decise l’ampliamento stanziando ulteriori 7 milioni di euro. Ampliamento che, proprio in forza di quel commissariamento che dura da quasi tre lustri ed in deroga alle normative sugli appalti pubblici, si aggiudicò la ditta stessa che da anni gestisce l’impianto: Enerambiente spa.

Ma senza la raccolta differenziata porta a porta uscire dall’emergenza è diventata una missione impossibile: in base al disposto del D.Lgs 152/2006 il piano regionale dei rifiuti della Calabria del 2007 introduceva delle sostanziali novità rispetto al precedente piano di gestione del 2002. In particolare, proprio per quanto riguardava la raccolta differenziata, il piano aveva recepito l’obiettivo, previsto dal suddetto decreto, di raggiungere il valore del 65% al 2012. Tanto per rendersi conto del fallimento di una classe politica ed amministrativa che avrebbe dovuto governare i processi e non lo ha fatto basti ricordare che oggi, in Calabria siamo al 13-14% di raccolta differenziata: tutto il resto viene buttato via tal quale in discarica o va in inceneritore. Di trattamento meccanico biologico neanche se ne parla. Le discariche si riempiono molto prima del previsto, l’emergenza prosegue, si aggrava, e la normativa (sugli appalti) continua ad essere elusa, evitata, non rispettata per tentare di farne rispettare un’altra: quella sui rifiuti. Paradossale. E paradossale è che tutto ciò duri da anni. Non dimentichiamo: l’8 febbraio del 2007, sul Corriere della Sera, la Calabria campeggiò in prima pagina. A fare notizia quella volta fu la relazione del prefetto Ruggiero che, nel dimettersi dal suo ruolo di Commissario delegato per l’emergenza rifiuti in Calabria, parlò di “41 dipendenti fantasma, parcelle ad avvocati amici, bilancio su foglietti”. “Calabria, ambiente e il gioco di 864 milioni” fu il titolo scelto per l’articolo di Gian Antonio Stella che mostrava ai calabresi e agli italiani tutti le “Denunce e le accuse” contenute “nella relazione del commissario Antonio Ruggiero”. Un uomo serio che dimettendosi smascherava il misfatto. Fu il paradigma del fallimento della partitocrazia calabrese nella gestione dei rifiuti. Il giornalista si chiedeva allora se avesse ancora senso analizzare “una situazione amministrativa al confine tra la sciatteria e la criminalità”. Bisognerebbe rileggerle quelle parole prima di dire, ora in Calabria, che è emergenza. L’emergenza qui perdura da tantissimo. In quell’articolo Gianantonio Stella sottolineava come il Prefetto Ruggiero nella sua relazione ricostruiva “la sua esperienza alla guida dell’organismo voluto nel ’97, dopo l’ennesima emergenza”. “Sette capi ha avuto, in una manciata di anni, quel Commissariato. Quattro presidenti regionali e tre prefetti. Con proroghe su proroghe di poteri speciali usati, stando anche all’inchiesta giudiziaria intitolata a «Poseidone», malissimo. Al punto che, tra i numerosi indagati per una serie di reati che vanno dalla truffa aggravata all’abuso d’ufficio, finì anche l’ex governatore Giuseppe Chiaravalloti”. “Come finirà l’iter processuale si vedrà”, scriveva Stella nel 2007. Il processo è ancora in corso e noi, a distanza di tre anni, tocca ripeterlo. Ma quel rapporto del Prefetto Ruggiero, al di là degli aspetti penali, diceva già tutto allora e quanto avvenuto oggi ad Alli non è altro che la diretta conseguenza del perdurare di un’emergenza che, evidentemente, a qualcuno pur conviene. Quanto conviene? “Dal 1998 al 2006”, scriveva ancora Stella, il Commissariato “figura aver avuto entrate complessive per 692 milioni e mezzo di euro e uscite per quasi 645 milioni, tanto che al passaggio di consegne fu detto al nuovo commissario, con una «certificazione da parte della Tesoreria provinciale dello Stato» (sic) che c’era perfino un saldo di cassa di 45 milioni di euro. Una bufala: neanche il tempo di metter mano ai conti e saltava fuori «una pesante situazione debitoria»: oltre 223 milioni. Che non figuravano «né nei vari passaggi di consegne né nelle precedenti rendicontazioni».” Cos’altro avranno fatto dal 2006 ad oggi lo sapremo, forse, tra qualche anno. Sta di fatto che Alli chiude, l’ampliamento si è riempito pure lui prima del previsto a forza di rifiuti portati da tutta la Calabria, la raccolta differenziata è all’anno zero e l’emergenza, alla faccia del significato semantico stesso della parola, tragicamente continua. Quello che da cittadini, oggi, è necessario constatare oltreché l’acuirsi di una situazione emergenziale per la chiusura della discarica di Alli, è il fallimento totale della politica nella gestione commissariale, in deroga e in barba alle leggi vigenti e la necessaria urgenza di un ritorno alla legalità.

* articolo pubblicato su “Il Quotidiano della Calabria” del 19.08.2011