di Francesco Santopolo

Sebbene la civiltà umana si sia strutturata attorno al concetto di lavoro e il lavoro rappresenti una componente essenziale dei processi economici, il mercato, assunto a feticcio ideologico, lo sta escludendo dal processo e oggi si contano oltre 200 milioni di disoccupati e un tasso di esclusione vicino al 7%. La cosa incredibile è che, senza arrossire, “gli economisti ortodossi ci assicurano che l’aumento del tasso di disoccupazione rappresenta un <<aggiustamento>> di breve termine alle potenti forze create dal mercato che stanno spingendo l’economia mondiale verso la Terza rivoluzione industriale” (Rifkin, 2000). La possibilità che, in un raro momento di lucidità, gli economisti capiscano che caduta dei salari significa caduta della domanda e crollo del mercato, è una cosa che non potrà mai accadere, visto che anche dopo il 1929 sono stati lasciati indisturbati a confezionare bufale. Vediamo di avviare un ragionamento. Nell’esaminare i redditi e le loro fonti, Marx scriveva “Capitale-profitto (guadagno d’imprenditore più interesse), terra-rendita fondiaria, lavoro- salario, questa è la formula trinitaria che abbraccia tutti i misteri del processo di produzione sociale” (Marx, 1965). Più avanti la formula si riduce a “Capitale-interesse, terra-rendita fondiaria, lavoro- salario” in quanto “l’interesse […] appare come il prodotto proprio, caratteristico del capitale” per estensione la comprendiamo genericamente nell’interesse, cioè, il compenso spettante al capitale terra. Ai fini del ragionamento che vogliamo avviare, questo ci consente, una forzatura concettuale che riduce la formula trinitaria alla formula binaria capitale/salario, in cui per capitale si intendono i mezzi di produzione (capitale fisso e capitale circolante) e per salario il reddito da lavoro. L’analisi del binomio capitale- lavoro, e la loro relazione col fattore demografico, ci consentono di ricostruire le origini e i caratteri della crisi economica che stiamo attraversando ma anche di affermare che, per la peculiarità con cui si esprime il processo di produzione sociale, crescita economica e crisi non sono categorie antitetiche ma tra loro correlate e strettamente funzionali. In sostanza- e non è un paradosso- le crisi dell’economia traggono origine dalla sua crescita. Partiamo dalla popolazione e dal suo trend di crescita. Per raggiungere gli attuali 6,9 miliardi di abitanti, la storia demografica del mondo ha dovuto superare alcune fratture. Secondo la teoria della catastrofe di Toba, una prima frattura si sarebbe verificata nel 70.000 a. C., e avrebbe decimato la popolazione, fino a ridurla a poche migliaia di individui. Dopo questo evento, la popolazione si attestò attorno a 1 milione di individui, si mantenne stabile fino al 10,000 a. C. e solo dopo la scoperta dell’agricoltura prese a crescere in maniera esponenziale, raggiungendo i 200 milioni nel primo anno dell’era cristiana e continuando la sua crescita fino alla Peste di Giustiniano (VI secolo d. C.) che si stima abbia fatto registrare 25 milioni di morti. Sia pure interrotta, di tanto in tanto, da qualche epidemia (una ogni 20 anni tra il 1348 e il 1487), la crescita è stata costante e ha raggiunto un picco del 2,2% nel 1963, con la frattura della pandemia della Morte Nera (XVI secolo), che colpì tutto il mondo allora conosciuto e si presume abbia ridotto la popolazione umana da 450 a 350-375 milioni. Siamo partiti dall’elemento demografico perché non è indifferente, rispetto al nostro ragionamento. In sostanza, considerando il processo produttivo concluso con l’equazione capitale/salario/capitale, se a nuovi investimenti corrisponde una maggiore offerta di beni e servizi, alla crescita dei salari, correlata alla crescita demografica che crea nuovi soggetti e nuovi bisogni, corrisponde una crescita della domanda. Qui però si incontrano due problemi.
Il primo afferisce alla differenza del tasso di crescita dell’offerta e della domanda, il secondo alla distribuzione della ricchezza. Esaminando il primo punto e considerando un profitto lordo costante del 100% e un capitale costante pari a 100, il saggio medio di profitto sarà del 50% . Supponiamo, ancora, che il capitale costante raddoppi e il profitto lordo rimanga sempre il 100%, il saggio medio di profitto scenderà al 33%. Impegnando un capitale fisso quadruplicato, a parità di profitto lordo (100%), il saggio medio di profitto scenderà al 20%. Questo perché “la progressiva tendenza alla dimunizione del saggio generale del profitto è […] solo un’espressione peculiare al modo di produzione capitalistico” “La caduta del saggio del profitto non deriva da una diminuzione assoluta, ma soltanto da una diminuzione relativa dell’elemento variabile del capitale complessivo, dalla diminuzione di esso in confronto all’elemento costante “ (Marx, l. c.). Detto in altri termini, alla crescita di investimenti che producono beni e servizi (offerta) non corrisponde una pari crescita di salari (domanda).
Tendenza confermata dai numeri, come rileva un rapporto dell’International Labour Organization (ILO) in cui si afferma che la produttività mondiale è aumentata del 26% ma il numero delle persone occupate è aumentato solo del 16,6%.
Questa difformità di crescita ha portato a oltre 200 milioni di disoccupati e, secondo i dati resi pubblici dalla FAO, il 19 giugno 2009 nel sud del mondo si contavano 1 miliardo e 20 milioni di affamati, un sesto della popolazione che- si fa per dire- vive sul pianeta. E, ancora, rispetto al 2008, nei primi sei mesi del 2009 gli affamati sono aumentati di 100 milioni per effetto della crisi globale e dell’intreccio perverso tra recessione e disoccupazione.
Se la prima ha portato ad un aumento dei prezzi dei beni alimentari, per cui con gli stessi soldi si comprano meno alimenti, la seconda ha ridotto drasticamente le rimesse degli immigrati che hanno perso il posto di lavoro e le loro famiglie hanno meno soldi da spendere. Sempre secondo la FAO, gli affamati “sono 642 milioni in Asia e nel Pacifico, 265 milioni nell’Africa subsahariana, 53 milioni in America Latina e nei Caraibi, 42 milioni nel Vicino Oriente e nell’Africa del nord. E sono 15 milioni quelli che non hanno cibo sufficiente in paesi come il nostro” (Nigrizia, 7-8/09). Nel momento in cui la forbice tra il mondo dell’opulenza percepita e quello della scarsità reale tende ad allargarsi, il “sistema cibo” diventa una problema reale, sia per chi ne ha troppo, sia per chi non ne ha abbastanza: i primi non vendono, i secondi non comprano. È cresciuta la produttività ma l’Ilo ha rilevato che i lavoratori poveri del mondo, quelli che, pur avendo un lavoro, vivono con meno di 2 dollari americani al giorno, sono 1,37 miliardi. Quanto alla seconda questione, cioè alla distribuzione della ricchezza, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (PNUD), ha rievato che il 20% della popolazione mondiale più ricca dispone dell’83% della ricchezza, il 20% della popolazione più povera dispone dell’1,4% e al restante 60% della popolazione rimane il 15,6% (Madera, 1999). Negli Stati Uniti, per esempio, l’1% della popolazione possiede il 40% della ricchezza, il 20% un altro 40% mentre il restante 79% di popolazione deve accontentarsi del 20% (Madera, l. c.). In queste condizioni, il liberalismo “a tutti i costi” che privilegia l’offerta (impresa e mercato), senza considerare l’occupazione (domanda), rappresenta uno degli aspetti più affascinanti e perversi delle discipline economiche, soprattutto per la banalità con cui si esprimono risultati e congetture, ammantandole di costruzioni complesse, talvolta, al limite della paranoia. D’altronde se l’allora segretario del Pds Massimo D’Alema, ha potuto dichiarare “Io sono un liberale” (Bevilacqua, 2008) e mantenersi serio, è possibile pensare che i liberali di casa nostra si siano sentiti gratificati da questa, sia pure non autorevole, new entry. Né possiamo meravigliarci se Richard Sobov, assistente al CIO della Lincoln, esprimendo un’idea condivisa da tutto il mondo delle imprese, ha dichiarato “Tendiamo a privilegiare l’investimento, prima di assumere nuovo personale” (Rifkin, l. c.), ignorando che questa scellerata proposizione aveva antecedenti teorici in David Ricardo che, nel 1819, aveva affermato che in economia la quantità di occupazione è irrilevante perché non influisce sulle rendite e sui profitti che originano nuovi investimenti. Posizioni lecite, certo, ma solo per chi è convinto che il cervello sia solo un ingombro anatomico. Che il messaggio di Ricardo, lungi dall’assumere un carattere messianico, dovesse rivelarsi un’autentica bufala, è stato ampiamente dimostrato da tutte le crisi economiche che hanno attraversato il capitalismo, compresa quella che stiamo vivendo. Restando ancora nel limbo dei classici, nel 1798 Thomas Malthus aveva previsto che, entro la metà del XIX secolo, la crescita della popolazione sarebbe stata eccedente ripetto alla disponibilità di cibo, Le previsione malthusiana non si è avverata nei termini in cui era stata enunciata ma si è espressa, con connotazioni più perverse, nel paradosso che, ad una disponibiltà alimentare pari a 1,5 volte il fabbisogno dell’intera popolazione mondiale (Smith, 2004), corrispondono 1,1 miliardi di affamati. Davvero l’occupazione è ininfluente rispetto al mercato? Davvero abbiamo bisogno degli OGM per vincere la fame nel mondo o non è vero che gli OGM, al pari di altre tecnologie, lasceranno per strada altri milioni di uomini senza lavoro?
Non è il caso di cominciare a pensare a nuove forme di occupazione, prendendo atto che alcuni processi, come la sostituzione del lavoro umano con le macchine, sono irreversibili? Pensare ad un’agricoltura non petrolio- dipendente, per esempio. Pensare di utilizzare la competenza dei geologi per limitare frane, erosioni e perdita di suolo per desertificazione, senza accontentarsi di intervistarne qualcuno dopo un evento, salvo, poi, a contiunare sulla strada percorsa perché quell’evento si verificasse.
La domanda è: esiste una vita “oltre il mercato”?
Negli ultimi anni, all’esterno della dicotomia governo- mercato, si è aperta una terza possibilità, definita la “terza forza basata sulle comunità locali” (Rifkin, l. c.).
In questo settore, “altrimenti noto come indipendente o volontario, l’accordo fiduciario cede il passo ai legami comunitari, e la cessione volontaria del proprio tempo prende il posto delle relazioni di mercato imposte artificialmente e fondate sulla vendita di se stessi e dei propri servizi”, e proprio perché escluso dalla logica del profitto, attraverso la riduzione dei salari, il terzo settore “è scivolato ai margini della vita pubblica, costretto all’angolo dal dominio sempre più forte delle sfere del mercato e dello Stato” (Rifkin, l. c,). Questo settore occupa già una buona parte della vita sociale e il volontariato spazia dall’istruzione alla ricerca, dall’assistenza sanitaria ai servizi sociali, dalle arti alle religioni, dall’assistenza ai diversamente abili al disagio giovanile, dai malati di AIDS ai malati terminli. In futuro, disoccupazione e minore impiego di lavoro, forniranno sempre maggiori quote di tempo libero improduttivo, per sé stessi e per i processi di accumulazione. A noi spetta valutare come farlo rientrare nel processo e invertire la logica dell’espulsione. Dal punto di vista della produzione di ricchezza “uno studio condotto dall’economista Gabriel Rudney, di Yale, nei primi anni ottanta è giunto a stimare che la spesa delle organizzazioni di volontariato americane fosse più elevata del prodotto interno lordo di tutti i Paesi del mondo, con la sola eccezione di quelli appartenenti al Gruppo dei Sette” (Rifkin, l. c.).
Si tratta di prendere atto che, da una parte, la logica del profitto tenderà ad utilizzare sempre meno lavoro e, dall’altra, il volontariato può fare cose che il settore pubblico e quello privato non faranno mai. I sociologi francesi lo hanno definito “economia sociale” e Thierry Jeanter ha scritto che questa “non è misurata allo stesso modo in cui si misura il capitalismo […] ma il suo prodotto integra i risultati sociali con i guadagni economici indiretti” (Thierry Jeanter, 1986). Si tratta, in altri termini, di stipulare un nuovo contratto sociale fornendo la giusta risposta a quanto osservava nel 1819 Simonde de Sismondi, in risposta alle allucinazioni di Ricardo: “La ricchezza è davvero tutto e gli esseri umani assolutamente niente?
Bibliografia
Bevilacqua, P. (2008), Miseria dello sviluppo, Bari, Laterza.
Madera, R. (1999), L’animale visionario, Milano, Il Saggiatore.
Marx, K. (1965), Il Capitale, Libo III, cap. XLVIII), Roma, Editori Riuniti.
Rifkin, J, (1995), La fine del lavoro, Milano, Baldini & Castoldi.
Simonde de Sismondi, J. C. I. (1819), Nouveaux principes d’économie politique. Sta in Rifkin, l. c.
Smth, J., M. (2004), L’inganno a tavola, Ozzano dell’Emilia, Nuovi Mondi Media.
Thierry, J. (1986), La Modernisation de la France par l’economie sociale, Parigi, Economica. Sta in Rifkin, l. c.