di Giovanna Canigiula* L’Ottocento è un secolo cruciale nella storia dell’Italia e della Calabria ma, val bene ricordarlo, è preparato, sotto la spinta della rivoluzione francese, dal triennio 1796-1799, in cui si gettano le basi di un ritrovato nazionalismo e si ridefiniscono i termini della vita politica italiana, poiché sono sul tappeto le grandi questioni [...]
Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommen- surabili. Nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio.
Giuseppe Garibaldi
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A 150 anni dell’Italia unita, Abolire la miseria della Calabria dopo il numero precedente dedica ancora il suo primo numero del 2011 alla storia del nostro Paese e al ruolo del Mezzogiorno nella costituzione dello stato unitario.
Sellia Marina è diventato comune autonomo nel 1956. Nel 2003 è stato citato dall’ente montano di Sellia, da cui si era staccato, perché restituisse una porzione di territorio sul mare. Il Tribunale di Catanzaro ha accolto l’atto, per cui l’ente marino dovrebbe cedere il fondo in località Don Antonio.
di Giovanna Canigiula La prima pagina dell’Avvenire Vibonese del 18 marzo 1893 è interamente dedicata al fenomeno dell’emigrazione, in preoccupante ripresa dopo un breve rallentamento della corsa. La grave crisi agraria di fine secolo, infatti, colpisce la Calabria e, in particolare, il settore agricolo. Si calcola che, tra il 1870 e il 1915, abbia lasciato [...]
tra qualche giorno sarà in distribuzione presso le edicole calabresi al costo di un euro. In piccolo contributo alla cultura, alla storia e alla politica laica e liberale calabrese
La prima pagina
di Giovanna Canigiula
Ce n’est qu’un debut
Il Rapporto Italia 2010 dell’Eurispes racconta un paese sull’orlo del collasso: viviamo in un ‘cantiere aperto’ con costi altissimi per l’economia e un rischio concreto per la ‘tenuta stessa della democrazia’, in cui non c’è capacità progettuale, gli stipendi sono i più bassi dei paesi industrializzati, è costante il peggioramento delle condizioni di vita di fasce sempre più ampie della popolazione, si continuano a perdere posizioni nelle graduatorie internazionali della competitività e del reddito.
di Giovanna Canigiula
Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,
a milioni, vestiti di stracci
asiatici, e di camicie americane.
Subito i Calabresi diranno,
come da malandrini a malandrini:
«Ecco i vecchi fratelli,
coi figli e il pane e formaggio!»
(Pasolini P.P., Profezia, in Alì dagli occhi azzurri, 1964)
In uno dei tanti ghetti neri del Sud d’Italia è scoppiata, per la seconda volta nel volgere di un anno ma forse imprevedibile nella forma, la rivolta. Degli africani ribelli, ridotti nelle nostre campagne in stato di schiavitù, sappiamo ormai quasi tutto tranne il numero esatto, non essendo possibile un censimento: a Rosarno, dove fino a ieri si contavano ufficialmente circa duemila presenze, sono arrivati nei primi anni Novanta e sono stati impiegati nella raccolta invernale delle arance. Da ottobre ad aprile si radunavano, tutte le mattine alle cinque, sulla Nazionale e qui venivano caricati e portati nei campi. Dopo 14 ore di lavoro, per 20- 25 euro al giorno nel migliore dei casi, tornavano in ricoveri di fortuna, come il vecchio capannone poco fuori il centro abitato dove un tempo si lavoravano le arance.
di Giovanna Canigiula
Vite tra tenute è una testimonianza sulla vita in carcere realizzata dai detenuti dell’Alta Sicurezza della Casa Circondariale di Vibo Valentia. Imputati o condannati per tipi di reati previsti dall’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario, vivono al primo piano di un padiglione inaugurato nel 1997 in condizioni di sovraffollamento: in venticinque celle, che potrebbero ospitare 50 detenuti, sono rinchiuse circa 70/80 persone, con una media di tre per cella, senza nessuna osservanza, al momento dell’assegnazione, degli artt. 27 reg. esec. (osservazione della personalità), 14 e 64 o. p. (separazione imputati- condannati, separazione giovani- adulti, necessità di trattamento individuale o di gruppo). Meno della metà dei carcerati sono definitivi, i più sono giudicabili ed appellanti.
Nella tragedia greca del V secolo a.C. le donne, prima di Euripide, non hanno grande cittadinanza, se è vero che si può sacrificare una figlia per propiziarsi gli dei. Di storie d’amore tranquillo, sia pure su uno sfondo politico od esistenziale drammatico, non se ne vedono granché. Neppure quando il mito prende la struttura di una fiaba. Se, come dice Paduano, la tragedia è fenomenologia del dolore, l’amore ne è indiscutibile testimone.
Il più vecchiotto dei tre grandi tragici, Eschilo, affronta il tema dell’amor sacro e, quindi, della sacralità del matrimonio, nelle Supplici: le cinquanta figlie di Danao, non volendo sposare i cinquanta cugini d’Egitto, chiedono ed ottengono asilo politico dal re di Argo, Pelasgo. O città, o terra, o limpide acque,/ e dei del cielo, e voi, numi sotterranei/ che occupate vindici tombe,/ e tu, o Zeus, salvatore terzo,/ che proteggi le case degli uomini pii,/ accogliete questo femmineo sciame di supplicanti/ al soffio reverente del suolo./ Ma lo sciame brulicante dei maschi,/ lo sciame prevaricante dei figli d’Egitto/ già prima che il piede imponga/ sulla paludosa distesa/ gettatelo a mare col suo vascello veloce […] e muoiano prima di montare sui talami/ che liceità rifiuta,/ prima di far proprie le creature/ che al fratello del loro padre appartengono. Dai frammenti degli Egizi e delle Danaidi, che narrano lo sviluppo della vicenda, si viene a sapere che, ucciso Pelasgo dagli Egizi che reclamano le promesse spose, Danao è costretto a cedere le figlie ma, prima, suggerisce loro di fingere di accondiscendere al matrimonio per poi uccidere i rispettivi mariti durante la prima notte di nozze. Solo Ipermestra, per amore, non partecipa alla strage: imprigionata dal padre, è salvata non a caso da Afrodite. L’amore impuro che non si ricambia è assassino, l’amore impuro felice trova credito. Ma non sempre è così.
di Giovanna Canigiula
Catanzaro. Ospedale civile. Quindi pubblico. Per tutti, insomma. Arriviamo questa mattina decisamente prima delle otto per un controllo ambulatoriale di mia madre, circa venti giorni dopo le dimissioni e trentadue dopo un ricovero per una consistente emoriasi. In attesa del medico, si chiacchiera. Di politica dapprima. Domina il berlusconiano doc: accusano il grande capo di essere un imbroglione, che chiuda aziende e televisioni e lo facciano anche i figli, vediamo se Di Pietro e Veltroni trovano lavoro ai due milioni e mezzo di disoccupati che ci saranno in Italia. Vediamo vediamo. Nessuno raccoglie: siamo in ospedale e si parla soprattutto di medicina e di medici, questa specie di piccola e intoccabile casta del sud. C’è il povero cristo al quale, due anni fa, è stato sbagliato un intervento di prostata, sta passando le pene dell’inferno e nessuno che gli abbia chiesto almeno scusa, “passerà” gli dicono “passerà”, ma non passa niente e intanto non ha i soldi per mettere la dentiera, figuriamoci per andare a “villeggiare” in strutture fuori regione. Mah. C’è ancora il berlusconiano che ricorda la via crucis della madre prima di approdare da Veronesi: un intervento andato male, camici da inseguire tra “mi scusi”, “non vorrei”, “se potesse” e mai nessuna risposta se non il manifesto fastidio di chi è stato importunato o l’accondiscendente farfugliare di chi ti fa pesare le due parole che di corsa ti regala. Che sorpresa Milano. Stessa sorpresa delle eccezioni nel sud. Del resto, ha vissuto cinque anni a Mantova: soldatini, dice, ma almeno con pari diritti e doveri. Aleggia tanta rabbia, è tutto come descrivono, partecipo muovendo il capino. Non ho molta voglia di parlare. Ascolto. Rifletto sulle sorprese: nel lessico meridionale è “davvero gentile” il medico che svolge, nella norma, il suo mestiere. Così va il nostro mondo.
Thursday, March 17, 2011
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