Avevano detto è tutto a posto: le acque degli invasi sono pure come acqua di fonte. Queste affermazioni sembrano non trovare riscontro nei risultati emersi dalle analisi commissionate dai Radicali. Verrebbe quasi da invocare l’intervento dell’OMS. Di certo occorrerà nuovamente interrogarsi sul ruolo dell’Arpab ed è altrettanto certo che, al più presto, sarà necessario far effettuare analisi ad ampio spettro da parte di organismi indipendenti. La Procura della Repubblica di Potenza farebbe bene a procedere alla nomina di un CTU. Leggendo i risultati e i dati, finalmente chiari, pervenuti dal laboratorio accreditato a cui abbiamo consegnato alcuni litri di acqua proveniente dagli invasi della Camastra, del Pertusillo e di Montecotugno, siamo rimasti attoniti.
Nelle prossime ore renderemo pubblici i risultati delle analisi sulle acque della Camastra, Pertusillo e Montecotugno
“Presentazione dei risultati emersi dalle analisi commissionate sulle acque degli invasi della Camastra, del Pertusillo e di Montecotugno”
di Giuseppe Candido
Questa settimana si è parlato tanto di privatizzazione dell’acqua e del così detto “decreto Ronchi”, il decreto 135, che ha introdotto alcuni elementi per disciplinare e razionalizzare l’erogazione dei servizi pubblici locali e le bandiere dei “no” alla privatizzazione dell’acqua hanno cominciato a sventolare. In particolare, con la nuova normativa, è stata introdotta la gestione privata per il servizio idrico integrato, per il servizio dei rifiuti e per il servizio di trasporto su gomma locale. Si tratta di servizi importanti che riguardano la qualità della vita quotidiana dei cittadini ma che riguardano anche la qualità dei conti pubblici e le tasche dei cittadini perché, come sappiamo, è su questi servizi che si annidano scarsa efficienza ed enormi sprechi delle pubbliche amministrazione locali. Nel decreto non sono state inserite alcune materie altrettanto importanti che necessiterebbero, per offrire convenienza ai cittadini, di una maggiore concorrenza come la distribuzione dell’energia elettrica, la distribuzione del gas naturale, del trasporto locale su rotaia e delle farmacie comunali. Quello dei servizi pubblici locali, vale la pena ricordarlo, è un settore assai in deficit delle pubbliche amministrazioni sul quale si è tentato, più volte, di mettere mano. E in effetti non sfugge a nessuno come, ad esempio, il servizio pubblico integrato dell’acqua e della depurazione sia obsoleto non soltanto nelle regioni del mezzogiorno e come, per fare un altro esempio, alcuni comuni calabresi non paghino neanche le bollette alla società che, per loro, gestisce il servizio idrico. Acquedotti comunali colabrodo che perdono oltre il 50% della risorsa, fognature e depuratori inefficienti, caratterizzano attualmente il servizio fornito
di Maurizio Bolognetti
L’avvelenamento coperto dal segreto istituzionale. Il Caso Fenice/Arpab. I veleni di Tito: un’immensa discarica abusiva per rifiuti tossici garantita dall’omertà della Regione Basilicata. “Un contesto ambientale ancora caratterizzato da una pesante contaminazione da tricloroetilene in elevatissime concentrazioni tali da ipotizzare la presenza del prodotto libero in falda”. Lo stesso Ministero aggiunge che “a distanza di tre anni e mezzo le aziende e gli altri soggetti interessati hanno dimostrato limitato interesse e volontà nell’adoperarsi per conoscere e quindi, ove possibile, limitare la diffusione dell’inquinante che rappresenta un rilevante pericolo per la salute umana”. La Daramic. Val Basento. Pattumiera d’Italia. Record di malattie Tumorali in Basilicata
di Giuseppe Candido
Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 24 novembre 2009
Secondo molti sostenitori del ponte sullo stretto, le principali motivazioni addotte per spiegarne la necessità è che il Sud, Calabria e Sicilia in testa, sarebbe miracolato da un “rilancio delle condizioni economiche e sociali dell’area interessata oltreché da una riduzione infrastrutturale che colpisce il Mezzogiorno sin da prima dell’Unità. Il Ponte dovrebbe favorire l’integrazione tra le diverse modalità di trasporto così da “soddisfare la domanda di un crescente bisogno di un più efficiente collegamento tra il continente e la Sicilia”. Ciò nonostante le recenti statistiche definiscano il traffico in diminuzione. E poi se fosse solo questo il vero problema, il traffico, verrebbe facile pensare che col sistema degli aerei cargo e delle “vie del mare” incentivati dall’unione europea, anche dal punto di vista economico la costruzione del ponte sembrerebbe poco consigliabile. Giulia Maria Mozzoni Crespi presidente del FAI, il fondo per l’ambiente italiano, è intervenuta alla trasmissione del 21 novembre scorso di “ambiente Italia” su Rai tre definendo il ponte sullo stretto un’opera non solo inopportuna ma anche contraria al buon senso. Oggi molti calabresi sono impegnati a tentare di bloccare i lavori della “bretella” che, nel progetto in variante, è opera necessaria alla costruzione del ponte. Stiamo parlando quindi della prima pietra o, quantomeno, della prima opera funzionale a quello che sarà il ponte sullo stretto. Poi arriveranno anche i piloni. La bretella è necessaria per la costruzione del ponte ma, ci chiediamo: il ponte è necessario alla Calabria e alla Sicilia? E’ questa forse la vera domanda cui dovremmo, noi calabresi, siciliani, darvi risposta perché è di Scilla e Cariddi che si discute.
di Giuseppe Candido
Fra pochi giorni i grandi della terra si riuniranno a Copenaghen per discutere dei cambiamenti climatici in corso, di ambiente e di politiche energetiche mondiali. Produrre energia senza inquinare è diventata un’esigenza mondiale non più rinviabile.
Ciò nonostante lo scorso 16 novembre le agenzie hanno battuto la notizia secondo cui la quindicesima Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico che sarebbe dovuta servire a stabilire nuovi vincoli per le emissioni di gas inquinanti, superando il precedente Protocollo di Kyoto, i cui obiettivi di riduzione delle emissioni arrivano al 2012, non prevederà invece nulla di tutto ciò a causa del “Patto di ferro fra Usa e Cina” in base al quale nessun accordo sui tagli alle emissioni di CO2 potrà essere raggiunto al prossimo vertice di Copenaghen. A Berzano S. Pietro, fra le colline a est di Torino, a settembre è stato testato il primo prototipo per lo sviluppo di una centrale eolica d’alta quota. Si chiama Kite Wind Generator, e invece delle lente e ingombranti torri a turbina, basa la produzione di energia su enormi aquiloni collegati a una turbina ad asse verticale.
di Giuseppe Candido
I titoli dei quotidiani non lasciano dubbi: i rifiuti in Calabria sono un bel guaio. Soprattutto con l’avvicinarsi dell’estate, il problema dei rifiuti e della depurazione tornano d’attualità in maniera preponderante. “Quella discarica dimenticata: un vergognoso sipario che deturpa la città” è il titolo di un articolo sul caso di una (ennesima) discarica abusiva a Rossano, ancora abusivamente utilizzata nonostante il sequestro effettuato dalla benemerita in relazione alla presenza di eternit. “Rifiuti pericolosi a cielo aperto” è invece il titolo utilizzato per la notizia del sequestro, a San Gregorio d’Ippona nel vibonese, di una discarica di 300 mila metri cubi in cui venivano abusivamente, manco a dirlo, smaltiti rifiuti pericolosi provenienti dalla demolizione di edifici. Discariche abusive, siti di stoccaggio provvisorio che diventano definitivi e a cui la Regione non riesce a stare dietro con le bonifiche. Il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 12 settembre del 1997 dichiarò lo stato di emergenza nella Regione Calabria in ordine alla situazione di crisi socio-economico-ambientale determinatasi nel settore dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Stato di emergenza ambientale che con successivi decreti è stato prorogato sino ad oggi ed allargato anche per la questione della depurazione. Un’emergenza che dura da circa dodici anni e che ancora non vede una soluzione definitiva. (…) Ma se questo è il panorama regionale la domanda è: come uscirne? Come avviare la fine di un’emergenza che dura da dodici anni? Costruendo altre discariche? Nuovi inceneritori? L’alternativa c’è, ma necessita di un salto culturale: si chiama “ciclo integrato dei rifiuti” e prevede, come già accennato, il passaggio da una tassa ad una tariffa sui rifiuti: chi più produce rifiuti più paga. (…) Come scrisse nel 1993 il Wall Street Journal: quello degli inceneritori è (e resta ancora) il metodo più costoso di smaltimento dei rifiuti. Un impianto di trattamento meccanico biologico costa invece il 50-70% in meno di un inceneritore e il materiale che rimane è riutilizzabile come inerte o per produrre combustibile da rifiuti.
Ma non è Dio ad averli voluti. Il dissesto ideologico la vera causa del disastro idrogeologico.
di Giuseppe Candido
“Calabria imbottigliata”, “Unʼintera provincia in ginocchio”, “Morte e interrogativi”. Sono questi i titoli che hanno campeggiato sui quotidiani calabresi subito dopo lʼevento franoso che la sera del 26 gennaio scorso ha travolto e ucciso due persone sullʼautostrada Salerno Reggio Calabria. Circa 10.000 metri cubi di materiale incoerente hanno travolto e divelto come un grissino un muro di sostegno in cemento armato. Fare però qualche riflessione a mente fredda forse potrà risultare utile.
La vicenda è nota. Nel crotonese 70 mila m³ di materiale altamente tossico e radioattivo, pari a 350 mila tonnellate, miscelato con polveri provenienti dall’Ilva di Taranto e impastato col cemento, sono stati impiegati, come materiale edilizio, per la realizzazione dei cortili di tre scuole, di alloggi popolari, villette, centri commerciali, strade e perfino di una banchina portuale. Le indagini, avviate nove anni fa, hanno portato all’iscrizione nel registro degli indagati, con l’accusa di associazione a delinquere, di sette persone: il legale rappresentante pro tempore della Pertusola Sud, quelli di tre imprese edilizie (due di Crotone e una di Parma), tre funzionari dell’ex Presidio multizonale di prevenzione dell’ex Azienda sanitaria di Catanzaro.
Gli scarti industriali tossici erano prodotti dalla Pertusola Sud, stabilimento dell’Eni nato negli anni Venti su iniziativa della compagnia tedesca Rotschild e addetto alla produzione di zinco, di cui riusciva a coprire quasi la metà del fabbisogno nazionale. La Pertusola, insieme alla Montedison, è stato l’unico vero polo industriale della Calabria. (…)
lunedì, febbraio 1, 2010
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