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Rischio sismico (e idrogeologico): la storia ci avverte. Serve un piano di messa in sicurezza

La straordinaria coincidenza del terremoto in Sila di ieri, 28 dicembre 2014 (che per fortuna non è stato di forte intensità) ci riporta alla memoria quello – assai più funesto – del 28 dicembre del 1908 quando persero la vita dalle 90 alle 120mila persone, e ci deve mettere in guardia.
In occasione di quel tragico evento, infatti, ai danni provocati dalle scosse sismiche e agli incendi che ne seguirono, si aggiunsero i morti cagionati da un maremoto di “violenza impressionante”, che colpì le coste dello Stretto con ondate devastanti stimate, nelle varie località, da 6 a 12 m di altezza (fino a 13 metri a Pellaro, frazione di Reggio). Il maremoto provocò molte vittime proprio fra i sopravvissuti alle scosse che si erano ammassati in riva al mare, alla ricerca di un’ingannevole protezione. Anche Gaetano Salvemini, docente di storia contemporanea all’Ateneo di Messina, nel 1908 perse in Calabria moglie, cinque figli e la sorella, rimanendo unico sopravvissuto della sua famiglia.La Calabria è notoriamente un’area della penisola con un elevato livello di sismicità, tra i più alti d’Italia. Disastrosi e ricorrenti sono stati i terremoti che, nei secoli, l’hanno sconvolta.

di Giuseppe Candido

Monteleone Via Forgiari demolita dal terremotoTre anni prima del 1908 il disastroso terremoto del 1905 l’aveva già sconvolta: la notte tra il 7 e l’8 settembre una scossa poderosa funestò la Calabria. I giornali dell’epoca diedero grande risalto e inviarono cronisti, illustratori e fotografi per raccontare i disastri accaduti: “Il gravissimo terremoto in Calabria e in Sicilia” titolava Il Giornale d’Italia: “Scene angosciose, una notte di terrore, morti e feriti, paesi distrutti” l’occhiello.

Poi, a soli tre anni di distanza, l’apocalisse vera cui faceva riferimento dalle Cronache del Garantista di Cosenza, Alessia Principe, e che – letteralmente – devastò Reggio Calabria e Messina:

«Un attimo della potenza degli elementi» – si legge nella relazione del Senato del Regno – «ha flagellato due nobilissime province (…) abbattendo molti secoli di opere e di civiltà. Non è soltanto una sventura della gente italiana; è una sventura della umanità, (…). Forse non è ancor completo, nei nostri intelletti, il terribile quadro, né preciso il concetto della grande sventura, né ancor siamo in grado di misurare le proporzioni dell’abisso, dal cui fondo spaventoso vogliamo risorgere. Sappiamo che il danno è immenso, e che grandi e immediate provvidenze sono necessarie».

Ma la Calabria, come è arcinoto, è terra assai ballerina. E a partire dall’anno 1.000 si sono avuti numerosissimi terremoti distruttivi: nel 1188 il terremoto (IX-X grado della scala Mercalli, Cfr. D. Postpischl, 1984) nella valle del Crati, provocò danni gravissimi a Cosenza, dove crollò la cattedrale, a Bisignano, San Lucido e Luzzi; nel marzo del 1638, un altro violento terremoto d’intensità stimata del grado XI della scala Mercalli, colpì particolarmente la zona di Nicastro (CZ), dove i morti furono diverse migliaia. E il 9 giugno dello stesso anno, un nuovo terremoto provocò danni pure nel crotonese. Il 5 novembre del 1659, un forte terremoto del IX-X grado della scala Mercalli, interessò nuovamente la Calabria centrale, colpendo l’area compresa fra i golfi di Sant’Eufemia e di Squillace; le vittime furono oltre 2mila. Nel 1783, tra febbraio e marzo, uno sciame sismico interessò Calabria meridionale e il messinese, provocando la completa distruzione di moltissime località e gravissimi danni in tante altre; e le tantissime repliche che si ebbero nei mesi successivi provocarono oltre 30.000 morti.

L’8 marzo del 1832, un altro terremoto, con intensità stimata del X grado Mercalli, provocò danni gravi ad una cinquantina di località, prevalentemente nel crotonese; più di 200 le vittime. E quattro anni più tardi, il 25 aprile del 1836, un terremoto colpì il versante ionico della Calabria settentrionale, provocando danni a Crosia e Rossano, in provincia di Cosenza e duecento vittime. Nel febbraio del 1.854, ancora un terremoto causò distruzione e morte nell’alta valle del fiume Crati e danni gravi a Cosenza; le vittime, in quell’occasione, furono circa 500.

Sedici anni dopo, a ottobre, si verificò un ulteriore terremoto nell’area cosentina, fra le alte valli dei fiumi Savuto e Crati: altre cento vittime si sommarono alla conta dei morti. E, sempre nel 1870, “u terremuoto”, perché è così lo chiamavano in dialetto, colpì nuovamente la Calabria centrale, ma fu avvertito in tutta l’Italia meridionale e nella Sicilia orientale: pure in quel caso, ci furono danni gravissimi e più di 500 persone persero la vita. L’8 settembre del 1905, il terremoto colpì numerosi paesini nell’area di Vibo Valentia e Nicastro facendo risentire i suoi effetti anche nelle provincia di Cosenza e in quella di Reggio Calabria (intensità molto forte stimata del X-XI grado della scala Mercalli, Cfr. GNDT, D. Postpischl (a cura di), 10 domande sul terremoto, 1994). Nel 1908, il 28 dicembre, il violento terremoto e uno tsunami colpirono Reggio e Messina che risultarono completamente distrutte.

Moltissimi eventi meno importanti si verificano quasi ogni giorno in questa regione. Basta andare sul sito dell’INGV per rendersi conto di quanti terremoti avvertiti solo dagli strumenti vengano mediamente registrati in Calabria ogni mese.

Testimoniano tutti che la Calabria è una regione che, spesso, è stata distrutta da eventi sismici importanti.

In una regione come la nostra, in una terra con una così elevata frequenza di terremoti e conseguente elevata pericolosità sismica, sapendo che l’unico modo di difendersi dal terremoto – come sanno bene in Giappone – è quello di costruire edifici in grado di resistere alle scosse, è evidente quanto importante sarebbe diminiure il rischio (che è costituito sempre dalla casa che ti crolla in testa) investendo in un grande censimento della vulnerabilità sismica delle strutture pubbliche che, come il caso dell’Ospedale aquilano ha dimostrato nel 2009, non sempre sono costruite in maniera adeguata, nonché nell’adeguamento antisismico e/o nella rottamazione della fatiscente edilizia postbellica.

Scuole, ospedali, edifici comunali, prefetture eccetera. Il 65 per cento delle strutture pubbliche calabresi, dal censimento realizzato dalla protezione civile nel 1999, risultava ad elevata vulnerabilità sismica.

Quante di queste sono state adeguate o ricostruite? E c’è il patrimonio edilizio privato, spesso costruito abusivamente negli anni e poi condonato, che non è in grado molto spesso di resistere alle scosse. Servirebbe quantomeno censirne la vulnerablità e prevedere un sistema di incentivazione fiscale affinché anche i privati trovino conveniente investire nel miglioramento e nell’adeguamento antisismico dei propri edifici. Si potrebbe addirittura prevedere che, al momento dell’acquisto di un immobile, assieme al certificato energetico, sia necessario riportare pure quello della “vulnerabilità sismica” dell’edificio. Purtroppo abbiamo dimostrato più volte di essere il Paese che fa le cose, se le fa, ma solo dopo, a disastro avvenuto.

Per programmare interventi di prevenzione” – scriveva nel 1999 il Prof. Barberi allora a capo della Protezione Civile – “occorre tenere conto del fatto che non ci troviamo di fronte a un territorio vergine nel quale cominciare a costruire con una politica antisismica, ma che si tratta invece di un territorio nel quale si è costruito per secoli con tecniche che non offrono apprezzabile sicurezza nei riguardi dei terremoti. Vi è dunque in Italia, come del resto in moti altri paesi, un debito arretrato di investimenti anti-sismici che si è accumulato nel tempo e che comporta fra l’altro una macroscopia sperequazione fra cittadini che vivono in case nuove e vecchie. Questi problemi, con le stesse parole, furono comunicati al Presidente della Repubblica, al Governo e al Senato, dal Progetto Finalizzato Geodinamica del CNR, più di dieci anni fa, all’indomani del terremoto dell’Irpinia”.

Abbiamo una priorità non solo in Calabria? Alberto Ronchey, scrittore, due volte Ministro dei beni e attività culturali, in un articolo pubblicato su La Repubblica nel 1991, scriveva che

“Malgrado lo smisurato debito pubblico nazionale, la spesa pubblica trascura da quaranta anni le opere di prioritaria necessità. Eppure, impegnare più risorse materiali e tecniche per evitare disastri costerebbe di gran lunga meno che riparare e risarcire i danni, migliaia di miliardi l’anno. Troppi ministri e legislatori favoriscono spese anche dissennate, che assicurano immediati vantaggi clientelari o elettorali, mentre non si curano delle opere a utilità differita benché fondamentali e vitali. La loro idea di manutenzione pare simile a quella che in India ispira gli amministratori discendenti dalla casta dei Marwari, o strozzini: si cambia la corda all’ascensore solo quando s’è spezzata”.

Tra il ’44 e il 1990 in ben 156 eventi calamitosi censiti, tra terremoti, fenomeni idrogeologici, bradisismo flegreo, inquinamento acquifero ed eruzioni vulcaniche, sono stati spesi circa 127 miliardi di euro. Ovviamente, la principale voce di spesa riguarda proprio i terremoti: oltre 95 miliardi di euro – rivalutati ad oggi secondo i parametri ISTAT – di risorse stanziate tra il 1944 e il 1990.

Cosa fare per uscirne? Personalmente, a chi ha responsabilità di governo del territorio, consiglio vivamente di leggere ciò che suggeriva, già nel 1993, il professor Vincenzo Petrini, nel presentare il volume Rischio sismico di edifici pubblici:

“La risposta più ovvia alla constatazione della presenza di situazioni notevolmente a rischio è l’avvio di specifici programmi di adeguamento del patrimonio edilizio ai livelli di sismicità delle varie zone del paese (…). L’abbassamento dei livelli di rischio può essere uno degli obiettivi della programmazione di investimenti della pubblica amministrazione e può, in alcuni casi, contribuire a qualificare la spesa pubblica, (…) programmi pluriennali di interventi di riduzione del rischio, … distribuiti nello spazio e nel tempo secondo priorità definibili in anticipo, possono avere, nella situazione attuale, positivi effetti collaterali in termini di sviluppi non drogati dell’occupazione”.

Ma ad oggi aspettiamo ancora.

Ricordiamolo fino alla noia, non è mai il terremoto ma la casa che ti crolla in testa ad uccidere, a provocare stragi di popoli. Bisogna abolire la vulnerabilità sismica dei nostri edifici, partendo da quelli pubblici, per adeguarli a resistere alle scosse o rottamandoli, quando invece si tratta di vera e propria “spazzatura edilizia”. Una proposta che i Radicali sostengono da anni col prof. Aldo Loris Rossi, su questo, impegnato in prima linea. E per quelli privati si protrebbe incentivarne il censimento della vulnerabilità e il miglioramento delle strutture in modo da metterle in condizioni di resistere alle scosse o, in alternativa, rottamandole del tutto. Serve un piando di messa in sicurezza sismica, idrogeologica e ambientale, nazionale e regionale, integrato con i fondi europei: sarebbe un volano per la ripresa dell’economia e, alla lunga, farebbe risparmiare un sacco di soldi in termini di emergenze e ricostruzioni, oltreché in termini di vite umane.

 

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La Costituzione di Florestano I del 1848

di Antonino G.E. Vecchio

Florestano I

Florestano I
Florestano I - Wiki

Il Principato di Monaco territorialmente era costituito oltre che dalla capitale Monaco anche dalla città minore di Roccabruna e da quella maggiore di Mentone.

Sin dal 10 febbraio 1848 si ebbe notizia della costituzione data a Torino da Sua Maestà Carlo Alberto Re di Sardegna, suscitandosi entusiasmo ed esibendosi la bandiera reale.

Una delegazione “mentonese” raggiunse la residenza di “Carnolese” dove soggiornava la famiglia principesca per reclamare analoga concessione.

Sua Altezza Serenissima il Principe Sovrano Florestano I ne fece la promessa e fece leggere due giorni più tardi da un console al popolo riunito davanti al Palazzo del Municipio, il progetto di costituzione da Lui stimato, poiché nel Principato, considerato da Principe non come uno Stato ma e come una grande famiglia, non era possibile applicare le leggi reggenti un ampio Stato quale la Sardegna.

L’ordinanza del Principe sanciva la garanzia delle libertà individuali,il riconoscimento del diritto di proprietà, la regolamentazione della forma di governo.

Il Sovrano rimaneva capo supremo, dotato del potere esecutivo e dell’iniziativa legislativa, ma tutte le Sue ordinanze amministrative generali dovevano essere deliberate da Consiglio di Stato composto di dodici membri, dei quali la metà doveva essere nominata dal Principe e l’altra metà- due per Monaco, tre per Mentone, uno per Roccabruna- doveva essere nominata da elettori scelti preventivamente da tutti i cittadini maggiorenni del Principato che fossero impiegati civili e militari o marinai e/o dai possessori d’una imbarcazione di cinque tonnellate almeno oppure industriali.

Al ristretto diritto di voto, si univa la preponderanza lasciata ai designati principeschi all’interno del Consiglio, la cui presidenza era assegnata a Sua Altezza Serenissima il Principe Ereditario maggiorenne, altrimenti al governatore generale scelto da Sua Altezza Serenissima il Principe Sovrano.

Il Console preposto dal Principe per la lettura dell’ordinanza, non poté portare a termine la lettura della stessa, per il clamore della folla, questo progetto costituzionale del 12 febbraio non piaque al popolo.

Florestano I, si trovò nella necessità di rivedere ulteriormente l’ordinanza e lungo la via delle concessioni: espresse in un successivo proclama il proprio dolore per avere visto le sue paterne intenzioni poco conosciute oppure poco apprezzate; desideroso di dissipare ogni ombra di dubbio sui Suoi sentimenti dichiarò di accettare per il Principato di Monaco la costituzione del Regno di Sardegna in tutta la sua integrità.

Tale accettazione e promulgazione da parte del Principe, non portò gioia e riconoscenza; essa fu al contrario accolta da silenzio; la suscettibilità popolare era stata urtata dalle asserzioni principesche sulla tendenza dei suddetti a cedere alle insinuazioni malevole e a sottovalutare le buone intenzioni.

La nuova costituzione, datata 25 febbraio al Principato, differiva da quella enunciata il giorno 12 dello stesso mese per via dell’istituzione d’una assemblea elettiva destinata a esercitare il potere legislativo congiuntamente con il Sovrano e con il Consiglio di Stato.

Quest’ultimo, eletto su base “censitaria”, doveva essere investito per primo dell’esame di ogni legge relativa alle imposizioni.

La libertà di stampa era garantita ma soggetta a repressione. Il Sovrano si riservava di formare una milizia comunale scelta fra i “censitari”.

La promulgazione dello statuto fondamentale del Principato di Monaco avvenne subito dopo l’emanazione di quello del Regno di Sardegna.

Lo Statuto Monegasco non ha mai seguito lo Statuto Albertino ed è conservato all’Archivio del Palazzo Principesco di Monaco. Vi è un testo, firmato dal Principe Florenzano I senza apposizione di data perciò non promulgato né entrato in vigore, che amplia la costituzione del 25 febbraio mediante nuovi articoli che, oltre a regolare la reggenza, indicano come illimitato il numero dei consiglieri di Stato e in ventuno quello del consiglio elettivo (diviso fra i paesi).

Le molte incertezze e i molti rinvii non permisero alla Carta Costituzionale monegasca del 25 febbraio 1848 di incidere sul corso degli avvenimenti.

Accolta favorevolmente dai partigiani del Principe e combattuta dagli avversari, essa restò lettera morta tanto più che il giorno precedente la rivoluzione di Parigi aveva provocato la caduta del governo di Sua Maestà Luigi Filippo re dei Francesi, sollecitato a intervenire da Sua Altezza Serenissima il Principe Ereditario Carlo.

Dopo l’imminente proclamazione popolare di Mentone e Roccabruna città libere e la loro occupazione da parte delle truppe sarde destinata a protrarsi, il 2 febbraio 1861 Sua Altezza Serenissima Carlo III Principe Sovrano di Monaco, metteva termine al protettorato sardo cedendo i Suoi diritti a Sua Maestà Napoleone III Imperatore dei Francesi che procedeva all’annessione di entrambe.

Il successore, Sua Altezza Serenissima il Principe Alberto I, avrebbe dotato, mediante l’Atto del 1911, il Principato di una organizzazione costituzionale successivamente sostituita dalla Costituzione Monegasca del 1962 promulgata da Sua Altezza Serenissima il Principe Ranieri III ora deceduto.

Bibliografia:

*“Note e proposte di studio sulla Storia del Principato di Monaco in –Storia di Nobiltà-“-1969 del Prof.Leonardo Saviano, docente di Storia delle Dottrine Politiche presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi “Federico II” di Napoli e della L.U.I.S.S. di Roma;

*Freu-Novella-Robert, Histoire de Monaco, Monaco 1987.

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Per una sociologia del brigantaggio: percorsi minori della storia

di Francesco Santopolo

Da questo numero iniziamo un viaggio tra i subalterni, quelli che, secondo la definizione di Amelia Paparazzo, vivono “tra rimpianto e trasgressione”, un’esistenza illuminata dalla luce della storia, solo quando si incontra con quella dei vincenti. Chi sono i subalterni? Ci sono i subalterni di classe: braccianti, contadini senza terra, contadini poveri e, nel nostro tempo, i precari. Ci sono i subalterni politici, almeno fino all’avvento del fascismo: radicali, anarchici, socialisti, comunisti. E, infine i subalterni di status: briganti, banditi sociali e quelli che Marx ha inteso comprendere nel lumpěproletriat, il “proletariato cencioso” che rappresenta i ceti più infimi della società. Di alcune di queste figure vogliamo tentare di tracciare una storia.


Per scelta e ragioni di spazio, questa non vuole essere la storia del brigantaggio ma solo un tentativo di anticipare i termini di una riflessione più ampia, a partire dalla definizione di un tipo sociale, il brigante appunto, per restituirgli una dimensione storica finora negata, almeno in parte.

Briganti - http://nuovobrigantaggio.splinder.com/
Briganti – http://nuovobrigantaggio.splinder.com/

Con le sole eccezioni di Amelia Paparazzo (1984), Nicola Pedio (1996) e Aldo De Jaco (1978), la corposa letteratura specifica, e quella più generale sulla storia d’Italia che si è occupata del brigantaggio meridionale, rimane, per così dire, in superficie e quasi mai il brigante appare come soggetto nella storia della lotta di classe di cui è stato protagonista, sia pure con le specifiche peculiarità in cui era costretto un movimento di subalterni in una società di transizione verso la modernità.
Potremmo dire che la vera vittoria delle classi egemoni sul brigantaggio non fu la sua sconfitta militare ma la sua rimozione e il suo confinamento in una storia separata e minoritaria.
Non a caso, a ridosso delle “celebrazioni dell’Unità di Italia, tenute sul piano della più noiosa e inconcludente <>”, De Jaco poteva osservare che le ricerche storiche non avevano riportato “in luce elementi di quella angosciosa tragedia che fu la guerra del brigantaggio” (l. c.).
Il tentativo di sfatare luoghi comuni e visioni ideologiche è arduo ma questo non ci impedisce di tentare un approccio.
Quando si scrive, per esempio, “Il brigantaggio, che trova le sue radici in una società caratterizzata da profonde differenziazioni economico- sociali, non è un male endemico delle province più povere del Mezzogiorno d’Italia. Esso è un fenomeno universale che, pur presentandosi sotto forme ed aspetti diversi, è sempre rivolto contro il potere costituito da parte di chi si oppone al sistema” (Pedio, l. c.), si dice una cosa profondamente vera e una, se non proprio falsa, diremmo forzata.
È vero che il brigantaggio è un fenomeno universale nello spazio e nel tempo.
Non è altrettanto vero, o è un giudizio limitato a situazioni particolari e contingenti, che l’azione dei briganti è sempre rivolta contro il potere costituito.
Basterebbe ricordare tutte le volte che il brigantaggio si è prestato a sostenere le “ragioni” del potere, fosse solo quello rappresentato da un singolo signorotto o quello che, nella sua globalità, interpretava gli aspetti più reazionari e feroci del potere, come avvenne durante la repressione della Repubblica Partenopea.
Allora, il primo problema che si pone a chi volesse definire la collocazione sociale del brigante, è capire le ragioni e gli obiettivi del suo agire sociale.
In realtà, il brigante si muove contro il rapporto di dominio e subordinazione espresso dal potere come categoria assoluta che regola i rapporti umani e, anche quando sembra schierarsi con le forze conservatrici, non è detto che possa definirsi tout court reazionario.
Scrive Hobsbawn (1969, pag. 21) “Una rivoluzione sociale non è meno rivoluzionaria perché si schiera a favore della <>, secondo la definizione di chi ne è al di fuori, contro il <
>”. Nel caso della Rivoluzione Napoletana, per esempio, “I banditi- e i contadini- del Regno di Napoli che insorsero in nome del papa, del re e della fede contro i giacobini e gli stranieri erano dei rivoluzionari, mentre il papa e il re non lo erano” (Hobsbawn, l. c., pag. 21).
D’altronde i “briganti” si schiereranno con Garibaldi, il cui moto non era sicuramente reazionario.
La chiave di volta che ci fa capire quale fossero le ragioni dei briganti la ricaviamo dall’espressione usata dal capo brigante Cipriano La Gala da Nola, quando, ad un avvocato suo prigioniero che si era dichiarato filoborbone nel tentativo di salvarsi la vita, rispose: “Tu hai studiato, sei avvocato e credi che noi fatichiamo per Francesco II?” (sta in Molfese, l. c., pag. 130).
Proprio questa risposta/domanda ci fa capire che il brigante non sta con nessuno, né con i Borboni né con gli antiborboni. Sta con sé stesso e con le ragioni della sua ribellione, si schiera per il cambiamento e questo ne fa un rivoluzionario se ammettiamo che “Anche chi accetta lo sfruttamento, l’oppressione e la soggezione come norma di vita, sogna un mondo dove essi non esistono: un mondo di uguaglianza, di fratellanza e di libertà” (Hobsbawn, l. c. pag. 21-22).
Scopo del presente lavoro non è solo la ricostruzione storica di un fenomeno come il brigantaggio da sempre connotato di negatività ma coglierne le contraddizioni, nell’intento di ricostruire le connotazioni antropologiche di un tipo sociale peculiare qual è stato, per l’appunto, il brigante.
Il termine brigante, del tutto sconosciuto in Italia meridionale, e mai utilizzato in precedenza dal legislatore, era stato introdotto dai francesi per indicare “coloro che ad essi si opponevano” (Pedio, l. c., pag. 7).
Da allora, nel Regno di Napoli e in tutto il Mezzogiorno, quelli che prima erano chiamati banditi o fuorbanditi, divennero briganti e questo termine, derivato dal francese brigand con cui si indicavano i ribelli, fu tradotto in italiano in brigante o assassino, con un arricchimento etimologico che ci sarebbe piaciuto evitare.
Una prima spiegazione per definire il tipo sociale del brigante, ci viene da un grande scrittore meridionalista del passato quando dice: “Il popolo calabrese è agricolo … quando dunque gli mancano le terre irrompe violentemente nella Sila coi suoi strumenti rurali, o vi irrompe coi suoi strumenti da brigante” (Padula, 1878), confermando che, per alcuni, è “megliu n’annu tauru ca cent’anni voe!” (proverbio calabrese).
In letteratura la definizione del brigante ha seguito la strada delle stereopito.
Gramsci riferisce di una “circolare dell’Amma credo del 1916 in cui si ordina alle industrie dipendenti di non assumere operai che siano nati sotto Firenze” (1975, pag. 64-65).
Ma di tutt’altro avviso furono gli Agnelli che nel periodo 1925-26 fecero affluire 25.000 operai siciliani da immettere nell’industria”. Continua Gramsci, “fallimento dell’emigrazione e moltiplicazione dei reati commessi nelle campagne vicine da questi siciliani che fuggivano le fabbriche: cronache vistose nei giornali che non allentarono certo la credenza che i siciliani sono briganti” (l. c.).
De Amicis, nella novella Fortezza (1906) parla delle torture subite da un carabiniere catturato da un gruppo di briganti, sebbene manchi il particolare aggiunto da Gramsci sulla lingua mozzata. Pirandello ne “L’altro figlio” (1937) parla di briganti che giocano a bocce con i teschi.
La letteratura è piena di immagini truculente e sarà affrontata in queste pagine quando inizieremo a raccontare la storia di personaggi che, pur di estrazione sociale diversa, sono diventati briganti.
Così scopriremo che non ci furono soltanto i Mammone e i Ninco Nanco tra le fila dei briganti ma anche il prete Ciro Annichiarico, il massaro Angiolino Del Duca, il benestante Beppe Mastrilli, il figlo di un medico Pietro Mancino e il più noto brigante calabrese, quel Giosafatte Talarico che, pur di umili origini, aveva studiato in seminario ed era diventato aiuto farmacista, prima di darsi alla macchia e diventare brigante.

Bibliografia
De Amicis, E. (1906), Novelle, Milano, Treves.
Gramsci, A. (1975), Quaderni del carcere, vol. I, nota 50, Torino, Einaudi.
Hobsbawn, E. (1969), I banditi, Torino, Einaudi.
Molfese, F. (1966), Storia del brigantaggio dopo l’unità, Milano, Feltrinelli.
Padula, V. (1878), Il bruzio.
Paparazzo, A. (1984), I subalterni calabresi tra rimpianto e trasgressione, Milano, Franco Angeli.
Pedio, N. (1997), Brigantaggio meridionale: 1806-1863, Lecce, Capone Editore.
Pirandello, L. (1937), “L’altro figlio” da Novelle per un anno, vol. II, Milano, Mondadori.

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