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Visita dei Radicali nelle carceri calabresi

Rita Bernardini
Maurizio Bolognetti, Rita Bernardini, Salvatore Colace e Giuseppe Candido in visita al Casa Crcondariale di Vibo Valentia il 6.3.2013 – Foto Francesco Lo Duca

Un dettagliato resoconto di Giuseppe Candido sulle condizioni dei detenuti delle Case circondariali di Vibo Valentia, Palmi e Reggio Calabria

di FRANCESCO LO DUCA

«La civiltà di un popolo si misura dalle sue carceri». Mossi dell’affermazione di Voltaire, deputati e senatori Radicali uscenti, hanno deciso di concludere il loro mandato parlamentare visitando alcune delle carceri italiane e, in questo «tour di civiltà», hanno ispezionando alcune delle carceri calabresi, «per verificare le condizioni di detenzione ma anche di lavoro di tutti coloro che prestano la loro opera all’interno degli istituti». In Calabria, mentre i giornali danno notizia di un altro suicidio, questa volta nel carcere di Crotone, il sei e sette marzo 2013, Rita Bernardini, deputata Radicale a termine del mandato, insieme ai Radicali Giuseppe Candido e Maurizio Bolognetti della Lista Amnistia Giustizia Libertà, hanno effettuato un “tour” di visite, sul grado di civiltà in tre delle dodici calabre galere: la casa circondariale di Vibo Valentia, quella di Palmi e di Reggio Calabria. Giuseppe Candido, uno dei partecipanti a questo itinerario carcerario calabrese, ha raccontato un’esperienza definita «toccante e formativa allo stesso tempo oltreché sicuramente rilevatrice di una scarsa civiltà del Paese in cui viviamo». Il “tuor” della delegazione radicale è iniziato dal Nuovo complesso penitenziario di Vibo Valentia, situato in località Castelluccio. I Radicali sono stati accolti e accompagnati dal direttore dell’Istituto penitenziario Mario Antonio Galati, dal comandante della Polizia penitenziaria di Vibo Valentia, Domenico Montauro e dal rappresentante sindacale Sappe (Sindacato autonomo di polizia penitenziaria), Francesco Ciccone. Nella Casa circondariale di Vibo sono in servizio 142 agenti (60 in meno rispetto alla pianta organica) che devono vigilare su 330 reclusi (la capienza organica dell’Istituto è di circa 260 ospiti). «Dei 330 detenuti – ha riferito dettagliatamente Giuseppe Candido – 123 sono in regime di media sicurezza, 204 alta sicurezza e soltanto 3 in regime di semi libertà. Sono 144 i reclusi in attesa di primo giudizio, 46 gli appellanti, 17 i ricorrenti e, soltanto, 92 quelli con sentenza definitiva; altri 17 detenuti hanno una condanna definitiva e uno o più procedimenti in corso e 7 sono in attesa di giudizio in più di un procedimento; 32 è il numero dei detenuti stranieri». Sono 160 i detenuti che frequentano corsi di istruzione e 68 lavorano in attività all’interno del carcere alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria, ossia in attività di tipo domestico quale cucina, pulizia, lavanderia o di manutenzione dei fabbricati. Di recente, è stata decretata la chiusura dell’impresa privata che all’interno del carcere gestiva il laboratorio per la lavorazione dell’alluminio. «La prima cosa che ci sentiamo dire da alcuni detenuti – ha raccontato Candido – è che il Magistrato di sorveglianza non lo vedono quasi mai. Le lamentele più ricorrenti sono quelle relative all’elevato numero di ore al giorno passate nelle camere o cubi di pernottamento e soltanto due ore d’aria, mattina e pomeriggio. Ma è l’intera comunità penitenziaria a trovarsi in difficoltà: agenti, educatori, personale sanitario sono tutti costretti a vivere e lavorare in condizioni in cui si assiste sistematicamente a condizioni disumane delle persone detenute. I detenuti lodano l’impegno del personale di custodia ma per la forte carenza di organico anche la socialità per i detenuti del carcere di Vibo è ridotta al lumicino: un’ora due volte alla settimana». Un altro fattore di criticità è stato riscontrato nel freddo che i detenuti soffrono e nelle docce, spesso fatte (tre volte a settimana) con acqua fredda per un difetto al sistema di riscaldamento. «Occorre rifare le caldaie – ha detto Candido, riportando anche il rammarico del direttore del penitenziario espresso alla delegazione del partito di Marco Pannella – ma i fondi che l’amministrazione riceve sono insufficienti». A tal proposito, c’è l’impegno assunto da Rita Bernardini di intervenire presso il Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) per richiedere il necessario finanziamento, essenziale per il ripristino dell’impianto di riscaldamento. «Un altro aspetto che stupisce – ha proseguito Candido – è che molte persone, in attesa di sentenza definitiva, sono detenute assieme a persone già giudicate con una sentenza definitiva. Questa è una delle ragioni, assieme ai ridotti metri quadrati per ciascun detenuto e all’elevato numero di ore passate nelle camere di pernottamento, per cui l’Europa ci ha condannato l’8 gennaio scorso. Ci sono però casi positivi: un detenuto, ad esempio, ha pubblicato un racconto breve nel volume “L’altra libertà” vincendo il premio letterario Casali e, durante il suo periodo di detenzione, è riuscito anche a diplomarsi in Ragioneria, grazie a un corpo docente del carcere che, egli stesso, non ha esitato a definire straordinario, per l’impegno e la professionalità».

La mattina del giorno successivo, la delegazione radicale, accolta dal direttore Romolo Pani, ha ispezionato la Casa circondariale “F. Salsone” di Palmi (Rc). «Quello di Palmi – ha raccontato Giuseppe Candido – è un ex super carcere costruito su stimolo del Generale Dalla Chiesa, nel 1979, durante gli anni di piombo. Oggi il carcere svolge la tipica funzione di istituto giudiziario per detenuti in transito e con un elevato numero di traduzioni da un carcere all’altro». Proseguendo nel resoconto, con l’ausilio del suo bloc-notes, Candido ha affermato che nella casa circondariale di Palmi «su una capienza regolamentare totale di 206 posti, il giorno della visita ispettiva risultavano detenuti 267 persone, letteralmente stipate, di cui 195 detenuti in regime di alta sicurezza e altri 73 in regime di media sicurezza. In passato però la situazione è stata anche peggiore. Solo 44 detenuti, il 16,5%, hanno almeno una sentenza definitiva per cui, tutti gli altri, sarebbero da considerarsi presunti non colpevoli. I detenuti in attesa di un primo giudizio sono addirittura 163». Come si vive nel carcere di Palmi? «Le docce nelle celle – è stata la risposta – ci saranno soltanto nel 2014, per il momento sono ancora in “batteria” ma almeno qui hanno l’acqua calda. Tra lavoro e altre attività solo 20 detenuti sono impegnati: tutti gli altri passano 20 ore al giorno in quelle che invece, ricordiamolo, dovrebbero essere celle di pernottamento. Sono 15 detenuti che frequentano la scuola media e 5 quella elementare, mentre non ci sono scuole secondarie di secondo grado. Il laboratorio teatrale c’è ma non viene utilizzato; buona la collaborazione col Comune, che ha consentito la creazione di due posti di lavoro all’esterno del carcere e dove due detenuti sono affidati in regime di semilibertà. La sanità è un aspetto dolente perché, come ha spiegato il direttore, intorno al carcere c’è “un deserto sanitario”. I rapporti con il Magistrato di Sorveglianza sono buoni, e quando viene visita le celle dei detenuti per accertarsi delle loro condizioni». L’esposizione di Giuseppe Candido va avanti nella descrizione delle celle che «dovrebbero contenere al massimo quattro persone, mentre in alcuni casi, ce ne sono stipate come sardine anche sette. Un detenuto, ci ha fatto lui stesso notare, come la sua situazione di condannato definitivo, a scontare una pena residua di oltre dieci anni, fosse assolutamente incompatibile con quella del suo compagno di cella in custodia cautelare e in attesa di giudizio definitivo. Sono queste situazioni – commenta Candido – la diretta conseguenza del grave sovraffollamento». Dopo quasi cinque ore di visita, la delegazione radicale esce dal carcere di Palmi par dirigersi alla Casa circondariale di Reggio Calabria, dove sono accolti dal comandante e dalla direttrice reggente, dottoressa Longo. «Il carcere di Reggio – ha spiegato Candido – è anche dotato di una sezione femminile che al momento della visita ospitava 34 detenute, di cui 12 in alta sicurezza». Come sono le condizioni dei detenuti nella città dello Stretto? «Anche qui – è stata la risposta – c’è sovraffollamento, con 281 persone detenute, più sei in regime di semilibertà su un totale di 190 posti regolamentari; 138 sono detenuti in regime di alta sicurezza A1, 41 in alta sicurezza A2 e 38 i detenuti in media sicurezza; 25 in transito e 12 ammessi al lavoro esterno. Ma il dato che colpisce di più, oltre a quello del sovraffollamento, è il fatto che solo 56 detenuti, il 20% circa, hanno una sentenza definitiva, tutti gli altri sono in attesa di un giudizio definitivo e pertanto presunti non colpevoli. Soltanto sei – prosegue nel suo minuzioso elenco Candido – sono i detenuti ammessi al regime di semi libertà. La casa circondariale ha anche una sezione di osservazione psichiatrica giudiziaria. Nella sezione dell’alta sicurezza, nelle celle dove i detenuti con molto meno di 7 metri quadrati ciascuno trascorrono più di 20 ore al giorno, ci sono anche i letti a castello a quattro piani e c’è un solo telefono per cui molti detenuti lamentano che i propri familiari non possono telefonare perché trovano il numero occupato. Un particolare: c’è pure un laboratorio marmi che però non è mai entrato in funzione. Non c’è la scuola superiore, ma almeno ci sono la scuola media e quella elementare frequentata da 35 detenuti». A conclusione della seconda giornata di visite ispettive nelle case circondariali calabresi di Vibo, Palmi e Reggio i radicali Rita Bernardini, Maurizio Bolognetti e Giuseppe Candido hanno affermato di non voler mollare, promettendo, «anche fuori dal Parlamento, un impegno sul diritto dei cittadini e sull’urgenza di riportare il nostro Paese nelle condizioni civili di uno Stato di diritto».

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