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Un decennio senza Bettino

Occorre ancora “una radicale ristrutturazione del sistema politico italiano in conformità con il modello delle grandi democrazie europee”

di Filippo Curtosi

garofano
il Garofano, simbolo del PSI

Il 19 gennaio ricorre il decimo anniversario della morte di Bettino Craxi in Tunisia, ad Hammamet. Per il mio amico Giuliano Ferrara Craxi “è stato un uomo di stato, un uomo politico enorme, leale, morto in esilio secondo la volontà farisaica dei suoi nemici. Un socialista autonomista, scrive Ferrara sul Foglio, cresciuto alla scuola disordinata e generosa di Pietro Nenni”. Insomma secondo il Direttore del Foglio e amico del leader del vecchio Psi, questi ha rappresentato come dire il genio tattico, il Socialismo garibaldino con una visione liberale. Nel 1989 in occasione del 45 congresso nazionale socialista, Bettino Craxi pubblicò l’introduzione di un volume “I socialisti verso il 2000” nella quale dichiarò che occorreva “una radicale ristrutturazione del sistema politico italiano in conformità con il modello delle grandi democrazie europee, dove i partiti socialisti sono la forza trainante dello schieramento riformatore”.

Quelle di Craxi erano affermazioni che oggi, a distanza di quasi 20 anni abbiamo trovato prima sulla bocca di Prodi (che fu ministro dell’Industria di un governo guidato dall’esule di Hammamet) da D’Alema ed anche da Fini e da Achille Occhetto, l’ultimo segretario del Pci, autore della svolta della” Bolognina”. Dice Occhetto nell’intervista alla Stampa del 6 gennaio scorso: “All’inizio della sua segreteria Craxi svolse un’azione positiva contro i rischi di consociativismo tra l’allora partito comunista e la democrazia cristiana tendente a porre le basi per una politica di alternativa, e li, poi fu colpa del Pci che non seppe cogliere quel momento felice della sua azione (…) dopo la svolta della Bolognina andai da Bettino. Gli chiesi, visto che c’erano molte tensioni se si potesse tentare di ricostruire intorno alle nostre famiglie l’unità. Gli proposi, di fare insieme opposizione. Lui mi rispose che,certo,sarebbe stata una cosa buona,ma che se andava fuori anche un solo giorno i suoi lo avrebbero fatto fuori”. Manca poco più di una settimana al decennale della morte di Bettino. Il suo oppositore più irriducibile fu Eugenio Scalari, il fondatore de “la Repubblica” di cui chi scrive è fedele lettore da sempre e che quando il segretario del vecchio Psi era l’uomo più potente d’Italia ha avuto il coraggio di criticarlo in maniera pesante e pubblica con una serie di interventi che vanno dal 1983 al 1992 ed apparsi sull’Avanti e che il direttore del giornale socialista Antonio Ghirelli pubblicava regolarmente con lo peseudonimo di Pannaconi provincia di Catanzaro. In questi giorni leggo tra le vecchie carte alcuni editoriali di Eugenio Scalari di quel periodo: “Berlinguer lo attacca come se fosse il pericolo pubblico numero uno e lui non gli risponde…Con Forlani adotta un atteggiamento di massima freddezza…Sull’aborto rintuzza Papa Wojtyla (..) Nell’anticomunismo del Psi non c’è assolutamente nulla d’illegittimo…Le tesi di Craxi testimoniano solide letture a cominciare da Proudon. Un uomo politico ed uno statista insieme. C’è ne pochi in circolazione (…) Craxi ha avuto un tono calmo,un timbro alto,un approccio non rissoso (…). Questo prima del 1993. Dopo,un po’ per calcolo un po’ per essersi trovato un nuovo padrone lo stesso Scalari tuonava: “Vergogna, assolto Craxi (…) Il latitante di Hammamet, e da ultimo gli insulti di Giorgo Bocca prima socialista pure lui assieme a tanti altri e poi scappato. Ma torniamo al congresso socialista dell’89. Gli altri passaggi dell’introduzione: “Il Psi deve assolvere al suo compito di forza riformatrice moderna, consapevole delle esigenze di stabilità e governabilità di una società avanzata, sensibile alle istanze nuove che vengono dalla società stessa al fine di favorire e salvaguardare l’ambiente, per favorire la distensione e sviluppare la cultura della pace, per fare dell’Italia un paese in cui siano ridotte le disuguaglianze sociali, la giustizia sia giusta, i servizi efficienti, le opportunità di impiego eque e coerenti con le capacità dei singoli”. Era quello il congresso che doveva consacrare alcuni valori come la meritocrazia, l’equità, la giustizia sociale.

Il segretario del Psi aveva un piano però che era a mio avviso molto precario in quanto poi alla fine presupponeva la conquista del potere in ogni angolo del paese e la riductio ad unum e cioè della riduzione totale e fatale a sé, alla sua persona ed a tutti quei craxisini imperanti per l’Italia e soprattutto in Calabria: una sorta di associazione di fedeli, una sorta di oligarchia regionale, provinciale che al primato della politica amavano il potere per il potere. Il diritto della forza e non la forza del diritto. Turatiano, Nenniano, anticomunista. Fu prima di diventare segretario del Psi nel 1976, vice di Giacomo Mancini e Francesco De Martino poi. Riesce ad imporre per la prima volta un socialista al Quirinale: Sandro Pertini. Per il tempo fu uno scandalo l’elezione del vecchio partigiano socialista. Fu in quel tempo che fece scomparire la falce ed il martello su libro e sole nascente con il garofano rosso. Craxi fu il primo socialista a diventare primo ministro in Italia.

Se oggi si può devolvere l’8 per mille e delle offerte deducibili per il clero lo si deve a lui: il 18 febbraio di 20 anni fa firma la revisione del Concordato tra lo Stato Italiano e la Santa Sede. Poi venne Sigonella, il Caf, il Referendum, Mani Pulite e la morte in esilio.

Oggi, di fronte a ripensamenti, dialettica, separazioni, insomma di fronte ad uno scheggiarsi e proporsi di spezzoni dell’ex Partito Socialista,ci sono dei compagni che lavorano da molto tempo per la riunificazione della diaspora socialista. Di positivo, c’è il fatto che la questione socialista è evidentemente sentita. Questo significa che è anche avvertita anche da altre forze politiche. Non può essere elusa.

I tanti gruppi socialisti che hanno una storia, una cultura, un linguaggio politico: quello degli anni Ottanta che cambiarono l’Italia, la fecero più libera, innovarono linguaggio ed idee anche se l’ideologia comunista e il doroteismo democristiano tiravano il freno, le oligarchie si mettevano di traverso. Poi vennero i soldi, il muro di Berlino e una certa politica . Riformisti contro rivoluzionari per professione: il risultato è sotto gli occhi di tutti. Oggi gli ex Pci affermano che “avevano ragione loro.. Vedo i socialisti frantumati in un pulviscolo di partitelli, di Club, di Associazioni in lotta tra loro. Si fanno e disfanno patti, si stipulano e si capovolgono alleanze, ci si scambia giuramenti, li si viola, ci si scanna: in pratica tutti vorrebbero comandare. Alla fine la partita è persa per tutti o quasi perché le forze si equivalgono e nessuno poi conta granché.

L’ambizioso progetto che ricreava un soggetto che copriva l’area socialista non può non fare i conti con tutta la sinistra, compreso i Democrat o quello che di questo partito resterà. La cultura socialista è una sorta di protettorato culturale e i socialisti sanno che la politica quella con la P maiuscola è Cultura. Ci vuole un nuovo progetto? Si, un nuovo progetto che si fondi sui valori della tradizione del socialismo italiano in una società, quella odierna, che cambia continuamente. Senza i socialisti questo non è possibile. Esiste quindi ancora una questione socialista? Certamente. Ormai le risposte che vengono date alla questione socialista si stanno chiarendo. Chi può negare per esempio che dal punto di vista dell’evoluzione della cultura socialista le tesi che furono sviluppate nel vecchio Partito Socialista, in particolare da Martelli restano valide ancora oggi. Certo dopo la scomparsa del Psi e dell’area laica i socialisti si sono ritirati nel loro privato o si sono sparsi da tutte le parti ed hanno finito per non contare realmente nulla. Occorre ricominciare a legare il filo rosso, avviare la rifondazione socialista, ricomporre la diaspora, ricostruire un’area di dibattito e di riflessione.

Per questo era nata, l’Associazione “Socialismo è Libertà”, che non è un partito e non è incompatibile con l’appartenenza agli attuali partiti della sinistra. In Calabria questo è ancora più importante ed uomini del calibro di Casalinuovo, Zito, Sandro Principe, Zavettieri, Olivo, Mancini ed altri rappresentano la storia del socialismo calabrese per aver inciso fortemente con una azione socialista che ha lasciato i segni più profondi ancora oggi. Oggi i problemi soprattutto economici e sociali sono più acuti ed il centro destra non è stato capace di offrire una prospettiva di sviluppo. La Calabria però possiede le forze vive, politiche, sindacali, intellettuali ed imprenditoriali e soprattutto giovanili per misurarsi con le sfide del terzo millennio. Per questo La Rosa Nel Pugno voleva avviare con tutte le forze un confronto per costruire insieme una prospettiva di crescita culturale, civile ed economica per la Calabria e per l’Italia. Certo servono alcune cose.

Primo: occorre disarticolare questo bipolarismo. Secondo: il riformismo è socialista ed è Italiano o non è: il PSI ha inventato il riformismo. Terzo: occorre andare verso la Terza Repubblica:

Occorre, infine, ridefinire il proprio ruolo, che sia un ruolo appunto riformista e socialista e che possa incidere nei processi in atto. E’ necessario però che i valori riformisti continuano a permeare la società civile ed essere elemento portante nella costruzione della Nuova Europa: oggi, c’è una forte richiesta d’autentico riformismo che resta ancora inevasa.

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