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Bolognetti in sciopero della fame a sostegno di @MarcoPannella

E per una risposta ‘paranormale’ dalla Regione Lucania sui dati ambientali.

Il catasto rifiuti della Basilicata resta “segreto”. Perché? L’addetto è stato distaccato in un altro ente e si è portato via documenti e password. … Esilarante!

per cura di Giuseppe Candido.

Che la nonviolenza di Maurizio sia d’esempio a tanti compagni Radicali

Maurizio Bolognetti, componente della giunta di Radicali italiani e segretario di Radicali Lucani, è (pure lui) in sciopero della fame (che palle!, direbbe qualcuno) ad oltranza (a ri-che Palle!) da mercoledì 11 febbraio. Al sostegno degli obiettivi dello sciopero della fame e dell’iniziativa nonviolenta intrapresa da Marco Pannella (che sono quelli dell’amnistia e dell’indulto individuati come “obblighi giuridici” per lo Stato italiano nel messaggio costituzionale – unico in nove anni di mandato – del Presidente della Repubblica emerito Giorgio Napolitano, inviato alle Camere l’8 ottobre 2013 e rimasto inascoltato), Bolognetti ha aggiunto un altro obiettivo, che potremmo definire “ambientale, ecologico”, alla sua azione nonviolenta di sciopero della fame ad oltranza, ma che riguarda sempre la richiesta alle Istituzioni di rispettare la loro stessa legge, il loro diritto e i diritti dei cittadini. Maurizio sa bene che la nonviolenza, uno sciopero della fame, soprattuto se fatto ad oltranza, non lo si può fare per protesta. La nonviolenza è sempre proposta. Per questo il segretario di Radicali lucani nel denunciare il mancato rispetto da parte delle istituzioni regionali lucane del codice dell’ambiente e delle normative nazionali e comunitarie in materia di diritto all’informazione e alla conoscenza dei dati ambientali, contemporaneamente chiede di attuare quella trasparenza che la stessa legge nazionale e sopranazionale prevedono ma che in Basilicata di fatto non c’è.

Ma andiamo per ordine. Autore di diverse pubblicazioni sui danni ambientali e alla salute umana derivanti dallo sfruttamento degli idrocarburi in Basilicata (tra cui Le mani nel petrolio, ed. Reality Book, 2013), quando Bolognetti interviene ai microfoni di Radio Radicale intervistato da Lanfranco Palazzolo è un fiume in piena. Incontenibile. 

Il giornalista riesce a fare un’unica e sola, iniziale, domanda sulle ragioni dell’iniziativa nonviolenta. Dopo aver detto: “Buongiorno!”, agli ascoltatori ama anche un po’ a se stesso, al suo sesto giorno di digiuno, Bolognetti esplode:

“Intanto a sostegno degli obiettivi dell’iniziativa nonviolenta di Marco”. Obiettivi che Bolognetti richiama brevemente riferendosi al messaggio diffuso dalla radio. 

“Ma c’è anche un’altra questione che è questione” – avverte subito – “sempre di restaurazione della legge e della legalità, in un Paese perso nelle ragion di Stato e che ha smarrito anche nei meandri regionali lo Stato di Diritto. Un Paese dove si concretizza quotidianamente, giorno dopo giorno, un attentato ai diritti civili e politici dei cittadini italiani, di uno Stato che è “Stato canaglia” sul fronte della Giustizia, così come lo è sul fronte della tutela ambientale e del rispetto del diritto comunitario a presidio della tutela ambientale e della tutela della salute umana (… e con essa di quella delle specie animali e vegetali, ndr)”.

E si spiega meglio. Nel dettaglio Bolognetti diventa tecnico, consapevole, come dice lui, del diritto, dei diritti e della legge.

“E’ uno sciopero della fame oltreché a sostegno dell’azione nonviolenta di Marco, anche su una questione che è quella, in Basilicata, prima del mancato rispetto dell’art. 251 del Codice dell’ambiente (Dec. legislativo n. 152/2006 c..d. T.U. Ambiente, ndr) e adesso del mancato rispetto dell’articolo 189 dello stesso Codice dell’ambiente. La sezione regionale lucana del catasto rifiuti istituita presso l’Arpa Basilicata, di fatto non c’è”. 

Poi continua nella spiegazione: “Lo abbiamo scoperto”, dice Bolognetti, “solo perché un paio di mesi fa, avendo chiesto accesso agli atti per ottenere informazioni sui rifiuti speciali e pericolosi prodotti da ENI, ebbene, il direttore dell’Arpa Basilicata, il dott. Aldo Schiassi, ci ha risposto che non è in grado di fornirci le informazioni richieste perché, verrebbe da dire, l’unico funzionario addetto al catasto rifiuti istituito presso l’Arpa Basilicata è andato via con le password e con i documenti. Anzi, cito testualmente la risposta di Schiassi”, dice mentre si mette a leggere: …

«E’ stata inoltre inoltrata un’urgente richiesta formale di rimessione alla scrivente amministrazione della documentazione elaborata e prodotta relativamente agli anni di riferimento».

E prosegue, ed è difficile distinguere ciò che Bolognetti legge da ciò che dice di suo ventre. È fluviale, appunto. Sciopero della fame sì, della parola mai. 

“Parliamo di dati” – rimarca – “riguardanti rifiuti speciali e pericolosi prodotti dalle compagnie petrolifere che operano in Basilicata. Il direttore di Arpa Basilicata, a richiesta di accesso agli atti per conoscere queste informazioni, risponde che non è in grado di fornirle perché l’impiegato, traduco la risposta se non fosse già chiara, è andato via con i documenti distaccato in altro ente”.

Ridicolo, paradossale? Macché. Per Bolognetti la risposta avuta, dice, 

“è una risposta ‘paranormale’, ma sicuramente una risposta che spinge a dire che siamo difronte a una palese violazione della direttiva 2003/04 CEE avente ad oggetto il diritto di accesso del pubblico all’informazione ambientale, siamo difronte a un’evidente violazione del Regolamento 1367/2006 della Unione Europea, del Parlamento e del Consiglio sull’applicazione della Convenzione di Aarhus, siamo difronte a una palese violazione della stessa Convenzione di Aarhus; e siamo difronte a una palese violazione del decreto legislativo n°33 del 14 marzo 2013 che recita un termine che” – aggiunge – “a me non piace: trasparenza”. Per Maurizio Bolognetti, infatti, “sarebbe più corretto parlare di diritto alla conoscenza”. 

E cita il decreto 33/14, quello che definisce in modo prolisso da fare un baffo a Pannella, “la legge, il diritto, le convenzioni comunitarie e il diritto alla conoscenza che non c’è”, e legge il decreto:

«La trasparenza, …» – aggiunge di suo: un “si sturino le recchie quelli della giunta regionale lucana ad iniziare dal Presidente Pittella” – Poi riprende la lettura del decreto: «La trasparenza è condizione di garanzia delle libertà individuali e collettive nonché dei diritti civili, politici e sociali, integra il diritto a una buona amministrazione e concorre alla realizzazione di un’amministrazione aperta e al servizio del cittadino».

Dopo aver citato il decreto, Bolognetti sottolinea la situazione con parole durissime rivolte ai dirigenti dell’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente lucana: 

“Arpa Basilicata, da troppo tempo, ha tradito la sua missione e non è al servizio del cittadino, e non è un ente a tutela della protezione dell’ambiente, men che meno a tutela della salute umana. E verrebbe da dire la stessa cosa per il Dipartimento Ambiente (della Regine, ndr) che vìola l’articolo 251 del Codice dell’Ambiente da dieci anni, e cioè non c’è l’anagrafe dei siti da Bonificare in Basilicata e, difronte a tutto questo, il Presidente della Regione Basilicata, Marcello Pittella, ancora una volta tace”. Su Pittella ironizza un po’ “Ha anche la faccia tosta”, dice Bolognetti, “di scrivere sul suo spazio twitter che chi osa prendere i panni del cittadino dovrebbe prendere una camomilla. Bene, io dico invece al Presidente Pittella che, forse, lui farebbe bene a prendrsi, anzi, a farsi un bel bicchiere di vino, e che forse dovrebbe comprendere, il Presidente Pittella, che se vuole davvero onorare la sua funzione e il mandato degli elettori (in elezioni anti democratiche come quelle lucane del 2013 in cui hanno votato solo il 39% degli aventi diritto) deve operare per garantire il rispetto della legge, del diritto e dei diritti e, oserei dire, anche dell’Istituzione che rappresenta. Purtroppo prendo atto, ahi noi, che l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Basilicata, ma come poteva essere diversamente?, è diventato un luogo, un terreno di scontro tra beghe di regime partitocratico e, oserei dire, anche sindacato-cratiche”.

Poi Bolognetti, nel terminare il suo intervento non può far altro che scusarsi con il giornalista, Lanfranco Palazzolo che non gli ha potuto chiedere altro:

“Mi scuso con te”, gli dice, “ma io la chiudo così: non trovo parole migliori per chiudere questo collegamento se non citando la nuda verità di un testo che troviamo sul sito di Radio Radicale, per provare a spiegare perché la nonviolenza, perché il satyagraha, perché lo sciopero della fame: perché noi diamo letteralmente corpo alle nostre convinzioni, noi diamo letteralmente corpo alla legge, alle leggi, perché il potere che le impone esso stesso le applichi e le rispetti”. E rivolto a Pittella e al direttore dell’Arpa Basilicata chiosa: “Trovate il funzionario che avete distaccato presso altro ente, fatevi ridare i documenti, fatevi dare le password, ripristinate il funzionamento del catasto dei rifiuti ai sensi dell’articolo 189 del Codice dell’Ambiente e garantite il sacrosanto diritto di tutti e di ciascuno a poter avere accesso alle informazioni ambientali quali quelle sui rifiuti speciali e pericolosi, in questo caso, prodotti dalle compagnie petrolifere”.

Non c’è dubbio, ha ragione Marco Pannella quando dice che Bolognetti è un esempio di ciò che un Radicale, con la sola “arma” della nonviolenza, può fare sul territorio. E allora dico io: Bah, a me pare che l’anagrafe dei siti da bonificare non ci sia neanche qui in Calabria. Sul sito del Dipartimento dell’Ambiente della Regione c’è un elenco pubblico di 587 siti inquinati a diverso livello di rischio da bonificare. Ma manca ancora sia una disponibilità reale dei dati perché i siti sono inseriti con il nome del Comune e della località ma non sono georeferenziati né riportati su un’apposita carta in modo da poter essere conosciuti dai cittadini, sia l’origine dell’inquinamento rimane sconosciuta nell’elenco come sconosciuta ai cittadini rimane anche l’eventuale stato di avanzamento delle bonifiche. 

Come niente si sa, in Calabria, di quei centotrenta agglomerati urbani calabresi coinvolti nella procedura d’infrazione 2014/2059 per violazione della direttiva 91/271 a causa del cattivo trattamento delle acque reflue urbane. E penso che anche in terra di Calabrie, ci sono numerose violazioni del diritto a vivere in un ambiente sano; e ciò avviene, anche qui da noi, per colpa dell’ignavia di una politica che, dal 2012, ha dimenticato di aggiornare il Piano dei Rifiuti condannando i cittadini calabresi alla precarietà dell’emergenza. E ha dimenticato cosa sia lo stato di diritto e il rispetto della legge. E penso che anche qui da noi, in Calabria, potremmo e dovremmo fare una battaglia. Fare di più della pubblicistica. E siccome la legge che prevede il catasto dei rifiuti, soprattutto quelli speciali e pericolosi, è una legge nazionale del 2006 e esplicitamente richiede che il suddetto catasto sia istituto, come sezione regionale, presso tutte le agenzie regionali per la protezione dell’ambiente, mi sono chiesto se, presso l’ArpaCal, l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Calabria diretta dalla dott.ssa Sabrina Santagati, ci sia o meno quel famoso catasto dei rifiuti speciali e pericolosi la cui assenza fa incazzare Bolognetti e se, soprattuto, sia concretamente fruibile e consultabile dai cittadini. Anche perché – pure in Calabria – di rifiuti pericolosi ce ne sono: da quelli prodotti quotidianamente dal termo-valorizzatore di Gioia Tauro a tutti quelli che si estraggono dalle bonifiche in corso sino a quelli ancora disseminati sul territorio come a Crotone. Bene, anzi, male. Neanche sul sito dell’ArpaCal si trova una sezione espressamente dedicata al catasto dei rifiuti, né tantomeno di quelli speciali e pericolosi come dovrebbe essere per legge. Dovremo anche noi fare istanza di accesso agli atti e vedere cosa ci rispondono.

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Passeggiando sui rifiuti

di Giovanna Canigiula

La vicenda è nota. Nel crotonese 70 mila m³ di materiale altamente tossico e radioattivo, pari a 350 mila tonnellate, miscelato con polveri provenienti dall’Ilva di Taranto e impastato col cemento, sono stati impiegati, come materiale edilizio, per la realizzazione dei cortili di tre scuole, di alloggi popolari, villette, centri commerciali, strade e perfino di una banchina portuale. Le indagini, avviate nove anni fa, hanno portato all’iscrizione nel registro degli indagati, con l’accusa di associazione a delinquere, di sette persone: il legale rappresentante pro tempore della Pertusola Sud, quelli di tre imprese edilizie (due di Crotone e una di Parma), tre funzionari dell’ex Presidio multizonale di prevenzione dell’ex Azienda sanitaria di Catanzaro.

Gli scarti industriali tossici erano prodotti dalla Pertusola Sud, stabilimento dell’Eni nato negli anni Venti su iniziativa della compagnia tedesca Rotschild e addetto alla produzione di zinco, di cui riusciva a coprire quasi la metà del fabbisogno nazionale. La Pertusola, insieme alla Montedison, è stato l’unico vero polo industriale della Calabria. Chiuso nel 1994, dopo una crisi del settore che si trascinava da circa tre anni, aveva lasciato sul lastrico i 700 operai che vi lavoravano. Nel 1998 era scoppiato il primo scandalo che aveva portato, l’anno successivo, all’arresto dell’allora assessore regionale all’ambiente e all’apertura di un’inchiesta: la Guardia di Finanza di Trebisacce, comune del cosentino, aveva infatti sequestrato una discarica abusiva di 15 mila tonnellate di rifiuti in un terreno agricolo di Cassano Jonio. Si era così scoperto che la Pertusola, per aggirare i costi dello smaltimento, trovandosi l’unico impianto preposto in Sardegna, ne aveva affidato la gestione all’ATMC SUD, azienda che lavorava in subappalto per la IMI Chimica di Milano e per la Eco Italia di Roma. L’AMTC era riuscita ad ottenere da un funzionario regionale una deroga amministrativa alla legge e, dotatasi di uno schiacciasassi e di una pala meccanica, aveva impastato i materiali radioattivi con cemento seppellendoli, oltre che nel cosentino, in altre aree sulle quali ci si apprestava ad indagare. Secondo gli inquirenti del NISA, nucleo che indaga su sanità e ambiente, esistevano due videocassette che filmavano il modo in cui gli operai delle imprese Crotonscavi eCiampà mescolavano i rifiuti tossici che poi seppellivano nei cantieri, ma una è risultata introvabile e l’altra è giunta in Procura cancellata. Non solo: parte dei rifiuti finiva in mare, probabilmente nella riserva protetta di fronte a Crotone. La conferma è venuta da un ex caporeparto della Pertusola: ordine di servizio della fabbrica era proprio di scaricare  a mare, ogni due o tre giorni, i prodotti eccedenti.

Da anni Legambiente lanciava appelli, rimasti inascoltati, sulla presenza di depositi di rifiuti tossici e nucleari nel territorio calabrese e sulla presenza di navi affondate nei mari limitrofi, sollecitando l’intervento dei responsabili regionali perché venisse attuato un sistema di controllo e monitoraggio, allo scopo di verificare anche le incidenze sulla salute. A Reggio Calabria l’esecuzione delle indagini era stata affidata, dalla Procura della Repubblica, a un’impresa con interessi nel campo che, guarda caso, non aveva trovato nessuna delle navi accuratamente indicate sulla carta. Nel “bidone Calabria”, secondo una definizione di Legambiente, mancano discariche controllate e a norma di legge, i rifiuti vengono collocati alla bell’e meglio sfruttando norme temporanee ed eccezionali, sono pochi e mal funzionano i depuratori, nessuno interviene a frenare lo scarico abusivo nei mari, i fiumi sono fossi di scolo di acque luride. Eppure, la Regione “non è riuscita a realizzare un piano sanitario né un piano di controllo del territorio né  un piano per la realizzazione di discariche e l’individuazione delle zone in cui collocarle né un piano per il controllo degli scarichi fognanti e dei depuratori”. DalRapporto Ecomafia 2008 la Calabria risulta essere la quarta regione in Italia per gli illeciti ambientali, legati a doppio filo con le attività criminali di stampo mafioso, ma non si ipotizza al momento, nel caso di Crotone, alcun collegamento con la ‘ndrangheta, sebbene l’impresa Ciampà sia stata oggetto di indagine in tal senso negli ultimi anni e il suo rappresentante legale sia un sorvegliato speciale.

Il mondo politico stupisce. Ieri il Governatore della Calabria, A. Loiero, dai microfoni di Uno mattinaha indicato l’Eni e lo Stato  quali responsabili del disastro: il primo perché, quando ha chiuso negli anni Novanta, ha lasciato  in eredità disoccupati e veleni, ma non ha realizzato la bonifica di un’area che era stata riconosciuta sito nazionale da disinquinare; il secondo perché ha nominato dieci anni fa, senza ottenere nulla di fatto e senza chiederne conto, un Commissario per l’emergenza ambientale.  Loiero ha dichiarato di avere subito stornato 15 milioni di euro dai fondi Por, destinandoli al lavoro di indagine di una task force di ricercatori nominata dalla Regione Calabria e composta dall’ Unical, dal Politecnico delle Marche, dalle Università di Cagliari, Napoli e Siena, dallo Iamc- Cnr e dalla Stazione zoologica di Napoli. Primi campi di indagine: terreno, aria, alimenti. Quindi, costa e mare. La Regione Calabria, ha aggiunto Loiero, si costituirà in giudizio come parte civile.

Pari sgomento a Crotone, dove ieri si è tenuta una  lunga e affollata seduta del Consiglio comunale. Ho chiesto ragguagli, oggi, a uno dei consiglieri di maggioranza, il prof. F. Pesce,  che mi ha rilasciato una lunga dichiarazione: “I cittadini hanno diritto alla verità e devono essere continuamente informati sulle soluzioni che si prospettano e sulle fasi di attuazione. Abbiamo istituito un’apposita Commissione che lavorerà a stretto contatto con i comitati cittadini per monitorare assieme la difficile soluzione. Ciò che bisogna condannare è il silenzio di quella classe dirigente che, in passato, sapeva, avrebbe potuto fare e non ha fatto e la cui assenza ha, in un certo qual modo, determinato l’indifferenza della collettività che si è allontanata dalla politica”. Secondo Pesce “la politica ha una funzione vitale per una città come Crotone e il vero politico è colui che cerca di prevenire, con interventi significativi, i problemi di qualsivoglia natura, senza aspettare che gli stessi possano incancrenirsi per poi divenire irrisolvibili. Il consenso dell’elettorato va rispettato, stima e fiducia vanno contraccambiate: si rende, dunque, necessaria una svolta che consenta un diverso percorso in grado di recuperare alla politica la piena fiducia della collettività”. Alla domanda su come la sua amministrazione intenda procedere, Pesce ha risposto che “innanzitutto essa si costituirà parte civile nel procedimento in corso” e ha aggiunto che “tocca all’Eni risanare la situazione come ha fatto altrove, ma è necessario che gli enti locali possano controllare i lavori sia in fase di progettazione che di realizzazione. Per intanto si hanno i primi risultati dei controlli effettuati sull’aria e sull’acqua potabile nelle aree interessate e sono negativi. Anche le due centraline messe nelle scuole interessate, per verificare l’aria, hanno dato esito negativo”. A quanti protestano per l’assenza di un piano territoriale, il consigliere risponde che esso “non può essere approntato finché le indagini della magistratura non saranno concluse. Al vaglio è, comunque, anche l’istituzione di altre commissioni che affrontino problemi vitali per Crotone come l’aeroporto, la stazione, l’università, perché turismo, cultura e lavoro sono la via che consente di dare a questa città ciò che realmente merita, anche in virtù dei suoi trascorsi”. Pesce si è da ultimo soffermato sul diritto al lavoro e alla salute, ricordando il padre che, per 25 anni, ha lavorato nel polo industriale di Crotone dove molti, respirando i vapori, si sono ammalati di cancro o, nel migliore dei casi, hanno perso i denti: “Non si può essere indifferenti alla morte. Anche se i siti inquinati e causa di inquinamento hanno offerto lavoro a migliaia di cittadini, non va dimenticato che lo stesso lavoro è stata causa di mali incurabili. Il lavoro è un diritto, ma la vita è un bene incommensurabile”.

Difficile dire a quali risultati definitivi porterà l’indagine in corso. Altrettanto difficile è capire in che modo, in un terra dalle forti connivenze tra politica, imprenditoria e criminalità organizzata, si potrà affrontare il problema rifiuti. Occorre, però, che maturi una maggiore coscienza dei singoli e della collettività, riunita magari in comitati, come sta accadendo a Crotone. Ma non a disastro avvenuto. Mi sovviene la proposta radicale dell’anagrafe pubblica degli eletti: brutta parola ma utile, forse e non solo, in terre sinistrate, dove di rado ci si prende la briga di seguire un consiglio comunale o chiedere di poter  prendere in visione le delibere di giunta. Piccoli passi, piccolissimi, per un controllo diretto di ciò che si decide intorno a noi.

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