Archivi tag: rapporto eurispes

Carne da Lavoro

di Giovanna Canigiula
                                                                  

 

 

                                                                                                                                                                                              Ce n’est qu’un debut

Il Rapporto Italia 2010 dell’Eurispes racconta un paese sull’orlo del collasso: viviamo in un ‘cantiere aperto’ con costi altissimi per l’economia e un rischio concreto per la ‘tenuta stessa della democrazia’, in cui non c’è capacità progettuale, gli stipendi sono i più bassi dei paesi industrializzati, è costante il peggioramento delle condizioni di vita di fasce sempre più ampie della popolazione, si continuano a perdere posizioni nelle graduatorie internazionali della competitività e del reddito. E’ anche in crescita il reato di corruzione, per il quale occupiamo il sessantatreesimo posto su 180 paesi osservati: l’abuso d’ufficio quello più contestato, punta di un iceberg di cui non si intravvede il reale sommerso. Il sud d’Italia la regione più corrotta, la sanità il settore in cui si registra il maggior numero di denunce. Meno di un italiano su 100, si legge nel Rapporto, guadagna più di 100 mila euro all’anno e 100 sono i miliardi annualmente evasi, ma è una denuncia al ribasso. Da quanto si legge altrove, cifre da capogiro, fino a 5.560.000, costituiscono il trattamento economico dei primi cento manager delle aziende italiane. Un mondo sempre più in bianco e nero, regolamentato dalle selvagge leggi di un mercato che ragiona su numeri senza scorgervi volti e storie. E poi le uscite: gli incidenti sul lavoro, nel 2008, sono stati 874 mila, con costi per oltre 40 miliardi di euro che, se si aggiungono gli incidenti stradali, diventano 70 miliardi e passa. I disoccupati sono più di due milioni ma nel conto non sono compresi i cassintegrati, decine di migliaia i posti persi e con scarse possibilità di reinserimento per molti, 800.000 circa dall’inizio della crisi, addirittura raddoppiate le domande di disoccupazione in un anno. E’ chiaramente emergenza. E di lavoro si muore: oltre 1.300 i morti lo scorso anno, un bollettino costruito per il 60% nei comparti dell’edilizia e dell’agricoltura, con picchi al sud e fra gli extracomunitari. E c’è pure chi muore per mancanza di soccorso: sono gli irregolari, abbandonati in tutta fretta per evitare fastidi.

Il lavoro uccide, dunque, in tanti modi: perché non sono rispettate le norme sulla sicurezza, perché lo si perde, perché non lo si trova. L’intera nostra esistenza è programmata in sua funzione: noi siamo perché lavoriamo e siamo il lavoro che facciamo. La nostra mente è strutturata dal lavoro: pensiamo, ci rapportiamo agli altri, modelliamo il nostro carattere, siamo stanziali o mobili, fabbrichiamo amicizie e abitudini sempre sotto il segno del mestiere e così, per il suo tramite, non solo mangiamo, ma arriviamo a una diversa definizione di noi. Il lavoro è anzitutto danaro. E il danaro ci fa padroni o servi, pochi o massa, con potere decisionale o attitudine alla sottomessa sopportazione, ricattatori ricattabili e ricattati. La disperazione da lavoro ci rende potenziali assassini: di chi ci vessa o di chi trasciniamo con noi quando il buio della sopravvivenza con responsabilità verso terzi si fa fitto. E’ la stagione, questa, delle catene e delle proteste sui tetti: da nord a sud, gli espulsi dal mercato montano tende all’addiaccio per urlare a governo, politici e aziende il dolore di un’esistenza condizionata dal salario. Il megafono puntato al cielo contro il silenzio, perché questo è anche il tempo in cui affidarsi ai mediatori sindacali non basta e le lotte le devi rendere visibili da te. Tra fabbriche che chiudono e fabbriche che delocalizzano, società private dal breve respiro che hanno in subappalto il subappalto del subappalto, il benservito può arrivare anche senza preavviso, dalla sera al mattino e addio retribuzione: baciati dalla sorte persino i poveri della terza settimana al massimo, quelli comunque con bollette e affitti arretrati, pasti saltati o mendicati, stracci rimediati. Con dolorante dignità. Paradossi mostruosi di un fallito capitalismo: vite che vorrebbero consumarsi nel lavoro per le necessità essenziali e che si ritrovano spesso inghiottite da marciapiedi e ricoveri di fortuna, quando pure la casa non c’è più. Cervelli congelati, perché il pensiero si fa uno e ossessivo. Fuori il resto. Il lavoro.

A un certo punto della nostra vicenda umana ci siamo provati a seguire le inclinazioni e ci siamo sentiti liberi, secondo formula giuridica, perché in grado di coniugare, sull’ambiguo filo dell’autonomia, dovere e piacere. La crisi, quando è arrivata, ha atterrato la politica, che ha prontamente proposto la scappatoia interinale e rubato il verso alle galline, co.co.co., spacciandoli per opportunità straordinaria di misurarsi con le proprie capacità creative, competitive, dinamiche: se sai reinventarti, hanno detto, sei un vincente. Destra e sinistra si sono strette le mani e hanno poi codificato la sistemazione clientelare, il sindacato si è fatto bottega, è nato il mito dell’uomo che si fa da sé senza troppi scrupoli e abbiamo mandato il modello a governare, piccoli artigiani e piccoli imprenditori hanno cominciato ad essere stritolati insieme ai lavoratori, l’occupazione sottopagata a tempo determinato è stato salutata come un sollievo donato. Piano piano la massima ambizione è coincisa con la ricerca di un impiego, qualunque esso fosse e a qualunque condizione, mentre l’instabilità è arrivata a mettere contro il licenziato col cassintegrato, l’italiano con l’extracomunitario, l’operaio della fabbrica con la donna delle pulizie. Il mondo del lavoro ha conosciuto forti divisioni. Secondo il sociologo Luca Ricolfi 400.000 italiani che hanno perso il lavoro sono stati rimpiazzati con stranieri regolari, perché il nostro sistema economico crea solo posti poco appetibili e non adeguati alla nostra immagine di noi stessi: gli stranieri, anche se qualificati, sono disposti a lavorare anche a Natale e alle otto di sera e costano meno di un operaio nostrano. Sarà davvero solo così, se anche l’impiegato di un call center lasciato a spasso si dispera e l’operaio disoccupato si dà fuoco?

Oggi che i drammi si allargano a macchia d’olio e si consumano in diretta televisiva, ci tocca sentire Santo Versace che dichiara che basterebbe contrastare la grande evasione fiscale, anche solo quella più di superficie, per rimediare a queste sparse disperazioni: e che ci fa lui al fianco dell’evasore principe nonché protettore dei grandi evasori? E Bersani, che bacchetta per quanto accade, non arriva dritto dritto da scelte economiche assai vicine a quelle di un governo il cui leader non è mai stato seriamente messo in discussione o frenato nell’esercizio dell’abuso? Se l’impunibilità regolamentata ha avuto l’avallo dell’opposizione anche quando questa è stata promossa a governare e se alla politica e al sindacato si è concesso di trasformarsi in agenzie di collocamento, perché mai l’operaio non avrebbe dovuto sognare di svoltare con pari disinvoltura, consegnando il paese nelle mani di affaristi senza scrupolo che poco si curano della rovina? E non è sempre l’ex Pci con vocazione socialdemocratica che corteggia l’Udc, il partito che nel Mezzogiorno incassa voti in cambio del corrotto mantenimento dell’esistente? Quello stesso che propone, per bocca di D’Alia, di fare marcia indietro nella lotta al lavoro nero e di stralciare la direttiva europea sul tema, per restare sulla scia tracciata della Bossi-Fini di lotta all’immigrato e basta? Ancora chiacchiere e sull’orlo dell’abisso. Un spaventoso abisso per tutti, si spera, non solo per i poveracci che volevano seguire il modello vincente o si accontentavano ormai di essere al più macchine a basso costo e non solo per l’ex ceto media che precipita a rotta di collo ma anche per i burattinai della politica, quelli che hanno fatto carta straccia degli interessi del popolo curando i loro e cedendo alle lusinghe del grande potere economico .

Share