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Bolognetti in sciopero della fame a sostegno di @MarcoPannella

E per una risposta ‘paranormale’ dalla Regione Lucania sui dati ambientali.

Il catasto rifiuti della Basilicata resta “segreto”. Perché? L’addetto è stato distaccato in un altro ente e si è portato via documenti e password. … Esilarante!

per cura di Giuseppe Candido.

Che la nonviolenza di Maurizio sia d’esempio a tanti compagni Radicali

Maurizio Bolognetti, componente della giunta di Radicali italiani e segretario di Radicali Lucani, è (pure lui) in sciopero della fame (che palle!, direbbe qualcuno) ad oltranza (a ri-che Palle!) da mercoledì 11 febbraio. Al sostegno degli obiettivi dello sciopero della fame e dell’iniziativa nonviolenta intrapresa da Marco Pannella (che sono quelli dell’amnistia e dell’indulto individuati come “obblighi giuridici” per lo Stato italiano nel messaggio costituzionale – unico in nove anni di mandato – del Presidente della Repubblica emerito Giorgio Napolitano, inviato alle Camere l’8 ottobre 2013 e rimasto inascoltato), Bolognetti ha aggiunto un altro obiettivo, che potremmo definire “ambientale, ecologico”, alla sua azione nonviolenta di sciopero della fame ad oltranza, ma che riguarda sempre la richiesta alle Istituzioni di rispettare la loro stessa legge, il loro diritto e i diritti dei cittadini. Maurizio sa bene che la nonviolenza, uno sciopero della fame, soprattuto se fatto ad oltranza, non lo si può fare per protesta. La nonviolenza è sempre proposta. Per questo il segretario di Radicali lucani nel denunciare il mancato rispetto da parte delle istituzioni regionali lucane del codice dell’ambiente e delle normative nazionali e comunitarie in materia di diritto all’informazione e alla conoscenza dei dati ambientali, contemporaneamente chiede di attuare quella trasparenza che la stessa legge nazionale e sopranazionale prevedono ma che in Basilicata di fatto non c’è.

Ma andiamo per ordine. Autore di diverse pubblicazioni sui danni ambientali e alla salute umana derivanti dallo sfruttamento degli idrocarburi in Basilicata (tra cui Le mani nel petrolio, ed. Reality Book, 2013), quando Bolognetti interviene ai microfoni di Radio Radicale intervistato da Lanfranco Palazzolo è un fiume in piena. Incontenibile. 

Il giornalista riesce a fare un’unica e sola, iniziale, domanda sulle ragioni dell’iniziativa nonviolenta. Dopo aver detto: “Buongiorno!”, agli ascoltatori ama anche un po’ a se stesso, al suo sesto giorno di digiuno, Bolognetti esplode:

“Intanto a sostegno degli obiettivi dell’iniziativa nonviolenta di Marco”. Obiettivi che Bolognetti richiama brevemente riferendosi al messaggio diffuso dalla radio. 

“Ma c’è anche un’altra questione che è questione” – avverte subito – “sempre di restaurazione della legge e della legalità, in un Paese perso nelle ragion di Stato e che ha smarrito anche nei meandri regionali lo Stato di Diritto. Un Paese dove si concretizza quotidianamente, giorno dopo giorno, un attentato ai diritti civili e politici dei cittadini italiani, di uno Stato che è “Stato canaglia” sul fronte della Giustizia, così come lo è sul fronte della tutela ambientale e del rispetto del diritto comunitario a presidio della tutela ambientale e della tutela della salute umana (… e con essa di quella delle specie animali e vegetali, ndr)”.

E si spiega meglio. Nel dettaglio Bolognetti diventa tecnico, consapevole, come dice lui, del diritto, dei diritti e della legge.

“E’ uno sciopero della fame oltreché a sostegno dell’azione nonviolenta di Marco, anche su una questione che è quella, in Basilicata, prima del mancato rispetto dell’art. 251 del Codice dell’ambiente (Dec. legislativo n. 152/2006 c..d. T.U. Ambiente, ndr) e adesso del mancato rispetto dell’articolo 189 dello stesso Codice dell’ambiente. La sezione regionale lucana del catasto rifiuti istituita presso l’Arpa Basilicata, di fatto non c’è”. 

Poi continua nella spiegazione: “Lo abbiamo scoperto”, dice Bolognetti, “solo perché un paio di mesi fa, avendo chiesto accesso agli atti per ottenere informazioni sui rifiuti speciali e pericolosi prodotti da ENI, ebbene, il direttore dell’Arpa Basilicata, il dott. Aldo Schiassi, ci ha risposto che non è in grado di fornirci le informazioni richieste perché, verrebbe da dire, l’unico funzionario addetto al catasto rifiuti istituito presso l’Arpa Basilicata è andato via con le password e con i documenti. Anzi, cito testualmente la risposta di Schiassi”, dice mentre si mette a leggere: …

«E’ stata inoltre inoltrata un’urgente richiesta formale di rimessione alla scrivente amministrazione della documentazione elaborata e prodotta relativamente agli anni di riferimento».

E prosegue, ed è difficile distinguere ciò che Bolognetti legge da ciò che dice di suo ventre. È fluviale, appunto. Sciopero della fame sì, della parola mai. 

“Parliamo di dati” – rimarca – “riguardanti rifiuti speciali e pericolosi prodotti dalle compagnie petrolifere che operano in Basilicata. Il direttore di Arpa Basilicata, a richiesta di accesso agli atti per conoscere queste informazioni, risponde che non è in grado di fornirle perché l’impiegato, traduco la risposta se non fosse già chiara, è andato via con i documenti distaccato in altro ente”.

Ridicolo, paradossale? Macché. Per Bolognetti la risposta avuta, dice, 

“è una risposta ‘paranormale’, ma sicuramente una risposta che spinge a dire che siamo difronte a una palese violazione della direttiva 2003/04 CEE avente ad oggetto il diritto di accesso del pubblico all’informazione ambientale, siamo difronte a un’evidente violazione del Regolamento 1367/2006 della Unione Europea, del Parlamento e del Consiglio sull’applicazione della Convenzione di Aarhus, siamo difronte a una palese violazione della stessa Convenzione di Aarhus; e siamo difronte a una palese violazione del decreto legislativo n°33 del 14 marzo 2013 che recita un termine che” – aggiunge – “a me non piace: trasparenza”. Per Maurizio Bolognetti, infatti, “sarebbe più corretto parlare di diritto alla conoscenza”. 

E cita il decreto 33/14, quello che definisce in modo prolisso da fare un baffo a Pannella, “la legge, il diritto, le convenzioni comunitarie e il diritto alla conoscenza che non c’è”, e legge il decreto:

«La trasparenza, …» – aggiunge di suo: un “si sturino le recchie quelli della giunta regionale lucana ad iniziare dal Presidente Pittella” – Poi riprende la lettura del decreto: «La trasparenza è condizione di garanzia delle libertà individuali e collettive nonché dei diritti civili, politici e sociali, integra il diritto a una buona amministrazione e concorre alla realizzazione di un’amministrazione aperta e al servizio del cittadino».

Dopo aver citato il decreto, Bolognetti sottolinea la situazione con parole durissime rivolte ai dirigenti dell’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente lucana: 

“Arpa Basilicata, da troppo tempo, ha tradito la sua missione e non è al servizio del cittadino, e non è un ente a tutela della protezione dell’ambiente, men che meno a tutela della salute umana. E verrebbe da dire la stessa cosa per il Dipartimento Ambiente (della Regine, ndr) che vìola l’articolo 251 del Codice dell’Ambiente da dieci anni, e cioè non c’è l’anagrafe dei siti da Bonificare in Basilicata e, difronte a tutto questo, il Presidente della Regione Basilicata, Marcello Pittella, ancora una volta tace”. Su Pittella ironizza un po’ “Ha anche la faccia tosta”, dice Bolognetti, “di scrivere sul suo spazio twitter che chi osa prendere i panni del cittadino dovrebbe prendere una camomilla. Bene, io dico invece al Presidente Pittella che, forse, lui farebbe bene a prendrsi, anzi, a farsi un bel bicchiere di vino, e che forse dovrebbe comprendere, il Presidente Pittella, che se vuole davvero onorare la sua funzione e il mandato degli elettori (in elezioni anti democratiche come quelle lucane del 2013 in cui hanno votato solo il 39% degli aventi diritto) deve operare per garantire il rispetto della legge, del diritto e dei diritti e, oserei dire, anche dell’Istituzione che rappresenta. Purtroppo prendo atto, ahi noi, che l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Basilicata, ma come poteva essere diversamente?, è diventato un luogo, un terreno di scontro tra beghe di regime partitocratico e, oserei dire, anche sindacato-cratiche”.

Poi Bolognetti, nel terminare il suo intervento non può far altro che scusarsi con il giornalista, Lanfranco Palazzolo che non gli ha potuto chiedere altro:

“Mi scuso con te”, gli dice, “ma io la chiudo così: non trovo parole migliori per chiudere questo collegamento se non citando la nuda verità di un testo che troviamo sul sito di Radio Radicale, per provare a spiegare perché la nonviolenza, perché il satyagraha, perché lo sciopero della fame: perché noi diamo letteralmente corpo alle nostre convinzioni, noi diamo letteralmente corpo alla legge, alle leggi, perché il potere che le impone esso stesso le applichi e le rispetti”. E rivolto a Pittella e al direttore dell’Arpa Basilicata chiosa: “Trovate il funzionario che avete distaccato presso altro ente, fatevi ridare i documenti, fatevi dare le password, ripristinate il funzionamento del catasto dei rifiuti ai sensi dell’articolo 189 del Codice dell’Ambiente e garantite il sacrosanto diritto di tutti e di ciascuno a poter avere accesso alle informazioni ambientali quali quelle sui rifiuti speciali e pericolosi, in questo caso, prodotti dalle compagnie petrolifere”.

Non c’è dubbio, ha ragione Marco Pannella quando dice che Bolognetti è un esempio di ciò che un Radicale, con la sola “arma” della nonviolenza, può fare sul territorio. E allora dico io: Bah, a me pare che l’anagrafe dei siti da bonificare non ci sia neanche qui in Calabria. Sul sito del Dipartimento dell’Ambiente della Regione c’è un elenco pubblico di 587 siti inquinati a diverso livello di rischio da bonificare. Ma manca ancora sia una disponibilità reale dei dati perché i siti sono inseriti con il nome del Comune e della località ma non sono georeferenziati né riportati su un’apposita carta in modo da poter essere conosciuti dai cittadini, sia l’origine dell’inquinamento rimane sconosciuta nell’elenco come sconosciuta ai cittadini rimane anche l’eventuale stato di avanzamento delle bonifiche. 

Come niente si sa, in Calabria, di quei centotrenta agglomerati urbani calabresi coinvolti nella procedura d’infrazione 2014/2059 per violazione della direttiva 91/271 a causa del cattivo trattamento delle acque reflue urbane. E penso che anche in terra di Calabrie, ci sono numerose violazioni del diritto a vivere in un ambiente sano; e ciò avviene, anche qui da noi, per colpa dell’ignavia di una politica che, dal 2012, ha dimenticato di aggiornare il Piano dei Rifiuti condannando i cittadini calabresi alla precarietà dell’emergenza. E ha dimenticato cosa sia lo stato di diritto e il rispetto della legge. E penso che anche qui da noi, in Calabria, potremmo e dovremmo fare una battaglia. Fare di più della pubblicistica. E siccome la legge che prevede il catasto dei rifiuti, soprattutto quelli speciali e pericolosi, è una legge nazionale del 2006 e esplicitamente richiede che il suddetto catasto sia istituto, come sezione regionale, presso tutte le agenzie regionali per la protezione dell’ambiente, mi sono chiesto se, presso l’ArpaCal, l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Calabria diretta dalla dott.ssa Sabrina Santagati, ci sia o meno quel famoso catasto dei rifiuti speciali e pericolosi la cui assenza fa incazzare Bolognetti e se, soprattuto, sia concretamente fruibile e consultabile dai cittadini. Anche perché – pure in Calabria – di rifiuti pericolosi ce ne sono: da quelli prodotti quotidianamente dal termo-valorizzatore di Gioia Tauro a tutti quelli che si estraggono dalle bonifiche in corso sino a quelli ancora disseminati sul territorio come a Crotone. Bene, anzi, male. Neanche sul sito dell’ArpaCal si trova una sezione espressamente dedicata al catasto dei rifiuti, né tantomeno di quelli speciali e pericolosi come dovrebbe essere per legge. Dovremo anche noi fare istanza di accesso agli atti e vedere cosa ci rispondono.

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SENTIERI, nei siti inquinati si muore e ci si ammala di più. E a Crotone?

Mortalità, incidenza oncologica e ricoveri ospedalieri. Aumentano i tumori da amianto e le patologie legate al rischio chimico nei siti inquinati. Evidente la gravità dell’esposizione ad amianto subita dalle popolazioni residenti.

Copertina del Rapporto SENTIERI
Copertina del Rapporto SENTIERI

Per i siti inquinati di interesse nazionale (SIN), ma anche per i tantissimi siti inquinati ma non inseriti nelle competenze del Ministero dell’ambiente, occorrerebbe adottare quel sacrosanto principio di precauzione e non aspettare la conferma scientifica di una correlazione diretta  tra inquinanti e aumento dei tumori. Ma andiamo con ordine. …Aggiungiamo che servirebbe un’anagrafe pubblica dei siti inquinati e l’istituzione di un semplice registro delle cause di morte per cominciare a fare due conti anche in Calabria.

Lo Studio Sentieri 2014 – che, in pratica, è un aggiornamento del precedente – è stato reso disponibile on line su la rivista scientifica Epidemiologia & Prevenzione – numero 38 di Marzo-Aprile 2014 – e rivela chiaramente che, nei siti inquinati di interesse nazionale per le bonifiche da sostanze pericolose come amianto e altri veleni, ci si ammala e si muore di più che altrove!



Il RIASSUNTO

(dal rapporto Sentieri – Abstract a cura del gruppo di lavoro Sentieri)

    L’Istituto superiore di sanità (ISS), in collaborazione con una rete di istituzioni scientifiche italiane operanti a livello nazionale e regionale e con il Centro europeo Ambiente e salute dell’OMS, ha ideato il Progetto SENTIERI (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento) i cui obiettivi, metodi e primi risultati sono stati pubblicati nel 2010 e 2011 su Epidemiologia & Prevenzione. Nel corso del 2013, alcuni risultati del Progetto SENTIERI sono stati pubblicati nella letteratura scientifica internazionale, e contestualmente l’«approccio SENTIERI» è stato incluso fra quelli ritenuti validi dall’OMS per condurre una prima caratterizzazione dello stato di salute dei residenti nei siti contaminati.

Obiettivo del presente supplemento è fornire, per i 18 siti di interesse nazionale per le bonifiche (SIN) inclusi nel Progetto SENTIERI e serviti dalla rete AIRTUM dei Registri tumori, un’estensione dello studio di mortalità aggiornato al 2010, l’analisi dell’incidenza oncologica relativa al 1996-2005 in 17 SIN e una prima analisi dei dati di ospedalizzazione relativi al 2005-2010. Questi tre esiti sanitari – mortalità, incidenza tumorale e ospedalizzazione – sono stati studiati attraverso metodi omogenei applicati a fonti informative certificate, rispettivamente Istat, AIRTUM e Ministero della salute.

I risultati sono commentati riguardo agli aspetti di validità del disegno e della metodologia adottata; sono inoltre esaminati il tema dell’inferenza causale, il ruolo delle valutazioni a priori, nello specifico dei risultati dell’impatto sanitario nei SIN, le principali implicazioni di sanità pubblica e le priorità per la ricerca scientifica. Sono presentate anche proposte di approfondimenti su questioni di rilievo in termini di sanità pubblica e di ricerca scientifica. (…)

(…) Tra i 18 SIN analizzati alcuni sono caratterizzati da un’unica fonte di esposizione ambientale e un unico inquinante (per esempio Biancavilla, fluoro-edenite) ma, nella maggior parte dei casi, si è in presenza di molteplici ed eterogenee sorgenti emissive. Per questo la presenza di una evidenza a priori di associazione con le fonti di emissione/rilascio del SIN, come definita nell’ambito di SENTIERI, è di aiuto nel riferire il profilo di salute della popolazione residente a specifiche esposizioni ambientali. Questa coerenza con l’evidenza a priori è presente in diversi casi: per esempio, nel SIN Fidenza per il tumore dello stomaco (eccesso di incidenza in entrambi i generi); nel SIN Laguna di Grado e Marano per il tumore dello stomaco (eccessi di mortalità, incidenza e ricoverati tra le donne); nei SIN di Brescia-Caffaro, Milazzo, Terni Papigno con eccessi di ricoverati per le malattie respiratorie in entrambi i generi; nel SIN di Brescia-Caffaro con eccessi di incidenza (uomini) e di ricoverati (uomini e donne) per linfomi non-Hodgkin, per melanoma (incidenza e ricoveri, entrambi i generi) e tumore della mammella (incidenza e ricoveri, donne).

I risultati relativi a singole patologie con agente eziologico pressoché unico, per esempio le fibre asbestiformi, sono di agevole commento. Il mesotelioma della pleura e il tumore maligno della pleura, suo proxy, mostrano incrementi nei SIN di Biancavilla, dove è presente la fibra asbestiforme fluoro-edenite, e Priolo, dove l’asbesto è presente insieme ad altri contaminanti ambientali.

Si osservano aumenti anche nei SIN con aree portuali (es: Trieste, Taranto, Venezia e Porto Torres) e con attività industriali a prevalente vocazione chimica (Cogoleto- Stoppani, Laguna di Grado e Marano, Priolo, Venezia) e side- rurgica (Taranto, Terni, Trieste).

Più complesso è commentare incrementi per patologie con eziologia multifattoriale in siti industriali con sorgenti emissive molteplici ed eterogenee, come per esempio il tumore del polmone e le malattie respiratorie. Esistono casi più articolati nei quali i risultati nelle tre basi di dati e/o nei due generi non sono allineati: per il tumore del polmone a Venezia, per esempio, mortalità e ricoverati sono aumentati solo tra gli uomini; in queste circostanze, per una adeguata discussione dei risultati è necessario considerare alcuni fattori come l’appropriatezza dell’esito in eccesso, tenendo anche conto della latenza e della durata del periodo dell’osservazione.

Altri risultati di interesse riguardano le patologie del sistema urinario (insufficienze renali nei SIN Basso bacino del fiume Chienti, Taranto, Milazzo, Priolo) e le malattie neurologiche (nei SIN di Trento Nord, Laguna di Grado e Marano, Basso bacino del fiume Chienti). (…)

Elemento di novità delle analisi qui presentate è l’utilizzo dell’incidenza oncologica e dei ricoverati, esiti informativi anche per patologie ad alta sopravvivenza come il tumore della tiroide, per il quale in alcuni SIN (Brescia-Caffaro, Laghi di Mantova, Milazzo, Sassuolo-Scandiano, Taranto) sono presenti incrementi in entrambi i generi in ambedue le basi di dati. Sempre grazie alle analisi dell’incidenza oncologica e dei ricoverati, a Brescia-Caffaro sono stati osservati eccessi per le sedi tumorali che la valutazione della IARC del 2013 associa certa- mente (melanoma) o probabilmente (tumore della mammella e per i linfomi non-Hodgkin) con i PCB (policlorobifenili), principale contaminante nel sito.

Nello studio dell’impatto sanitario dei siti contaminati i risultati possono essere sintetizzati per identificare priorità generali per azioni di sanità pubblica. Nel presente supplemento viene presentato, a titolo di esempio metodologico, il profilo di rischio dei residenti nei 17 SIN nei quali è attivo un registro tumori aderente alla collaborazione scientifica ISS-AIRTUM.

La conclusione principale di quest’analisi è che le graduatorie mostrano una grande sovrapposizione dei limiti di credibilità dei ranghi di ciascuna unità classificata, rivelando una grande omogeneità tra i SIN: ciò significa che non è possibile definire poche sedi tumorali o pochi SIN come particolarmente compromessi. Pertanto, ogni SIN merita una trattazione a sé e i 17 SIN non possono essere ordinati per gravità come profilo di incidenza tumorale. I ranghi marginali per malattia evidenziano la gravità dell’esposizione ad amianto subita dalle popolazioni residenti nei 17 SIN, le graduatorie delle sedi tumorali per singolo SIN mostrano eccessi caratteristici, come esemplificato dai risultati per il SIN di Priolo. Alcuni tumori come i mesoteliomi, i tumori del fegato e del pancreas, emergono e richiedono in questo caso un’attenzione particolare.

In alcuni SIN lo studio SENTIERI, seppure ecologico, fornisce dati sufficienti per non differire azioni di bonifica. Lo stesso vale per siti più complessi, come quello di Taranto, per i quali i risultati di SENTIERI e l’insieme delle conoscenze disponibili attribuiscono un ruolo alle esposizioni ambientali e per i quali è ora possibile prevedere procedure di valutazione integrata dell’impatto ambientale e sanitario.

Le caratteristiche metodologiche dello studio SENTIERI – in particolare l’utilizzo di tre basi di dati a livello comunale e il di- segno di tipo geografico – non consentono, in linea generale, la formulazione di valutazioni causali ma, come sopra detto, l’individuazione di indicazioni di possibile rilevanza eziologica da approfondire con studi mirati, senza che questo dilazioni l’indifferibile risanamento ambientale.

Allegati: RAPPORTO SENTIERI 2014

Nelle conclusioni dello studio, al paragrafo discussione (p.167) è scritto testualmente che:

  Ogni SIN merita una trattazione a sé e i 17 SIN non possono essere ordinati per gravità come profilo di incidenza tumorale. Si noti che questo rilievo sta a indicare quanto sia grave la compromissione dello stato di salute nelle aree a rischio italiane, tanto da impedire di stilare una graduatoria. Tali risultati sono da ricondurre al fatto che i rischi (esposizioni ambientali) nei diversi SIN sono eterogenei e non hanno determinato un effetto generale su tutti i tipi di neoplasia.

  L’impossibilità di definire graduatorie è legata alle differenze tra SIN nei fenomeni di inquinamento, in termini sia qualitativi (tipologia di inquinanti) sia quantitativi, come pure per quanto riguarda i tempi di esposizione (l’inizio di esposizione agli inquinanti e la finestra temporale di esposizione risultano molto variabili nei diversi SIN). Le graduatorie delle sedi tumorali per singolo SIN mostrano invece eccessi caratteristici, come esemplificato dai risultati per il SIN di Priolo sia negli uomini sia nelle donne. Alcune sedi tumorali come i mesoteliomi, i tumori del fegato e del pancreas emergono e richiedono in questo caso un’attenzione particolare.

E che:

Dai ranghi marginali per malattia appare in tutta la sua evidenza la gravità dell’esposizione ad amianto subita dalle popolazioni residenti nei SIN.


Se anche i dati sul SIN calabrese di Crotone non fanno parte dello studio Sentieri sappiamo tutti qual’è la situazione nella città di Pitagora martoriata da rifiuti e dai veleni industriali e politici dell’ex Pertusola e dell’ex Montedison. E le bonifiche stanno ancora all’anno zero. Una vera peste ecologica. E bisognerebbe ricordare che esiste il Principio di Precauzione che è un principio riconosciuto dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo (CEDU)

SIN CROTONE
SIN CROTONE

Di seguito – anche se auto citarsi è poco corretto – riporto un tratto del volume in via di pubblicazione per i tipi di Non Mollare edizioni La peste ecologica e il Caso Calabria, (Non Mollare edizioni) da me curato e nel quale molte notizie sono state rilevate dalla relazione territoriale della commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti in Calabria della XVI legislatura (Pecorella G. et. alii):

La peste ecologica e il caso Calabria
La peste ecologica e il caso Calabria

(…) A Crotone nella procura giacciono oltre 2.000 le richieste di risarcimento danni procurati ai lavoratori dell’ex Montedison dove l’amianto in polvere, come vedremo, si utilizzava tranquillamente nelle lavorazioni fino al 1992 ed è andato a finire un po’ da per tutto. Si sa, è assai volatile! E ancora: fosforo elementare stoccato sulle spiagge che, da solo per auto combustione, prendeva fuoco, e quelle strane scorie industriali che sono state utilizzate per costruirci di tutto, persino delle scuole. (…)

(…) Persino l’area marina protetta di Isola Capo di Rizzuto (KR). Una recente relazione del Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare (CoNISMa), specificatamente redatta per l’area marina protetta di Isola Capo Rizzuto, nell’ambito di un piano di monitoraggio generale svolto d’intesa con la regione Calabria, ha accertato che, nell’area suddetta, è presente “un livello di arsenico molto elevato rispetto alla norma, escludendo, però, che esso provenga dalle acque del mare”. Come ha ribadito il dottor Dolcino Favi alla Commissione parlamentare d’Inchiesta, secondo la tesi del CoNISMa, scientificamente dimostrata, “si trattava di residui industriali degli stabilimenti dell’ex Pertusola Sud di Crotone e di altre industrie del crotonese – di cui si dirà più avanti – e che, attraverso le acque piovane, si erano infiltrati nelle falde acquifere e poi erano finiti nel mare, come si deduceva dal fatto che, man a mano, che si procedeva nelle acque marine, il livello di arsenico diminuiva, anziché aumentare1

(…)

A causa di scelte politiche idiote del passato, che intendevano trasformare Crotone in un serbatoio clientelare di voti, i veleni industriali qui non mancano affatto e variano dalla ormai celebre scoria cubilot, derivante dalle scorie di lavorazioni della ferrite di zinco nello stabilimento della Pertusola Sud, utilizzata persino come inerte per costruire persino delle scuole, sino alla fibretta d’amianto in polvere, utilizzata nel ciclo industriale dell’ex Montedison; alla fosforite della discarica dell’ex Fosfotec derivante dalla produzione industriale di fertilizzanti, smaltita in discariche non a norma o del tutto abusive; fosforite che, a contatto con l’atmosfera, dà luogo a fenomeni di combustione spontanea. Passeggiando sui rifiuti, scrisse qualcuno. Dimenticando, pero, la parola: “pericolosi”. (…)

Il 5 maggio del 2012, Pino Greco, nella qualità di rappresentante dell’associazione Fabbrikando l’avvenire, intervenendo al convegno “Amianto, Killer da sconfiggere! Crotone un caso nazionale”, ha pubblicamente chiesto, per l’ennesima volta, “il risanamento della città (di Crotone, ndr) che, – ha ricordato – è entrata nel processo (costituendosi parte civile, ndr) per omicidio plurimo colposo aggravato da colpa cosciente e disastro ambientale”.

Tale processo, …, vede coinvolti 8 ex dirigenti degli stabilimenti dell’ex Montedison, rischia di finire, come tanti altri, in prescrizione. I casi individuati, come “certi”, dai consulenti del pubblico ministero sono in tutto sette e riguardano cinque dipendenti “diretti e indiretti” dell’ex Montedison e le mogli di altri due dipendenti, nel frattempo, tutti deceduti.Ma tali casi accertati, per il procuratore della Repubblica, “rappresentano la punta dell’iceberg rispetto a quello che non si è potuto accertare per l’insufficienza e/o la carenza dei dati acquisiti”.

(…) Però, al 2013, le bonifiche non sono ancora arrivate e l’elenco delle morti per mesotelioma a Crotone non si ferma: il 21 gennaio 2014, fa notizia la nuova inchiesta (bis) sulla fibretta killer, anche questa avviata dal Procuratore della Repubblica, Raffaele Mazzotta. Dopo il primo processo a gli otto dirigenti ex Montedison iniziato nel 2012 per le prime cinque morti il cuin nesso sarebbe “certo”, anche per altri tre decessi sarebbe accertato il “nesso di casualità con l’attività svolta nel reparto forno-fosforo”. Sono ancora le otto persone – gli ex direttori dello stabilimento ex Montedison, ex responsabili ambientali e persino un ex responsabile sanitario dal ’74 al ’97, – che per la pubblica accusa, non potevano non essere a conoscenza della pericolosità di una sostanza come l’amianto. Gli otto ex dirigenti, ormai tutti ultra settantenni, sono indagati, anche per questo secondo filone, per l’accusa di omicidio colposo plurimo e disastro colposo poiché, secondo gli accertamenti del nucleo investigativo ambientale della procura, fino alla dismissione del reparto forno-fosforo avvenuta nel ’92, avrebbero omesso di informare i lavoratori sui rischi derivanti dall’inalazione delle polveri d’amianto e su come prevenirle.

1 Pecorella G et alii, Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite della XVI Leg., p. 74

 


 

Di seguito riportiamo – per completezza – la recensione del rapporto «Sentieri» pubblicato su QS, QuotidianoSanità.it il 13 maggio 2014

Sentieri 2014. Il nuovo studio: aumentano i tumori da amianto e le patologie legate al rischio chimico nei siti inquinati

Si registra un “eccesso” di mortalità, ricoveri e casi di tumore nei siti a rischio per l’inquinamento ambientale, mentre nei luoghi dove vi è stata lavorazione dell’amianto aumentano i casi tumorali di mesotelioma pleurico polmonare. Ma non si tratta solo di tumori. Nel Sin Basso bacino del fiume Chienti sono emersi eccessi di insufficienze renali. Questi alcuni risultati dello studio.

E’ stato pubblicato il terzo Rapporto di Sentieri (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento), il progetto finanziato dal Ministero della salute e coordinato dall’Istituto superiore di sanità (Iss) che ha come obiettivo lo studio del rischio per la salute nei 44 siti di interesse nazionale per le bonifiche (Sin). Questo terzo volume, frutto della collaborazione tra Iss e Associazione italiana del registri tumori (Airtum), affianca allo studio della mortalità nei Sin, le analisi di due importanti parametri: i ricoveri ospedalieri e l’incidenza dei tumori.



La scelta di analizzare l’incidenza oncologica (nuovi casi/anno) ha comportato la restrizione dell’analisi a 18 dei Sin inclusi nel Progetto Sentieri, quelli coperti dalla rete Airtum dei Registri tumori1. Va notato a questo proposito che uno studio precedente aveva documentato un eccesso di incidenza pari al 9% negli uomini e al 7% nelle donne nell’insieme di 23 Sin (in questo caso si aggiungevano, per 6 Sin, i dati derivati dai registri tumori infantili che in Sentieri non sono stati utilizzati).

”L’analisi, in aggiunta alla mortalità, dei dati riguardanti l’incidenza oncologica e i ricoveri ospedalieri è cruciale. Quando si ha a che fare con patologie ad alta sopravvivenza, infatti, lo studio della sola mortalità porterebbe a sottovalutarne l’impatto effettivo”, si spiega nel rapporto.

È il caso, per esempio, del tumore della tiroide, per il quale in alcuni Sin sono stati rilevati incrementi in entrambi i generi per quanto riguarda sia l’incidenza tumorale (Brescia-Caffaro: + 70% per gli uomini, +56% per le donne; Laghi di Mantova: +74%, +55%; Milazzo: +24%, +40%; Sassuolo-Scandiano: +46%, +30%; Taranto: +58%, +20%) sia i ricoveri ospedalieri (Brescia-Caffaro: + 79% per gli uomini, +71% per le donne; Laghi di Mantova: +84%, +91%; Milazzo: +55%, +24%; Sassuolo-Scandiano: +45%, +7%; Taranto: +45%, +32%).

Sempre grazie alle analisi dell’incidenza oncologica e dei ricoverati, a Brescia-Caffaro sono stati osservati eccessi per quelle sedi tumorali che la valutazione della Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Oms (Iarc) del 2013 associa certamente (melanoma) o probabilmente (tumore della mammella e per i linfomi non-Hodgkin) con i Pcb (policlorobifenili), principali contaminanti nel sito. L’incidenza di melanoma infatti rivela un eccesso del 27% e del 19% tra gli uomini e le donne, rispettivamente, mentre i ricoveri ospedalieri per la medesima malattia fanno registrare un eccesso del 52% nel sesso maschile e del 39% in quello femminile.

Per i tumori della mammella, tra le donne si registra un eccesso del 25% per quanto riguarda l’incidenza, del 15% per i ricoveri ospedalieri, mentre per i linfomi non-Hodgkin l’aumento dell’incidenza è del 14% (uomini) e del 25% (donne), quello dei ricoveri ospedalieri è intorno al 20% per entrambi i sessi (uomini: +19%, donne: +18%).

Una seconda novità introdotta in questo nuovo rapporto è la presentazione del profilo di rischio oncologico per le popolazioni dei Sin il cui scopo è identificare, tra le lunghe liste di rischi relativi fornite per ognuno dei siti, una sintesi dei risultati che sia utile per identificare priorità generali per azioni di sanità pubblica. Un primo risultato di questa analisi suggerisce che ogni Sin deve essere valutato separatamente.

Emerge tuttavia con forza la gravità della esposizione ad amianto subita dalle popolazioni residenti nei Sin e che risulta evidente, per gli uomini, dai dati relativi al mesotelioma.

Eccessi per mesotelioma e tumore maligno della pleura si registrano infatti nei Sin siciliani di Biancavilla (CT) e Priolo (SR), dove è documentata la presenza di asbesto e fibre asbestiformi, ma anche nei Sin con aree portuali (es: Trieste, Taranto, Venezia) e con attività industriali a prevalente vocazione chimica (Laguna di Grado e Marano, Priolo, Venezia) e siderurgica (Taranto, Terni, Trieste): un dato, questo, che conferma la diffusione dell’amianto nei siti contaminati anche al di là di quelli riconosciuti tali in base alla presenza di cave d’amianto e fabbriche di cemento-amianto.

Dall’analisi del profilo di rischio oncologico risulta anche una maggiore incidenza di tumore del fegato in entrambi i generi riconducibile, in termini generali, a un diffuso rischio chimico nei Sin.

Ma non si tratta solo di tumori. Per esempio, nel Sin Basso bacino del fiume Chienti sono emersi eccessi per le patologie del sistema urinario, in particolare le insufficienze renali, che inducono a ipotizzare un ruolo causale dei solventi alogenati dell’industria calzaturiera. Sempre per le patologie renali è stato suggerito un approfondimento nel Sin di Taranto.

Nel Sin di Porto Torres (SS) si registrano eccessi in ambedue i sessi e per tutti gli esiti considerati (mortalità, incidenza oncologica, ricoveri ospedalieri) per patologie come le malattie respiratorie e il tumore del polmone, per i quali si suggerisce un ruolo delle emissioni di raffinerie e poli petrolchimici; per le stesse patologie rilevate a Taranto è stato suggerito un ruolo delle emissioni degli stabilimenti metallurgici.

In generale, si osserva nello studio, i risultati di questo volume relativi a tre esiti differenti risultano, nel loro insieme, coerenti con le precedenti analisi della sola mortalità per il periodo 1995-2002.

L’indicazione formulata nello studio, per tutti i Sin, è stata di acquisire maggiori conoscenze dei contaminanti presenti nelle diverse matrici ambientali al fine di stimare meglio l’esposizione attuale e pregressa; è questo il caso, per esempio, di Bolzano e del Basso bacino del fiume Chienti, dove è documentata la contaminazione di suolo e falda. L’utilità di avviare o proseguire programmi di biomonitoraggio umano è stata indicata, tra gli altri, per i Sin di Brescia-Caffaro e Trento. Sono stati inoltre raccomandati programmi di monitoraggio biologico relativi alla catena alimentare in sub-aree ben definite del Litorale Domizio-Flegreo e Agro Aversano.

In alcuni Sin lo studio Sentieri ha fornito, inoltre, dati che corroborano ulteriormente la necessità di non rinviare le azioni di bonifica. E’ il caso del già citato Sin di Brescia-Caffaro. Ma anche del Sin di Biancavilla, dove gli eccessi riscontrati per mesoteliomi e tumori maligni della pleura in entrambi i sessi sono riconducibili a un’unica fonte di esposizione, una cava di materiale lapideo contenente una fibra asbestiforme di nuova identificazione, la fluoro-edenite.

In siti più complessi, come quello di Taranto, i risultati di Sentieri e l’insieme delle conoscenze disponibili attribuiscono un ruolo alle esposizioni ambientali. A Taranto e in altri Sin per i quali le conoscenze sono ricche e solide è ora possibile prevedere procedure di valutazione integrata dell’impatto ambientale e sanitario (Viias).

1   Notiamo che lo studio SENTIERI è relativo ai soli 18 dei siti di interesse nazionale per le bonifiche (SIN) dai quali sono esclusi sia i SIN calabresi di Crotone e di Cassano Ionio – Cerchiara Calabra. Nonostante il registro tumori di Crotone (che comprende parte della provincia di Cosenza) risulti in “attività” presso l’Airtum.


 

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