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Non vi credo

di Giovanna Canigiula

Il 20 ottobre scorso, su decisione del Ministero degli Interni, sono stati trasferiti dal CPA di Crotone in un villaggio di Cropani Marina, comune a vocazione turistica del catanzarese, circa 210 richiedenti asilo. Comune, operatori economici  e società civile protestano, con tanto di consiglio comunale straordinario, richiesta di incontro col Prefetto e raccolta di firme contro: gli ospiti, in quanto indesiderati, se ne debbono andare alla svelta e questa è la sostanza.

A sentire la versione ufficiale non si tratterebbe di razzismo: l’ente non è tra quelli che hanno aderito al progetto di protezione e integrazione socio- lavorativa che riceverebbe finanziamenti sulla base della Delibera Regionale n. 669 dell’8/10/2007; non c’è trasparenza nel modo in cui il Ministero degli Interni ha imposto le sue decisioni senza nemmeno consultare l’amministrazione locale; minore trasparenza si ravvisa nella convenzione stipulata col residence ospitante, che porterebbe (dati ipotetici) nelle casse del medesimo qualcosa come 55 euro al giorno per ospite e che starebbe per beneficiare di una proroga di tre anni rispetto alla data fissata del 31 marzo 2009. E fin qui, nulla da obiettare. Si paventa, inoltre, l’arrivo di nuovi ospiti e in due in un piccolo spazio, dice sempre la versione ufficiale, si sta stretti. Qualcuno, però, blatera pure di case sfitte, quindi di spazi recuperati, dal che si comincia a capire che parliamo di privatissimi soldi.

A sentire i cori non ufficiali, infatti, le cose stanno diversamente. Le proteste –se le mie orecchie funzionano bene e non soffro di allucinazioni- sono di altro tipo: il governo dà tutti questi soldi a degli stranieri che se ne dovrebbero stare a casa loro; chi affitterà mai le case d’estate con tutti questi neri che circolano; eccoli, questi vagabondi scansafatiche, vengono al supermercato e comprano la coca-cola coi nostri soldi. La coca-cola, ha visto, roba da pazzi! Nel supermercato incriminato questi neri- stranieri- rubasoldi io li incontro tutte le volte che ci vado: sono giovani, molti hanno facce da studenti, indossano come tutti i coetanei d’Italia jeans e felpa, sono educatissimi, si muovono in piccolissimi gruppi di due o tre persone per non disturbare l’italica vista e col passo felpato di chi si sente indesiderato in un ambiente che non si nasconde ostile. Hanno facce un po’ tristi e la chiara espressione di chi ha consapevolezza d’essere finito nel posto più sbagliato del mondo. Colpisce poi il fatto che siano silenziosi o che parlino a voce bassissima: l’impressione è che vogliano rendersi invisibili. Sono, invece, chiaro oggetto di osservazione, anche perché nessuno ha spiegato loro che la condizione impone al massimo di bere acqua, possibilmente quella erogata dalle nostre civilissimi tubature calabresi e che puzza di fogna. Qualcuno (le ragazze soprattutto) regge il tuo sguardo mentre i più abbassano gli occhi, intanto che fanno circolare, in un supermercato italiano, i maledettissimi soldi che ci hanno rubato. Vengono distrigati subito, quasi a volersi liberare di una presenza ingombrante. Che genere di contagio, mi domando, ci potrà mai colpire? Oltretutto, proprio di fronte alle casse, vigilano le facce indifferenti dei comitati cittadini con i loro banchetti: siamo certi che siamo proprio noi a dover avere paura?

La verità, allora, è un’altra: siamo razzisti e di un razzismo peggiore di quello del nord, perché lo vogliamo celare, manipolare, piegare con le parole. Siamo razzisti talmente tanto che neppure ci accorgiamo di quanto siano giovani i nostri neri nemici e neppure ci preme di sapere da quale guerra provengano, quale casa sconvolta abbiano lasciato, quali studi abbiano interrotto, quale sia stata la loro traversata, quanto grande sia la loro disperazione. Siamo talmente ottusi  e ciechi da non saper vedere e riconoscere volti puliti, sentire e riconoscere suoni educati, toccare e riconoscere la tragedia delle loro vite sconvolte. Sono tanto giovani da avere lasciato mamma e papà da qualche parte (si spera) e da sentirsi sicuramente soli, loro sì, in terra straniera. Che si diranno, che penseranno, quale futuro sogneranno? Io li guardo e mi dico che  forse è meglio se vanno via da un comune del sud che teme pericolose cadute turistiche non per le acque luride del suo mare e per i servizi  dai costi sproporzionati che offre ma solo per la loro presenza. Un comune che guarda con malcelata invidia alla speculazione di pochi a danno della propria e che, evidentemente, si ostina a considerare i suoi migranti razza bianca  e quindi migliore e sì che ne circolano, dalle nostre parti, di “moretti”: scuri bianchi doc che raccolgono firme contro gli spuri scuri neri.  La guerra è guerra. Se è guerra fra razze, poi, c’è poco da fare. E di questo si tratta, visto che nessuno dei non razzisti del posto si sogna di rivolgere la parola ad uno solo di questi ragazzi. Figuriamoci se  si sognano di chiedere scusa o fare un sorriso, come dovrebbe essere se davvero la protesta fosse di altra natura.

Perciò, non vi credo cari limitrofi corregionali, non vi credo affatto e spero –visti i tempi- che vi sbarrino le porte una volta per tutte se andate a cercare ventura al nord o anche solo a fare circolare i vostri puliti soldi di turisti meridionali, perché le grosse macchine su cui oggi salite, lassù, dove quasi nessuno vi ama, sanno di ‘ndrangheta e malaffare. Anche quando non è così.

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