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L’Ottocento, un secolo cruciale

di Giovanna Canigiula*

L’Ottocento è un secolo cruciale nella storia dell’Italia e della Calabria ma, val bene ricordarlo, è preparato, sotto la spinta della rivoluzione francese, dal triennio 1796-1799, in cui si gettano le basi di un ritrovato nazionalismo e si ridefiniscono i termini della vita politica italiana, poiché sono sul tappeto le grandi questioni degli anni a venire: libertà, democrazia, indipendenza, unità. Agli inizi del secolo Napoleone, dopo aver creato la Repubblica Cisalpina, col proclama di Schoenbrunn dichiara finita la casata borbonica, costringe Ferdinando IV alla fuga in Sicilia, mette sul trono il fratello Giuseppe Bonaparte, quindi dà mandato al generale Massena di occupare il Regno di Napoli e al generale Reynier di ridurre al dominio francese una Calabria già prostrata dal violento terremoto del 1783 e dalla dura repressione, seguita alla breve parentesi della Repubblica partenopea del 1799, ad opera del cardinale Ruffo, sbarcato a Reggio in qualità di Vicario Regio.

Gioacchino Murat

 

A Monteleone i francesi sono accolti a braccia aperte, ma il controllo del territorio non è facile, in quanto le truppe borboniche hanno l’appoggio di bande di briganti che ostacolano le comunicazioni, depredano i villaggi, uccidono. Nel monteleonese il brigante Bizzarro1, a capo di 400 uomini, mette a dura prova il generale Messana che chiede inutilmente, con un bando, la resa pacifica delle armi. La situazione si normalizzerà, infatti, solo dopo la dura repressione del francese Manhès nel 1810.

Con Gioacchino Murat, salito al trono nel 1806, la Calabria è divisa in due province: quella Citeriore, con capoluogo Cosenza, e quella Ulteriore, con capoluogo Monteleone che, dopo tre secoli, cessa di essere feudo e diventa, grazie anche alla posizione strategica, un centro di grande rilievo.

La fine dell’Età napoleonica e, in Calabria, della centralità di Monteleone, è segnata dal congresso di Vienna del 1815, che riconsegna il regno di Napoli a Ferdinando IV, col titolo di Ferdinando I Re delle due Sicilie. Inizia, con la Restaurazione, un periodo di decadenza economica e sociale che dura fino al 1860 e oltre, come testimonia anche il vistoso calo della popolazione. Tuttavia, a dispetto del declino, il fermento culturale e politico del periodo è intenso. Già alla fine del Settecento avevano cominciato a circolare, fra gli intellettuali monteleonesi, le idee liberali della Rivoluzione francese e della Massoneria che, perseguitata a più riprese da Carlo III e Ferdinando IV, aveva attecchito perché auspicava la fine di principati e sacerdozi, in quanto compromissori della libertà che Dio ha dato all’uomo2.

Ettore Capialbi

 

Dopo il 1815, inoltre, si vanno diffondendo in tutta Italia le “vendite carbonare”, col parziale contributo di quel ceto borghese che aveva visto ridimensionate, con la caduta di Napoleone, le proprie prerogative. Senza un reale programma politico, esse legano la loro vicenda nazionale a quella europea, sulla base dell’idea che libertà individuale e libertà dei popoli siano incontestabilmente collegate. A Monteleone sono attive, in questi anni, due “vendite”, quella della Valle del Mesima e quella della Valle d’Angitola, vecchi nomi di significativa derivazione massonica. Il malcontento della popolazione, del resto, è enorme: le tasse sono esiziali, il commercio è danneggiato dalle imposte doganali, la proprietà rustica è deprezzata. In Calabria la repressione dei carbonari è violenta: donne, vecchi e bambini vengono torturati perché facciano i nomi degli affiliati alle sette.

Né va meglio da Napoli a Torino: i moti del 1820-21, che non registrano la partecipazione del popolo e neppure delle classi medie, falliscono. Diversi, tuttavia, i calabresi che vi partecipano e, fra questi, il monteleonese Michele Morelli che, a Nola, è catturato e subito ucciso3.

Delude anche il biennio 1831-33, nonostante la discesa in campo della borghesia.

Comincia, così, un periodo di relativa stasi in cui si riflette sul fallimento dei moti e si prepara, sotto l’egida di Mazzini e dei liberali, ora in sintonia ora divergenti, una nuova idea d’Italia. Parole d’ordine: indipendenza, unità, libertà. Strumenti: educazione e insurrezione. Necessità individuata: mobilitazione popolare. A Monteleone, che conta ormai meno di ottomila abitanti, gli anni Trenta sono tempo di rinascita: si apre l’ospedale civile sui resti dell’antico convento carmelitano, giunge in visita Ferdinando II che promette la costruzione di un orfanotrofio e di un istituto agrario, fioriscono attività artigianali e opifici come quello per la lavorazione della seta, lavorano diverse tipografie, è presente una scuola pittorica4 che, aperta nel Seicento, continua a produrre tele su committenza non solo religiosa ma anche privata.

Uno svizzero, Didier, nel resoconto del suo viaggio in Calabria, parlerà della Monteleone di questi anni come di un centro che va europeizzandosi, a dispetto di ciò che si vede nel resto della regione5. Certo, l’istruzione è ancora per pochi: trascurata dai francesi, è volutamente negata dai Borboni, secondo cui il popolo non deve pensare ma è sufficiente che conosca i rudimenti dell’alfabeto. Alle bambine, ad esempio, si richiede essenzialmente di saper lavorare a maglia e di avere una buona formazione cristiana. E tuttavia, nei primi anni Quaranta, è attivo un gruppo di giovani di idee liberali, come Musolino (fondatore a Napoli dei Figli della Giovane Italia, cui aderisce Luigi Settembrini), Presterà, Santulli, Morelli, Nicotra, Ammirà, Capialbi, che si riuniscono a casa di Cordopatri o al caffè Minerva.

Falliscono però, e tragicamente, i moti di Cosenza del 1844 e di Reggio del 1847.

A Cosenza un giovane Plutino, reduce dal Comitato centrale di Napoli, aveva riferito agli aderenti alla Giovane Italia la decisione dei vari partiti costituzionali e dei repubblicani di Çpiegar le bandiere di fronte ai vitali interessi della nazioneÈ: Mazzini, in sostanza, aveva offerto la corona d’Italia a Carlo Alberto perché guidasse la lotta contro l’Austria e solo una futura costituente nazionale avrebbe deciso la forma di governo migliore. La rivolta, scoppiata il 15 marzo del 1844, è subito repressa, ma la notizia non giunge a Corfù da dove i veneziani Bandiera, ex ufficiali della marina austriaca, partono per portare il loro aiuto. Sbarcati a Crotone, guidati da quello che considerano un profugo politico, in realtà il brigante Meluso, vengono traditi, catturati nei pressi di San Giovanni in Fiore e condannati a morte.

Tre anni dopo, in una Reggio che ritiene maturi i tempi, rientrano diversi studenti da Napoli, Palermo, Torino per fare propaganda rivoluzionaria. Ancora una volta le decisioni arrivano dal Comitato napoletano di liberazione: l’insurrezione dovrà partire, contemporaneamente, da Cosenza e Palermo. Ma i siciliani non ci stanno: vogliono la costituzione solo trattando pacificamente col re. é un nativo di Santo Stefano d’Aspromonte, Romeo, a decidere: toccherà a Messina e Reggio insorgere per attirare le truppe borboniche in maniera da consentire ai rivoltosi, attraverso la via dei monti, di raggiungere Palermo e Napoli. A Messina la rivolta è subito sedata. A Santo Stefano d’Aspromonte, benedetta la bandiera dal parroco e accorsi aiuti da tutti i paesi limitrofi, si insorge al grido di Çviva il re costituzionale, viva la libertàÈ. Ma si perde tempo, a vantaggio del generale Nunziante che, da Pizzo, risale via via fino a Monteleone e oltre, riuscendo ad accerchiare i rivoltosi costretti sui monti: chi non muore, è condannato al carcere duro6.

Francesco Stocco
Francesco Stocco

 

E’ il 1848 la data cruciale per l’Europa: i popoli si ribellano ai governi assoluti; da una Sicilia che ha anima separatista parte l’insurrezione che presto infiamma l’intero napoletano; Venezia e Milano sono teatro di rivolta contro gli austriaci. La partecipazione dei calabresi è grande. Rientra, dopo un esilio di circa trent’anni, quel Guglielmo Pepe che prima aveva combattuto al fianco di Murat contro gli Austriaci e poi partecipato ai moti del 1820. A Reggio gli studenti scendono in piazza. Ferdinando II, messo alle strette, è costretto a concedere la costituzione, che prevede l’istituzione di una Commissione dei Pari in cui entrano due monteleonesi, Taccone e Gagliardi. L’esempio sarà seguito in Piemonte, in Toscana, a Roma. Il disaccordo tra re e Parlamento sulla formula del giuramento, però, induce Ferdinando II a sciogliere la Camera dei deputati riunita a Monte Oliveto. Il 15 maggio è guerra civile. La notizia raggiunge la Calabria dove i Comitati per la salute pubblica di numerosi centri insorgono. A Cosenza si forma un governo provvisorio che dichiara rotto ogni patto tra il re e il popolo e chiede aiuto ai siciliani nella lotta per l’indipendenza; Catanzaro è in subbuglio; a Reggio si vivono ore di attesa; a Sant’Eufemia d’Aspromonte convergono i patrioti reggini guidati da Plutino, Romeo, Cuzzocrea, Di Lieto che, con 500 volontari, formano il Corpo dell’esercito calabro-siculo. Si appellano, con volantini, al popolo, “carne venduta alle voglie di ogni dispotico capriccio”, perché riprenda in mano il suo destino senza più affidarsi al sovrano. A Monteleone la gendarmeria borbonica è disarmata, ma lo sbarco del generale Nunziante pone subito fine all’insurrezione in tutte le province. Ricominciano, cos“, le trattative.

Il re fissa, per il 15 giungo, i comizi per l’elezione dei deputati; il Parlamento inizia i suoi lavori a luglio ma, l’anno che segue, è denso di tensioni finché, nel giugno del 1849, sciolto il Parlamento, tolta la coccarda tricolore dalla bandiera bianca, ricomincia l’ondata delle persecuzioni. Si assiste, nei tre anni successivi, a una serie di processi farsa a danno dei liberali, in cui il nuovo Procuratore Generale, Morelli, detto la “jena”, contribuisce alla distorsione dei fatti per favorire le condanne. I ricorsi degli imputati vengono rigettati dalla Corte Suprema di Napoli e solo la protesta popolare fa s“ che le condanne siano mitigate: sei su 49 i condannati, con pene da sette a trent’anni.

Nel 1852 Ferdinando II scende di nuovo in Calabria, di nuovo Monteleone lo ospita, ma il clima resta teso: si susseguono vendette, persecuzioni, perquisizioni. La magistratura è sotto pressione, gli studenti sono tenuti d’occhio. é di questi anni l’arresto del monteleonese Ammirà che, processato per la sua attività di diffusione delle idee liberali, è accusato persino di offendere il buon costume in quanto tiene in casa una copia del Decameron di Boccaccio. Non è comunque venuta meno, nonostante le batoste, l’azione dei liberali monteleonesi. Lo stesso re rischia la vita per mano di un calabrese, Agesilao Milano, che, dopo la leva, riuscito con uno stratagemma ad entrare nel corpo dei Cacciatori, durante la parata dell’8 dicembre del 1856 a Campo Capodichino, riesce a raggiungere Ferdinando II e a colpirlo col calcio del fucile.

Intanto, mentre il dibattito nazionale divide l’ipotesi mazziniana di una rivoluzione popolare dalla proposta monarchico-governativa di Cavour, le vicende precipitano e le due soluzioni finiscono col trovare una sintesi. Nel 1857 fallisce la spedizione a Sapri di Pisacane, che ha al fianco i calabresi Nicotera e Falcone. Mazzini sacrifica definitivamente l’idea repubblicana alla libertà degli italiani, i franco-piemontesi combattono contro gli austriaci, crollano i ducati di Toscana ed Emilia, nasce il regno dell’Italia del nord.

I successi infiammano il sud: a Reggio, nella bottega di un barbiere, si radunano a più riprese i rivoltosi.

La spedizione in Sicilia è uno dei momenti chiave dell’unità d’Italia: nel 1859 Francesco II subentra al padre, fiuta la tristezza dei tempi e si affretta a concedere la costituzione, ma è tardi e tutti lo abbandonano. L’anno successivo Garibaldi sbarca a Marsala, sbaraglia i borbonici, raggiunge da liberatore Palermo e si appresta ad attraversare la Sicilia mentre a Reggio Calabria sono pronti i comitati insurrezionali, che arruolano volontari allo scopo di formare un campo in Aspromonte. E’ l’uomo giusto, pragmatico e capace di animare il popolo, senza necessariamente avere lo spessore del maestro Mazzini poi rinnegato.

Luigi Bruzzano
Luigi Bruzzano (1838-1902)

La sua impresa aveva messo in moto i calabresi che vivevano a Torino e a Genova e che subito avevano avviato un’affannosa colletta di soldi ed armi. Da Quarto si erano imbarcati con lui nove cosentini, sei catanzaresi e altrettanti reggini. Destinazione Sicilia, dove tuttavia l’insurrezione era fallita sul nascere. Le tappe del generale erano state trionfali: Calatafimi, Palermo, Milazzo, Messina. Sotto la guida di Musolino e Plutino, ai calabresi era stato affidato il compito di occupare il forte di Altafiumara, sullo stretto, per facilitare il passaggio del generale. Il piano, però, era mutato e i patrioti erano risaliti sui monti per attirarvi le truppe borboniche della costa. A San Lorenzo, in duecento e ben accolti dalla popolazione, il 16 agosto danno il via all’insurrezione e, il giorno successivo, si ricongiungono con Garibaldi a Mileto. Intanto, le truppe borboniche di stanza a Monteleone sono allertate e, proprio mentre Garibaldi e Bixio raggiungono Mileto, il generale Ghio prepara la ritirata a Napoli. Il 21 agosto, dopo aspri scontri, Reggio è conquistata e a Londra giunge la notizia che il Regno di Napoli è ormai cancellato dalle carte d’Europa.

Ricomincia la salita. I paesi insorgono. Garibaldi raggiunge una Monteleone sguarnita che lo accoglie trionfalmente e vi sosta, ospite del marchese Gagliardi, dal balcone del cui palazzo incita la gente venuta ad ascoltarlo: “Se un popolo risponde al grido di libertà – dice – esso è degno d’averla è. Proprio a Monteleone c’era stato un precipitoso quanto inutile cambio di guardia: il maresciallo Vial, preoccupato dalle notizie che giungevano, si era dimesso e da Pizzo, con un migliaio di soldati, si era imbarcato alla volta di Napoli; il suo successore, il generale Ghio, non aveva potuto far altro che abbandonare il paese e mettersi in marcia verso Tiriolo. Intanto, Catanzaro, Maida, la stessa Tiriolo vengono liberate. Da Maida Garibaldi chiede aiuto contro le truppe di Ghio ferme a Soveria Mannelli. Ed è a questo punto che la storia del poeta e patriota Luigi Bruzzano e quella della sua terra si intrecciano: il 30 agosto, a Soveria Mannelli, poco più che ventenne, prende parte allo scontro tra i garibaldini guidati dal generale Scocco, che aveva organizzato un suo gruppo, i Cacciatori della Sila, e i borbonici guidati da Ghio che, vistosi circondato dalle truppe nemiche posizionate sulle alture e incalzato frontalmente da Garibaldi, si arrende insieme ai suoi 10.000 uomini. Il resto del tragitto, fino a Salerno, è un passaggio attraverso rivolte già compiute.

Nella cittadina campana Garibaldi incontra altri due calabresi, Salazar e Piria, lo stesso che di lì a poco, su incarico di Cavour, avrebbe preparato il plebiscito in Calabria. Poi la cronaca: in ottobre, a Teano, il Dittatore dell’Italia Meridionale consegna a Vittorio Emanuele II le due Provincie continentali delle Due Sicilie che, come ratificherà nel documento a sua firma dell’8 novembre successivo, lo hanno scelto quale loro Sovrano Costituzionale, unendosi alle altre Province d’Italia, con 1.302.064 di voti a favore e 10.312 contro. Fra i parlamentari del nuovo Regno un monteleonese, Musolino e, fra i senatori, quel marchese Gagliardi che aveva finanziato l’impresa garibaldina7.

Gli ultimi decenni dell’Ottocento sono di grande fermento politico, economico, sociale e culturale in Italia, ma il Sud da subito arranca. Alla Camera il deputato del collegio di Melito Porto Salvo, Agostino Plutino, protesta ripetutamente contro la cattiva amministrazione regia, propensa a “piemontesizzare” i territori liberati da Garibaldi. Ovunque si chiede Roma capitale, ma la Francia si oppone e il governo Rattazzi scontenta tutti. Così Garibaldi, nel 1862, torna in campo, risale da Palermo verso Napoli ma è fermato e ferito dai Forestali, sull’Aspromonte, nel corso di uno scontro con i sessanta battaglioni che, guidati dal generale Cialdini, gli sono stati mandati contro, mentre a Reggio la Giunta Municipale, il Consiglio Comunale e gli ufficiali della Guarda Nazionale si dimettono.

Garibaldi ritornerà in Calabria, ammalato, nel marzo del 1882, per raggiungere Palermo e partecipare alla commemorazione dei Vespri. Il viaggio in treno è lentissimo: dappertutto, lungo i binari, folle di calabresi giunte a salutarlo. Il legame con Reggio è forte, la città non l’ha mai dimenticato, nel decennio successivo alla spedizione gli ha conferito una medaglia, lo ha eletto presidente onorario della Società Operaia di Mutuo Soccorso, gli ha mandato un assegno di mille lire annue nel momento in cui lo ha saputo in difficoltà8.

Eppure, masse intere di contadini ridotte in miseria gli rimproverano di non aver mantenuto la promessa di una riforma agraria: l’agognata unità ha prodotto un ulteriore arretramento nelle loro condizioni di vita, provocando periodiche insurrezioni e acuendo il fenomeno del brigantaggio. é un piccolo esercito composito quello che si ribella, fatto di braccianti esasperati dallo sfruttamento dei latifondisti, dall’eccessiva tassazione, dalla privatizzazione delle terre demaniali, dalla vendita dei beni ecclesiastici, dall’obbligo del servizio di leva e poi di pastori, ex garibaldini, ex soldati dell’esercito borbonico, malviventi, latitanti: sono, per la gran parte, i “cafoni” di Salvemini in guerra contro i “galantuomini” locali e l’industrializzazione del nord. La repressione, affidata al generale Cialdini, è dura: la legge Pica del 1863, che gli conferisce poteri speciali, consente di colpire non solo i presunti briganti ma anche parenti e semplici sospettati.

In Calabria, la rottura dell’isolamento ha creato le condizioni per l’avvio di una situazione stabile di marginalità economica. L’apertura di un mercato nazionale e l’estensione del gravoso sistema fiscale piemontese, grazie alle cinque leggi Bastogi che si sono susseguite tra il 1861 e il 1862, hanno colpito le poche industrie esistenti. Fino alla metà dell’Ottocento, infatti, la regione, nei territori del cosentino e del marchesato crotonese, produce il 70% della liquirizia consumata sul territorio nazionale e questo è l’unico prodotto che ancora a fine secolo riesce ad esportare in Belgio, Gran Bretagna e Olanda. A Catanzaro, Cosenza e Villa San Giovanni è stata a lungo attiva la manifattura della lana. Funzionavano bene i comparti alimentare e meccanico, la lavorazione di cuoio e pelli, le industrie estrattiva e metallurgica. Già alla vigilia degli anni Settanta e nel ventennio successivo cambia tutto: la crisi agraria, conseguenza di un mercato libero che trova le campagne impreparate a competere con i paesi europei, determina il crollo di settori trainanti come quello granario e vinicolo; declinano le industrie e le piccole unità produttive di tipo artigianale; prende il via il fenomeno migratorio, unico in grado di determinare quel flusso di risorse che può dare respiro alla bilancia dei pagamenti e consentire, a molte famiglie, di sottrarsi alla miseria9.

Il malumore è enorme: il Sud si sente tradito e depredato da chi avrebbe dovuto sanare le strutture feudali lasciate dai Borboni e, invece, adotta una politica di rapina. Nessun governo pare realmente interessato alle sorti della parte più debole e arretrata del paese: è di Depretis la tassa sul grano, come di un meridionale, Crispi, quella politica protezionistica che va ad intaccare la piccola coltura vinicola ingrassando le entrate del Nord e i latifondisti del Sud, ben rappresentati in Parlamento e favoriti da un sistema elettorale che esclude dal diritto di voto chi non sa leggere e scrivere. Salvemini invoca il federalismo come unica faticosa via d’uscita10; ancora negli anni Venti del nuovo secolo Gramsci denuncerà il “patto mostruoso” tra la classe liberale e progressista del Nord e i latifondisti reazionari del Sud voluto da Crispi che, alla domanda di terra dei contadini meridionali, risponde con la facile promessa delle conquiste coloniali11.

Appare lontanissimo quel Nord insieme al quale si è lottato per l’indipendenza e l’unità.

Lì crescono i poli industriali; si forma un proletariato industriale con ansie e istanze diverse da quelle degli operai che, lavorando in fabbriche avvantaggiate dal protezionismo, godono di miglior trattamento salariale; cresce una coscienza operaia di classe che avanza le sue rivendicazioni non più solo attraverso la rete solidale delle Società Operaie di Mutuo Soccorso ma anche attraverso l’Associazione Internazionale degli Operai, di matrice anarchica. Si discute e, nella Milano del 1882, si giunge alla costituzione del Partito Operaio Italiano, subito ridotto alla clandestinità dalla parte più conservatrice della borghesia.

E, però, il fiume è inarrestabile: si diffonde il marxismo; nel 1889 delegati italiani del Partito Operaio partecipano, a Parigi, alla Seconda Internazionale; le diverse categorie dei lavoratori si organizzano in federazioni; si costituiscono le prime Camere del Lavoro; nasce a Genova, nel 1892, il Partito Socialista, che tenta di mediare tra socialdemocrazia e spinte rivoluzionarie. La crisi del ’93, che segna un regresso delle condizioni di vita di operai e contadini, non trova impreparati e, alla fine degli anni Novanta, sono proprio gli operai a scendere in piazza, da soli e senza grossa organizzazione, intanto che i socialisti tentano la via della mediazione e si spaccano. Il secolo si chiude con lo sciopero generale di Genova12.

Diffuso è il pregiudizio, anche in ambiente operaio e favorito dal riformismo socialista, che l’arretratezza del Mezzogiorno sia legata all’inferiorità della sua razza13. Quando Gramsci affronterà la questione meridionale – individuando nell’alleanza tra la borghesia settentrionale e i grandi proprietari terrieri del sud le ragioni dell’immobilismo semifeudale del Mezzogiorno ridotto, insieme alle isole, a “colonia di sfruttamento” – inviterà il proletariato industriale del nord ad allearsi con i contadini del sud e a guidare la lotta per l’emancipazione14.

E tuttavia, nei piccoli centri calabresi, sia pure con forte caratterizzazione locale, non manca il fermento culturale che si respira nel resto del paese. A Monteleone di Calabria, all’indomani dell’Unità, si succedono come sindaci gli uomini che avevano guidato idealmente il rinnovamento, come Cordopatri, Gagliardi e Capialbi; scrivono e pubblicano figure versatili come Cordopatri, Morelli, Santulli, Pignatari, Lumini, Morabito, Ammirà, Marzano, Gasparri, Mele; uno dietro l’altro vedono la luce diversi fogli periodici, in cui è dato grande risalto ai problemi locali e alle tradizioni popolari e che meriterebbero maggiore approfondimento: “La Voce pubblica”, “La Verità”, “La Ghirlanda”, “Folklore calabrese”, “Cronaca Vibonese”, “Il primo passo”, l’“Avvenire Vibonese” di Eugenio Scalfari e, dal 1889 al 1902, “La Calabria. Rivista di letteratura popolare” di Bruzzano. Luci e ombre, comunque: il secolo qui si chiude, infatti, con l’arresto dei fratelli Raho, nella cui tipografia si stampavano giornali democratici e socialisti. Muta poco nei primissimi anni del Novecento.

Ancora fogli e periodici, testate di destra o socialiste, testimoniano un vivissimo pullulare di idee e interessi. Bruzzano, che si era dedicato al recupero delle tradizioni popolari in un momento particolarmente difficile per le masse del sud, muore nel 1902 e la sua cittadina si avvia al ventennio fascista tra alti e bassi.

Vitalità politica e culturale, scavi archeologici e pubblicazioni di grande interesse come quelle di Umberto Zanotti Bianco e Paolo Orsi15, personalità di spicco come Lombardi Satriani e, poi, l’altra faccia della medaglia, che racconta il disastro di due terremoti, la miseria e l’emigrazione, le cattive condizioni igieniche, la malaria.

Giovanna Canigiula

1F.S. Nitti, Eroi e briganti, Longanesi, Roma-Milano, 1946, pp. 43-44 2A. Dito, Storia della massoneria calabrese. Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria, Brenner, Cosenza, 1980 3R. Giraldi, Il popolo cosentino e il suo territorio: da ieri a oggi, Pellegrini Editore, Cosenza, 2003, p. 165 e ss 4 C. Carlino – G. Floriani, La “Scuola”di Monteleone. Disegni dal XVII al XIX secolo, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2001 5 A. Borello (a cura di), Cronistoria di Vibo Valentia. 1830-1899, in “Sistema bibliotecario vibonese”, “Biblioteca digitale”, 2000, p. 263 e ss 6F. Aliquò Taverriti, La Calabria per la storia d’Italia, “Corriere di Reggio”, Reggio Calabria, 1960, p. 41 e ss 7F. Aliquò Taverriti, op. cit. 8F. Aliquò Taverriti, op. cit. 9 V. Daniele, Ritardo e crescita in Calabria. Un’analisi economica, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2005. Dello stesso autore è possibile consultare Una modernizzazione difficile. L’economia della Calabria oggi, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2001. Notizie sulle industrie nel Regno di Napoli si trovano in M. Petrocchi, Le industrie del Regno di Napoli dal 1850 al 1860, Edizioni R. Pironti, Napoli, 1955. Il periodo di crisi è sintetizzato da A. Placanica, Storia della Calabria dalle origini ai nostri giorni, Meridiana libri, Catanzaro, 1993, p. 348 e ss 10 G. Salvemini, Il federalismo, in R. Villari (a cura di), Il Sud nella storia d’Italia, vol. II, Laterza, Roma-Bari,1977, p. 348 e ss 11 A. Gramsci, Il Mezzogiorno e la rivoluzione socialista, in R. Villari (a cura di), op. cit., p. 535 e ss. Sullo stesso tema cfr. A. De Viti De Marco, Il miraggio della Libia, in R. Villari (a cura di), op. cit., p. 424 e ss 12M. Michelino, 1880-1993. Cento anni di lotte operaie, Edizioni Laboratorio politico, Napoli, 1993. 13A. Gramsci, op. cit. 14N. Colajanni, Per la razza maledetta, in R. Villari (a cura di), op. cit., p. 431 e ss. 15M.A. Romano, L’archeologia di Paolo Orsi a Monteleone Calabro. 1912-1925, Qualecultura, Vibo Valentia, 2006.

*Intervento tratto da La Calabria, antologia della rivista di Letteratura popolare diretta da Luigi Bruzzano a cura di Filippo Curtosi e Giuseppe Candido, – Città del Sole edizioni

 

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