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“Tango greco”: l’amore e la donna nella tragedia ateniese del V secolo a.C.

di Giovanna Canigiula

Nella tragedia  greca del V  secolo a.C. le donne, prima di Euripide, non hanno grande cittadinanza, se è vero che si può sacrificare una figlia per propiziarsi gli dei. Di storie d’amore tranquillo, sia pure su uno sfondo politico od esistenziale drammatico, non se ne vedono granché. Neppure quando il mito prende la struttura di una fiaba. Se, come dice Paduano, la tragedia è fenomenologia del dolore, l’amore ne è indiscutibile testimone.

Il più vecchiotto dei tre grandi tragici, Eschilo, affronta il tema dell’amor sacro e, quindi, della sacralità del matrimonio, nelle Supplici: le cinquanta figlie di Danao, non volendo sposare i cinquanta cugini d’Egitto, chiedono ed ottengono asilo politico dal re di Argo, Pelasgo. O città, o terra, o limpide acque,/ e dei del cielo, e voi, numi sotterranei/ che occupate vindici tombe,/ e tu, o Zeus, salvatore terzo,/ che proteggi le case degli uomini pii,/ accogliete questo femmineo sciame di supplicanti/ al soffio reverente del suolo./ Ma lo sciame brulicante dei maschi,/ lo sciame prevaricante dei figli d’Egitto/ già prima che il piede imponga/ sulla paludosa distesa/ gettatelo a mare col suo vascello veloce […] e muoiano prima di montare sui talami/ che liceità rifiuta,/ prima di far proprie le creature/ che al fratello del loro padre appartengono. Dai frammenti degli Egizi e delle Danaidi, che narrano lo sviluppo della vicenda, si viene a sapere che, ucciso Pelasgo dagli Egizi che reclamano le promesse spose, Danao è costretto a cedere le figlie ma, prima, suggerisce loro di fingere di accondiscendere al matrimonio per poi uccidere i rispettivi mariti durante la prima notte di nozze. Solo Ipermestra, per amore, non partecipa alla strage: imprigionata dal padre, è salvata non a caso da Afrodite. L’amore impuro che non si ricambia è assassino, l’amore impuro felice trova credito. Ma non sempre è così.

Con Sofocle le cose cambiano di poco: l’amore che si racconta è anzitutto quello, fortissimo, di Antigone per il fratello morto, al quale decide di dare sepoltura contravvenendo alle disposizioni del re di Tebe, Creonte. La pietosa manciata di polvere che la ragazza getta sul corpo di Polinice le vale la condanna a morte e a nulla serve l’accorato intervento del figlio del re, suo promesso sposo. Io sono fatta per condividere l’amore, non l’odio è il grido di Antigone, ma Creonte è inflessibile: non prende ordini da una donna. Quando, su suggerimento dell’indovino Tiresia, il re si ricrede, la tragedia si è compiuta: Antigone è morta, il figlio Emone si è tolto la vita, si ucciderà anche la moglie. Amore e morte si intrecciano: una giovane donna sfida le crudeli regole imposte dagli uomini, un giovane uomo si uccide perché non riesce ad immaginare una vita senza di lei. Eros, in battaglie invincibile,/ Eros, tu che sulle bestie ti slanci/ e vigili sulle tenere guance/ della vergine,/ tu che valichi il mare/ e penetri tra i rustici tuguri:/ non dio immortale,/ non essere umano, creatura d’un giorno,/ fuggire ti può./ E delira chi ti possiede. L’amore travia anche le menti dei giusti, accende liti tra consanguinei, fa del desiderio il potere seduto fra le grandi leggi del mondo.

Amore e morte si consumano anche nelle Trachinie: protagonista inconsapevole è Deianira che, per gelosia, pensa di poter trattenere al suo fianco il marito, invaghitosi della giovane Iole, utilizzando quello che crede un potente talismano, la veste imbevuta del sangue del centauro Nesso, ucciso dall’eroe. Veste fatale, portatrice cioè dei disegni del fato, che provoca la morte fra atroci tormenti di Eracle e il suicidio di una pentita Deianira. Chi si erge contro Eros, come un pugile, per lottare con lui, aveva detto, è soltanto uno stolto. Persino sugli dei Eros domina a suo piacimento, e su di me, certo: e perché non su un’altra donna come lo sono io? Sarei proprio folle, dunque, se biasimassi il mio sposo, colpito da tale malattia, oppure questa donna, sua complice in una cosa che per me non è affatto una vergogna né un male. In Sofocle l’amore è anche incesto e colpa e, se pure si agisca in buona fede e si sia innocenti, la punizione arriva ed è terribile: è la triste vicenda dell’ Edipo re. Salvato piccolissimo da un destino di morte, perché un oracolo aveva predetto che avrebbe ucciso il padre, Edipo è affidato alle cure del re di Corinto. Un giorno uccide un passante con cui ha un litigio, ignorando che si tratti del padre. Sposa quindi Giocasta, vedova di Laio, re di Tebe, ignorando che si tratti della madre. Con lei mette al mondo dei figli, ma non c’è pace nell’universo torbido dei sentimenti. Quando sulla città infuria la peste e l’oracolo suggerisce di allontanare chi ha ucciso il re Laio, Edipo indaga alla ricerca della verità ed è un servo a chiarire l’antefatto. L’orrore è grande, l’incestuoso innocente si acceca e se ne va in esilio, la sposa- madre si toglie la vita, la maledizione ricade sui figli. O luce del sole, che io ti veda per l’ultima volta, perché oggi è venuta la rivelazione che sono nato da chi non mi doveva generare, mi sono congiunto con chi dovevo fuggire, ho ucciso chi non dovevo uccidere. L’amore è una tragedia.

In Euripide, curiosamente, il mondo è donna. Il tragediografo, figlio di una idea alta di democrazia che non tarda a rivelarsi imperfetta, cede al relativismo, mette in scena non eroi ma uomini lacerati dalla quotidianità, dà voce a chi vive ai margini, sia esso servo o contadino o nutrice o, più semplicemente, donna. E delle donne sa raccontare il dolore e la grandezza, anche nella miseria.

Ed ecco il sacrifico di Alcesti, la sposa che salva dall’Ade quel marito per il quale Apollo aveva intercesso a patto che un altro morisse al suo posto e per il quale nessuno, neppure i vecchi genitori, aveva voluto spendere la propria vita. Muoio per te, dice Alcesti, mentre avrei potuto non morire e prendermi per marito un altro Tessalo, chi volevo, e abitare una casa prosperosa e regale. Il sacrificio. La migliore delle donne piange sul letto nuziale che il marito dividerà con un’altra, com’è costume, poi ci ripensa: in cambio della vita, Admeto dovrà prometterle fedeltà oltre la morte, perché nessuna matrigna renda un inferno la vita dei figli. Amore doppio: per lo sposo e per i figli. Admeto giura, la supplica un po’ tardivamente di non lasciarlo o di condurlo con sé. Basto io. Admeto promette: quando arriverà la sua ora, sarà sepolto nella sua stessa tomba, immaginata come casa comune, nel frattempo nessun’altra dividerà il suo letto, piuttosto una statua che abbia le sembianze dell’amata sposa. Alcesti muore e lui rinnega il padre: maledetti questi vecchi che a chiacchiere lamentano una vita troppo lunga e si augurano di morire perché a conti fatti, quando la morte è vicina, a nessuno più la vecchiaia pesa. Io ti ho generato e allevato come il futuro padrone della mia casa, è la risposta di Fereto, ma non ho il dovere di morire per te: non ho ricevuto dai miei antenati questa legge, che i padri muoiano al posto dei figli: non è usanza greca. Di più. Tu hai piacere di vivere; pensi forse che tuo padre non ne abbia? Molto è il tempo che dobbiamo passare laggiù e breve quello della vita, ma dolce però. Tant’è vero che tu senza nessun pudore hai lottato per non morire, e vivi avendo superato i limiti della sorte segnata e ucciso tua moglie. Sarà Eracle a salvare capra e cavoli: ospitato secondo sacra norma greca in una casa su cui regna un lutto che non gli è stato  fatto pesare, otterrà dagli dei di riportare in vita Alcesti, sposa silenziosa e velata che Admeto dapprima respinge e poi accetta.

C’è posto, nell’immaginario euripideo, per la donna che, offesa, si vendica. E’ Medea: la maga, la straniera, l’infanticida. Ha aiutato Giasone quando è arrivato nella sua terra, ha tradito patria e famiglia per seguirlo, ha persino lasciato morire il fratello.  Ha avuto da lui dei figli e, d’improvviso, si vede ripudiata per un’altra, la figlia del re che, addirittura, decreta per lei l’esilio. Il confronto. Medea  aggredisce: Giasone è solo un malvagio calcolatore che ha voluto evitare, in vecchiaia, il disonore di un letto barbaro, nulla può accettare da lui perché il dono di un uomo infame non ha utilità. Urla tutta la sua rabbia di donna rinnegata. Di barbara in terra d’altri. Minaccia. Vattene! Goditi le tue nozze; ma forse –sia detto con il favore del dio- hai fatto un matrimonio tale da dovertene pentire. Il coro delle donne ha pietà della straniera: O patria, o casa, mai divenga io/ priva della mia città, vivendo una vita/ d’angustie, aspra da traversare,/ infelicissima di afflizioni. La folle Medea è astutissima e prende tempo, chiede un giorno ancora per la partenza, quindi finge la via della riconciliazione e manda in dono alla rivale una veste e un diadema che saranno fatali. Non basta. Il greco deve pagare il fio: sconvolgerò tutta la casa di Giasone e andrò via da questa terra, fuggendo la strage dei figli carissimi e dopo aver osato l’azione più empia. Essere derisa dai nemici non è cosa che si possa sopportare. Non c’è supplica che tenga, la decisione è presa. Rifletti sul colpo che stai per vibrare ai tuoi figli,/ rifletti quale strage ti addossi./ No, per le tue ginocchia/  tanto, tanto ti supplichiamo,/ non uccidere i tuoi figli./ Da dove il coraggio trarrai/ nell’animo e per la mano e nel tuo cuore/ sì da infligger l’audacia tremenda?/ E come volgendo sui figli lo sguardo/ potrai senza lacrime/ sostenere il loro destino di morte? Nessuna greca aveva mai concepito l’indicibile. Amori che giungano eccessivi/ né fama accordano agli uomini né virtù;/ ma se con misura Cipride giunge,/ altra dea non c’è così gradita.

Fedra. La vittima di Afrodite. La dea ce l’ha col figliastro, Ippolito, che le preferisce Artemide e, così, decide di lasciarla consumare d’amore per lui. Fedra confida alla nutrice i suoi strazi, non è in grado di contrastare questo veleno  che, non per suo volere, fa amare il male anche alle persone sagge e virtuose. Vuole morire. Mia cara bambina, abbandona i cattivi pensieri e smetti il tuo orgoglio; giacché non è altro che orgoglio il credersi più degli dei. Abbi il coraggio di amare: è un dio che l’ha voluto. Mai consiglio peggiore. Messo al corrente, Ippolito inorridisce. Un disastro. Non resta che la morte, non senza prima avere accusato il figliastro di violenza. E’ terribile la vendetta di una donna respinta. Amore, che stilli sugli occhi il desiderio, indicendo il dolce fascino nell’animo di quelli che assalti, non apparirmi assieme alla sventura, non venire in dissonanza. Niente da fare. Teseo le crede, mette al bando il figlio, lo maledice: un mostro marino farà imbizzarrire i cavalli del cocchio e il giovane, impigliato nelle briglie, viene trascinato e straziato. Ancora amore e morte. E’un tango. Tutto greco.

Altre donne, altri drammi. Andromaca ed Ecuba, vedove di uomini amati, prigioniere di guerra, concubine. Donne senza possibilità di scelta. Elettra, la figlia di Agamennone costretta a sposare un uomo povero perché non metta al mondo un figlio di stirpe regale, un uomo che la rispetta e che lei non guarda neppure, sognando solo la vendetta. Elena, la fedele. Un fantasma dotato di respiro, fatto con un pezzo di cielo, del tutto simile a lei, un vuoto miraggio scatena l’inutile guerra di Troia, porta morti, lutti e rovine, intanto che lei vive in Egitto e rifiuta le nozze col figlio del re. Io voglio essere fedele all’uomo che da tanti anni è mio marito. L’inatteso ricongiungimento. Una vecchiaia serena. Le forme del divino sono molteplici, e molte sono le azioni degli dei che vanno contro le nostre attese. Quel che si credeva possibile non si verifica, mentre un dio fa accadere l’impossibile. Così termina questa storia.

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L’amore al tempo dei latini: piccolo contributo al tema

di Giovanna Canigiula

In un mondo in cui l’uomo è anzitutto un civis, l’amore fa capolino tardi nella letteratura latina. E’ la fine della Repubblica, c’è un intero sistema di valori che traballa e si avvia al tramonto, un Cicerone ormai fuori tempo si affanna a cercar soluzioni per salvare il salvabile, ma la crisi è alle porte tanto che, proprio lui, compie lo sforzo di importare la filosofia dalla Grecia, cercando parole che il pratico vocabolario latino non ha. L’uomo si interroga non solo sul tipo ideale di stato e sul suo ruolo nella società ma anche sul senso della vita. Domina, dunque, l’incerto sulla consueta gravitas romana ed è in questo contesto che si inquadra la poesia di Catullo, il poeta delle nugae, delle bagattelle, delle inezie. Il primo poeta che fa girare il suo mondo attorno a una donna, alla quale dedica un intero canzoniere.

Le epigrafi funerarie ci raccontano di donne virtuose, caste, pudiche. L’unica traccia dell’amore è nella commedia ed è amore per una meretrice, sposata in virtù del fatto che un colpo di scena finale ne rivela le origini di donna libera ed aristocratica. Catullo ha due modelli alle spalle, legati alla poesia erotica ellenistica: Callimaco, che canta l’amor leggero e Meleagro, che per amore soffre. Sceglie il secondo e, con lui, una donna con non pochi problemi: Lesbia appartiene all’alta società, è sposata, è vedova in un periodo in cui la vedovanza obbliga ad essere univira, donna sola che vive nel ricordo del marito perso. E’ un amore fuori dalle regole, dunque, in cui a dirigere il gioco è lei, ladomina, mentre l’uomo è travolto dalla passione, è vittima e si tormenta. Il compendio è in un distico, quei due versi del carme 85 che rivelano la doppia natura dell’amore e denunciano l’incapacità di comprenderne la ragione. E’ così, dice Catullo, e non posso farci niente, salvo tormentarmi: Odi et amoQuare id faciam, fortasse requiris./ Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

L’amore è forza che sfida le convenzioni, le chiacchiere, le invidie (c. 5): “Viviamo, mia Lesbia, e amiamo,/ e le chiacchiere dei vecchi troppo seri/ stimiamole tutte un solo asse!/ Il sole può cadere e ritornare,/ ma noi, una volta che la nostra breve luce sarà caduta,/ dovremo dormire una notte eterna./ Dammi mille baci ed altri cento,/ ed altri mille e, dopo, ancora cento./ Quando saranno migliaia/ confonderemo il conto, per non sapere/ o per evitare il malocchio di un invisioso/ quando saprà che sono tanti i baci”.

L’amore è con-divisione: all’amata  muore il passerotto, compagno di giochi, e il poeta invita tutti a piangere, Veneri e Amori e uomini delicati. Così nel c. 3: Lugete, o Veneres Cupidinesque,/ et quantum est hominum venustiorum:/ passer mortuus est meae puellae,/ passer, deliciae meae puellae,/ quem plus illa oculis suis amabat. Lei l’amava più dei suoi stessi occhi e ora lui se ne va per una strada oscura (iter tenebricosum) dalla quale dicono che non si torna indietro. Unde negant redire quemquam. “Maledette, malvagie/ tenebre dell’Ade che divorate tutte/ le bellezze, ed un passero bellissimo me l’avete tolto”.

L’amore è gioia ma, come tutte le gioie, fa tremare (c. 70): “La mia donna dice che non vuol stare con nessun altro,/ neanche se la chiedesse Giove in persona./ Così dice, ma quello che dice una donna a un amante appassionato, / va scritto sul vento e sull’acqua che fugge”. Premonizione? Stereotipo? Paura? In fondo, l’univira ha rotto per lui il patto d’amore con le ceneri del marito. Potrebbe romperlo ancora.

Ma, quando si ama, si spera (c. 109): “Mi prometti, mia vita, che questo/ amore sarà felice e sarà per sempre./ Grandi dei, fate che possa promettere il vero,/ che lo dica sinceramente e di tutto cuore:/ così potremo per tutta quanta la nostra/ vita serbare questo sacro patto di affetti”.

L’amore è gelosia e la greca Saffo presta le parole. Simile a un dio pare il rivale che, seduto di fronte all’amata, la guarda e l’ascolta mentre dolcemente sorride intanto che al poeta la lingua si intorpidisce, un sottile fuoco gli scorre nelle membra, le orecchie ronzano, gli occhi si coprono di una duplice notte. E’ l’inferno del c. 51: Ille mi par esse deo videtur, / ille, si fas est, superare divos,/ qui sedens adevrsus identitem te/ spectat et audit/ dulce ridentem […] lingua sed torpet, tenuis sub artus/  flamma demanat, sonitu suopte […]

Come tutti i maschietti dalla notte dei tempi, Catullo è il classico stupidotto che, più avverte la minaccia del tradimento, più scopre incostante e infedele la donna che ama, più si lega a lei. Altro che le castae puellae! Nel c. 72 rinfaccia e si prova a far distinzioni: “Tu dicevi un tempo di conoscere solo Catullo,/ e che non mi avresti cambiato neppure con Giove./ Ti ho amata allora non come si ama un’amante,/ ma come un padre ama i figli e i generi”. Nunc te cognovi. “Ora ti ho conosciuta, e anche se ardo più forte,/ tuttavia per me vali molto meno”. Ahi, ahi, ahi. Qui potis est, inquis? Come è possibile, chiedi? Quod amantem iniuria talis/ cogit amare magis,/ sed bene velle minus. “Perché una tale offesa costringe chi ama ad amare di più,/ ma a voler bene di meno”.

E’ affranto Catullo (c. 58 a): “Celio, la mia Lesbia,/ quella Lesbia che Catullo ha amato/ più di se stesso e di tutti i suoi,/ adesso nei trivi e negli angiporti/ scappella i nipoti del magnanimo Remo”.

Inveisce (c. 60): “Forse una leonessa sui monti dell’Africa,/ o Scilla che abbaia dal fondo dell’inguine,/ ti ha generato con un cuore così duro e inumano,/ al punto che nel tuo cuore feroce disprezzi/ la voce di chi ti chiama nel momento supremo?”

Cede e siamo sempre là (c. 75): “A tal punto è arrivato il mio cuore, Lesbia, per colpa tua,/ e si è perduto nella devozione, che non mi è possibile più volerti bene,/ diventassi tu anche la migliore fra tutte le donne,/ né smetterei di amarti, anche se tu facessi di tutto”.

E’ fedele, l’amore è un patto tra due, lui non lo ha infranto. Ma è magra consolazione (c. 87): Nulla potest mulier tantum se dicere amatam/ vere, quantum a me Lesbia amata mea est./ Nulla fide sullo fuit unquam foedere tanta,/ quanta in amore tuo ex parte reperta mea est. “Nessuna donna può dire di essere stata amata tanto/ e sinceramente quanto la mia Lesbia è stata amata da me./ Nessun patto è stato osservato con tanta costanza/ quanta ce n’è stata nel nostro amore da parte mia”.

L’amore è malattia, Lucrezio mette in guardia, Catullo si dispera. Non ha mai mancato alla propria parola, sa di essere pio, non  ha ingannato nessun uomo (c. 76): “[…]Tutto/, affidato a un cuore ingrato, è andato perso. Ma tu,/ perché continui a torturarti? Perché non rafforzi/ il tuo animo e non ti stacchi e non cessi di essere/ infelice contro il volere divino? E’ difficile, /tutto d’un tratto, deporre un lungo amore;/ è difficile sì, ma devi farlo lo stesso[…]”. Se questa è la via della salvezza, gli dei lo debbono aiutare e glielo debbono perché ha vissuto una vita pura. L’amore è peste, è rovina, è un cancro che divora il corpo. Ha scacciato ogni gioia dal cuore. Il poeta non chiede più che Lesbia ricambi il suo amore o gli sia fedele, è impossibile dice, vuole solo guarire.

Quando si soffre, si chiede aiuto (c. 38): Malest, Cornifici, tuo Catullo. “Il tuo Catullo, Cornificio,  sta male;/ sta male e soffre/ ogni giorno e ogni ora di più./ E tu per consolarlo (la cosa più piccola e facile),/ quale parola hai trovato? Sono furioso/ con te: così tratti il mio amore?/ Dimmi una parola, quella che vuoi,/ più triste del pianto di Simonide”.

E arriva il divortium. Amarissimo (c. 8): Miser Catulle, desinas ineptire,/ et quod vides perisse perditum ducas./ Fulsere quondam candidi tibi soles,/ cum ventitabas quo puella ducebat/ amata nobis quantum amabitur nulla[…].

“Infelice Catullo, smetti di impazzire,/ e quello che vedi perduto, convinciti che è perduto./ Un tempo rifulsero per te splendidi soli/ quando andavi dove lei ti portava, la donna/  amata da me quanto nessuna mai sarà amata./ Là si facevano tutti quei giochi, che tu volevi/ e lei non diceva no. Veramente/ un tempo rifulsero per te splendidi soli./ Ora lei dice di no, e tu devi fare altrettanto, non devi/ anche se sei disperato, non devi inseguirla se fugge,/ vivere infelice, ma sopportare con fermezza e tener duro./ Addio, ragazza. Ormai Catullo è capace/ di tener duro, non ti cercherà, non ti pregherà se non vuoi./  ma a te dispiacerà che lui non ti cerchi./ Sciagurata, che vita ti aspetta?/ Chi ti frequenterà? A chi sembrerai bella?/ Chi amerai e di chi diranno che sei?/ Chi bacerai? A chi morderai le labbra?/ Ma tu Catullo, sii fermo, e tieni duro”.

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