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Credo che Gesù sarebbe stato per l’eutanasia. Intervista a Vittorio De Seta

E sul caso Eluana Englaro cita Gesù : “Voglio misericordia e non sacrificio”. In Sardegna: “c’era la cabadora”

di Filippo Curtosi e Giuseppe Candido

22 novembre 2008 Intervista a Vittorio De Seta

.. Sono per l’autentica dottrina di Gesù. Però non credo che Gesù abbia mai espresso i concetti che son riassunti nel credo”. ..Gandhi è diventato Gandhi dopo aver letto “il Regno di dio è in noi” di Tolstoj. Con Pasolini ha in comune la formula “Sviluppo senza progresso”

di Filippo Curtosi e Giuseppe Candido

L’8 settembre 2008, in occasione del sessantesimo anniversario della dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo gira a Pentedattilo, in provincia di Reggio Calabria, il cortometraggio sull’articolo 23 della dichiarazione: “Articolo 23.Pentedàttilo” che sarà presentato il prossimo primo dicembre al Teatro Argentina in Roma.

Nato in Sicilia (Palermo, 1923) da nobile famiglia di origini calabresi, il maestro del film documentario italiano vive a Sellia Marina, in provincia di Catanzaro, dove cura le sue tenute. Dopo essersi iscritto alla facoltà di Architettura nel ”41 fu allievo ufficiale dell’Accademia Navale di Livorno. Dopo l’armistizio fu internato in Austria dai nazisti. Liberato nel ”45 ricomincia a studiare e inizia ad occuparsi di fotografia e di cinema. Nel ”53 collabora come aiuto regista ne “Le village magique” di Jean Paul Le Chanois e, sempre nello stesso anno, affianca Mario Chiari in un episodio di “Amori di mezzo secolo“. Il suo nome, nel dizionario del cinema dei registi mondiali dei tipi Enaudi, sta tra quelli di De Santis e De Sica. A partire dal ”54 sino al ”59 scrive e dirige una serie di documentari cortometraggi considerati oggi veri capolavori del cinema mondiale: Lu tempu di li pisci spata (1954 min 10′.04” ); Isole di fuoco (1954 min 09′.02” ); Surfarara (1955 min 09′.39”); Pasqua in Sicilia (1955 min 08′.12” ); Conrtadini del mare (1955 min 09′.24” ); Parabola d’oro (1955 min 09′.39” ); Pescherecci (1958 min 10′.02” ); Pastori di Orgosolo (1958 min 09′.54” ); Un giornoin Barbagia (1958 min 09′.27” ); I dimenticati (1959 min 16′.56” ). Straordinari documenti originariamente in Ferraniacolor e Cinemascope oggi digitalizzati e ripubblicati ne “Il mondo perduto” assieme a “La fatica delle Mani”,una raccolta di scritti su Vittorio De Seta a cura di Mario Capello che accompagna il dvd e in cui spiccano “La sabbia negli occhi” di Roberto Saviano, “su Banditi a Orgosolo” di Martin Scorsese, “una conversazione con Vittorio De Seta” di Goffredo Fofi, “Il metodo verghiano di De Seta” di Vincenzo Consolo, “De Seta: la Grande del documentario” di Alberto Farassino, “L’arcaico e la trasmissione della conoscenza” di Marco Maria Gazzano, “Un lungo viaggio verso il mondo perduto” di Gian Luca Farinelli. Nel ”61 De Seta esordisce col 35 mm nel lungometraggio con “Banditi a Orgosolo” ( Italia, 1961 – 98 min., 35 mm b/n). Seguono “Un uomo a metà” ( Italia, 1966 – 93 min., 35 mm, b/n) osteggiato dalla critica ma che ottenne riconoscimenti a Venezia e lodi da parte di Pierpaolo Pasolini e Moravia,  “L’invitata” ( Italia-Francia, 1969 – 90 min., 35 mm, col.); Diario di un maestro” ( Italia, 1973 – 270 min. 4 episodi , 16 mm, col.) evidenzia la problematica della scuola italiana e il vero scopo della scuola non finalizzata all’ottenimento di una promozione o di un diploma ma piuttosto come preparazione alla vita, la formazione del carattere e della personalità. Tutti temi ripresi in “Quando la scuola cambia” ( Italia, 1978 – 240 min. 4 episodi , 16 mm, col.) con cui De Seta, rispondendo a chi gli sottolineava  dopo l’uscita di Diario che quel maestro era finto e che non poteva attuarsi quel tipo di scuola, descrive quattro casi di scuola d’avanguardia, in Lombardia e in Puglia. Successivamente De Seta gira “La Sicilia rivisitata” ( Italia, 1980 – 207 min. 4 episodi , 16 mm, col.), “Hong Komg, la citta dei profughi” ( Italia, 1980 – 135 min. 3 episodi , 16 mm, col.), “Quando la scuola cambia” ( Italia, 1978 – 240 min. 4 episodi , 16 mm, col.), “Un carnevale per Venezia” ( Italia, 1983 – 56′ min., 16 mm, col.). Con “In Calabria” ( Italia, 1993 – 83′  min., 16 mm, col.) ritorna alle tradizioni, al racconto della realtà ancestrale in cui un paese, un villaggio erano una comunità. In “Lettera dal Sahara” ( Italia, 2004 – 123′ min., col.) De Seta racconta l’immigrazione nel mondo di oggi con la storia di Assan, un senegalese sbarcato a lampedusa e che, in meno di sei mesi, risale l’Italia passando per Napoli, Prato, Torino e cambiando ogni volta lavoro. E sul lavoro che nel settembre 2008, in occasione del sessantesimo anniversario della dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo, gira in provincia di Reggio Calabria un cortometraggio sull’articolo 23 della dichiarazione, il lavoro. “Articolo 23. Pentedàttilo” (Italia, 8 settembre 2008 – min. 05′ 49” , col) è un cortometraggio in cui immagini, musiche delle Calabrie ti accecano e raccontano. Pentedàttilo, a sud dell’Italia, è stato abbandonato dagli abitanti partiti in cerca del lavoro. Ma altri emigranti, ancora più poveri, arrivano a prenderne il posto.

Lo scorso 28 ottobre, Vittorio De Seta,  ha voluto farci l’onore di redigere la prefazione per “La Calabria”, una raccolta di canti sacri, leggende, canti popolari,tratti dall’omonima rivista di letteratura popolare edita in Monteleone, dal 1888 al 1902 e che gli scriventi stanno curando e stiamo per pubblicare.

Abbiamo pensato al maestro per la prefazione a questa  raccolta perché i documentari di De Seta, lodati dalla critica nazionale ed internazionale, non raccontano ma mostrano la realtà e ripercorrono, nel tempo che celebra il culto mediatico, il mondo perduto che fu non per esorcizzare o evadere la realtà ma per recuperare il senso delle cose dai segni, dai simboli ancora carichi di sacralità laica perché vere, umane.

Siamo andati a trovarlo in una giornata tempestosa, con il vento che piega la pioggia come le canne, per ringraziarlo della sua disponibilità e cogliendo l’occasione per fargli qualche domanda …..Antico e aspramente contemporaneo, la forza delle immagini dei cortometraggi che riescono a far parlare alberi, animali, vento,  mare, a tradurre in racconto il rumore, ora lieve ora travolgente della vita.

Lo incontriamo nella sua casa di Sellia Marina (CZ), facendo fatica a non distrarci dal nostro dialogo per guardare le sue cose,volti e corpi che diventano compagni di cammino.

D: Nella fase in cui si trovano oggi l’Italia e il mondo nella crisi globale, cosa è diventato oggi il lavoro?

R: Io ho fatto il lavoro manuale, sono stato due anni prigioniero. Una volta il lavoro in un certo senso era creativo .. perché il lavoro manuale è creativo. Uno fa un lavoro. vengono qui gli operai, una siepe, è finita e la vedi. Ma l’alienazione consiste nel fatto che ci sono degli operai in certe fabbriche meccaniche, che fanno dei pezzi che non sanno neanche che cosa sono, dove vanno. Se sono pezzi d’automobile o pezzi di un qualsiasi altro meccanismo. Perché ormai è fatto tutto per appalti. La fiat non è che produce, appalta tutte le parti. la cosa non può funzionare. Non fosse altro che per il fatto che per quattro milioni di anni si sapeva che cosa si faceva. Capito? La vita media poteva essere, che ne so, quarantacinque anni, mortalità infantile, gravidanze, ….figuriamoci, malaria, tubercolosi. Ci siamo liberati da questo, però si è perso un qualche altra cosa che era fondamentale. E che si sarebbe potuto mantenere.

D: Cosa ti piace di oggi?

R: Di oggi? E’ bellissimo voglio dire. Un trattore è una cosa bellissima, e non è che non si può usare. Non c’era bisogno di buttare tutto il resto. E’ un’incredibile imprevidenza da parte delle classi dirigenti. degli intellettuali. Nessuno ha dato l’allarme di questo. Che io sappia. salvo un americano: Torou, che a un certo punto ha detto che bisognava distruggere le macchine.

D: Finalmente hanno capito chi è Vittorio De Seta. In Italia, …

R: Adesso forse…, Saviano?

D: Guardando i cortometraggi di De Seta si ha la netta sensazione di conoscere il tempo nelle sue varie scansioni, di conoscere il vento, di vederlo, di assaporarlo, di sentirlo. Oggi è una giornata De Setiana.Abbiamo visto le canne piegate dal vento. Nel cinema di De Seta è la stessa cosa. I tuoi documentari ripropongono esperienze di vita. De Seta scandaglia il fondo delle cose e dell’animo umano della cultura popolare?

R: Si, in sostanza, la cultura contadina che è la cultura popolare, che era proprio la storia dell’uomo come evoluzione lenta, è stata buttata a mare. Io faccio sempre il paragone, forse ne ho già parlato. Insomma, si va sempre indietro. Già si parla dell’Umo da 4 milioni di anni. Io dico: 4 milioni di anni sono 42.000 secoli; 42.000 secoli sono come i metri della maratona. Sono 42.195 metri. Il progresso prende gli ultimi due metri. Nessuno parla mai di questo. Il nostro cervello si era sviluppato lentamente fino al 1827 quando è entrata in campo la locomotiva, tanto per stabilire una cosa. E li c’è stato un movimento. Un’accelerazione esponenziale. Per cui io sento che noi non facciamo più fronte. La vita è proprio cambiata. I documentari ripropongono quell’esperienza di vita che poteva avere un uomo siciliano di cinquant’anni fa. E quindi quella di sempre. Mi segue? E quindi gli odori, i sapori, i suoni. Tutto. Noi siamo stati privati di questo patrimonio, in cambio del progresso. Però a questo punto io dico che il frigo e questo telefonino (prendendo in mano il suo cellulare) l’abbiamo pagati troppo caro. (minuti 4′:20”.11)

D: Maestro, hai conosciuto Pasolini?  Com’ era Pasolini?

R: l’ho visto 4 5 volte in tutto. Intanto molto generoso, molto anche impulsivo, diretto. Lui, ad esempio, quando ho fatto un uomo a metà che è stato letteralmente linciato da una parte della critica ma che è andata in corto circuito a Venezia, e poi adesso sempre meglio capisco perché, lui è intervenuto. Ha parlato di cinema di poesia. Anche Moravia aveva fatto una buona critica. Però non è servito perché l’hanno massacrato passando pure notizie false. Quello che più ho di più lui (Pasolini ndr) è la formula “sviluppo senza progresso” . Tutto il resto per esempio, leggendo quegli articoli del Corriere della Sera, ecco, dovrei rileggerli. Ma non c’è mai tempo. Mi sono ricomprato il volume di Gramsci, non si fa più in tempo a seguire, a capire. (minuti 1′:23”.17)

D: Maestro, con Moravia che rapporto avevi? Com’era Moravia

R: No, Moravia era bravo, lui faceva la critica sull’espresso.

D: E’ venuto in Sardegna?

R: No, lui dirigeva una rivista. “Nuovi argomenti” che, mi pare nel ’57 o ’58, ha pubblicato un’inchiesta di Franco Cragnetta che era un antropologo sociologo. F. Cragnetta aveva fatto “a Orgosolo” raccontando Orgosolo, raccontando la famosa disamistate a cavallo della guerra mondiale. Una faida interna al paese. E proponendo questo paese che era rimasto fuori dalla storia.

D: Lui era un’esistenzialista?

R: Moravia? I titoli, una noia. Io ripeto, non lo conosco bene. Non ho avuto il tempo. Io per esempio Purz non l’ho letto. Non ho fatto in tempo. Però qualche anno fa ho passato due anni a rileggere solo Tolstoj. Perché Tolstoj oltre ai romanzi ha scritto dei saggi morali bellissimi. Gandhi è diventato Gandhi dopo aver letto un libro di Tolstoj che si chiama “Il Regno di Dio è in noi“. Una frase che c’è nel vangelo.

D: Che rapporto ha con la fede De Seta?

R: Questo è molto complesso. Io non riesco a rinunciare alla ragione. Se la fede è rinuncia alla ragione allora non ho fede. Ho una grande devozione, come dire, un’ammirazione immensa per Gesù. Per l’autentica dottrina di Gesù. Però non credo che Gesù abbia mai espresso i concetti che son riassunti nel credo. Cioè questa revisione, questo abbandono totale. Questa deve essere roba…, Tolstoj l’ha approfondito in questo libro che ho ma ma è in inglese e non riesco a leggere. Si chiama Critica della teologia dogmatica. I discorsi diventano troppo lunghi. In sostanza, Tolstoj mi ha insegnato che al di la della versione chiesastica, diciamo, di Gesù, della dottrina di Gesù. Che si riassume nel credo, che è stata annunciata a Nicea nel 300 d.C.. Al di la di questo, la dottrina di Gesù è un’altra cosa, contrasta enormemente.

D: Tu innamorato di San Paolo?

R: Si, si. Ma soprattutto di Gesù perché è stato falsato. Forse non si poteva fare altro. San Paolo lo stesso. Cioè praticamente: Gesù è un profeta. Infatti Lui dice(va) sempre: “è stato detto occhio per occhio ma, Io vi dico …..”. Quindi Lui era venuto a cambiare. Quella frase che c’è nel vangelo: “Sono venuto soltanto a compiere”. Non è vero. Però … nel cristianesimo c’erano le sette giudeo cristiane che hanno mantenuto il vecchio testamento. Però fra il vecchi e il nuovo c’era un contrasto enorme.  (minuti 4′:18”.05)

D: Riesci ad esprimere questo nei tuoi lavori ? Che Gesù è stato falsato?

R: E no. Io volevo fare, ma non ce la farò. Insomma, non tutto il vangelo, un film su una parte del vangelo per cercare di spiegare. C’è un grosso equivoco di base. Cioè la dottrina di Gesù viene sempre espressa come un qualche cosa di meraviglioso ma astruso, inattuabile, metafisico. Mentre invece no. Tolstoj mi ha insegnato che è profondamente razionale. Quando Gesù dice quei paradossi, che sembrano paradossi, “ama il tuo nemico”. In realtà è giusto, è vero. E la gente lo sente tant’è vero che a questa dottrina la gente aderisce. Però poi è invalsa la consuetudine di dire: va bene, però questi sono sogni, la realtà è un altra. E quindi, per esempio, il Male. la chiesa riconosce il male, mentre invece Gesù non lo riconosceva. Oppure lo riconosceva come diminuzione di bene, ecco, non come entità autonoma.

D: San Paolo in un certo qual modo ha divinizzato….

R: San Paolo ha dovuto fondare una chiesa che è un istituto secolare. Che è uno Stato oggi, che ha una guardia svizzera, una guardia armata. Gesù diceva che – quando manda in giro i discepoli –  che non dovevano portarsi neanche i sandali di ricambio. Neanche la bisaccia, forse neanche il bastone. Insomma, è differente nei vari vangeli. Li (nella chiesa ndr) abbiamo il Vaticano con la cappella sistina …. (minuti 2′:00”.86)

D: Parlando di nuovo di chiesa, lei diceva, raffigurava nelle sue parole una contrapposizione tra religione e religiosità sentita dalle persone. Oggi questo tema la chiesa lo ripropone per il caso  Englaro, come fu per Piergiorgio Welby..

R: Nel Caso?

D: Eluana Englaro, quella ragazza …

R: Si, e quello non l’ho seguito per niente.

D: In buona sostanza la situazione è la stessa cosa di Piergiorgio Welby….

R: Cos’era la sacralità della vita?

D: La sacralità della vita difesa fino all’ultimo tant’è che adesso in pratica si propone una petizione al Parlamento europeo per cercare di annullare tre gradi di giudizio più una sentenza della Corte costituzionale che già si sono espresse a favore di Beppino e della famiglia Englaro nella richiesta di veder rispettata l’autodeterminazione.

R: Detto proprio in soldoni. La chiesa quando dice così tradisce. Perché Gesù, credo che nel vangelo è riportato tre o quattro volte, Lui dice: “voglio misericordia e non sacrificio”. E’ tutto li. Mantenerla in vita è un sacrificio. Per lei (Eluana ndr), per la famiglia, per tutto. Io credo che Gesù sarebbe stato per l’eutanasia. Perché è la cosa logica, è razionale. Non c’è niente di irrazionale, niente di astruso, niente di metafisico nella dottrina di ..(Gesù ndr). Se tutti facessimo così credo che vivremmo in pace meravigliosamente.

D: Nella cultura delle nostre tradizioni, come per il caso dell’aborto clandestino che c’era la figura delle mammane, esistevano delle figure simili per quanto riguarda l’aiutare a far soffrire meno nella morte?

R: In Sardegna c’era sicuro. C’era la cabadora, la cabadora  (deriva ndr) dallo spagnolo. Cioè, quando c’era qualcuno che era così, in difficoltà, e provvedeva lei. Quando la situazione era insostenibile. Quindi la saggezza popolare aveva trovato il rimedio. Perché è una questione di senso comune. Se uno accantona i pregiudizi, i principi. Umanamente una situazione così bisognerebbe intervenire, assumersi ….E’ facile dire la vita è sacra. Ma che cosa vuol dire? Abbiamo avuto i cappellani militari. La chiesa ha partecipato alle guerre.

D: Cos’è il senso di colpa per De Seta?

R: Il senso di colpa è che noi …noi veniamo dal male. Dal così detto male. Il mondo della natura si vede: c’è il male. Il mondo dei dinosauri era un mondo basato sulla violenza. Noi veniamo da la. Ce lo portiamo nell’inconscio. L’inconscio è ereditario.

D: Non c’è niente da fare insomma.

R: E si, l’uomo esprime questa contraddizione: si è instaurata, non so quando non so come, la coscienza morale però è rimasto questo ricordo ereditario del male dal quale usciamo. Mi segue?

(minuti 0′:58”.15)

D: Come liberarsi dal senso di colpa?

R: Capendo. Capendo il meccanismo. Per cui Gesù dice delle cose fondamentali. Una volta gli dicono: Tu che sei buono… E Lui (Gesù ndr) dice: “Io non sono buono, Dio è buono“. Lui si dichiarava Uomo. E poi perdona tutti: perdona l’adultera, perdona il partigiano, il brigante crocefisso vicino a Lui, perdona tutti. Lo accoglievano i pubblicani, che erano gli esattori delle imposte, quindi doppiamente spregevoli per il popolo. Perché percepivano le imposte per i Romani, che poi l’impero romano era un impero militare fiscale. Non c’era questa grandezza di Roma che si dice. S, perché facevano le strade ma in realtà spremevano sangue da tutti.

D: De Seta, come dice Scorsese, antropologo poeta?

R: A.. questo l’ha detto Scorsese? Va be questo riguarda i documentari. Si, ma perché io neanche me ne rendevo conto quando li ho fatti. Adesso, ha ragione (Scorsese ndr), c’è – come dire . un’interpretazione religiosa della vita. si sente nei documentari. Li avete visti adesso quelli restaurati? Perché una volta era così. C’era…., c’era la soggezione per il mistero. Cioè si riconosceva che c’era un qualcosa che non si può capire. La saggezza popolare questo lo aveva intuito. Mentre invece, oggi … E’ come la parabola dei vignaioli omicidi che c’è sempre nel vangelo. Quella è illuminante. Il padrone, cioè Dio, costruisce una vigna, la circonda di un muro, insomma, e poi la consegna a questi vignaioli. Poi quando manda a prendere l’affitto, manda i profeti, questi li maltrattano, qualche volta li uccidono. Allora Lui dice: manderò mio figlio almeno avranno rispetto di lui. Di questi temi, di queste cose non se ne parla mai. Il materialismo è questo. Si parla solo della pensione, l’ambiente. Cose sacro sante, per carità. Però questo e basta. S’è perso quel senso… quando si dice gli antichi, che poi noi giudichiamo spregevoli, ignoranti, arretrati, il popolo rozzo, violento. Ma quando mai! Avete visto i dimenticati?

Quello era e ancora in parte è. Quindi è tutto un inganno. E’ tutto un’impostura. Questo è il fatto.

D: Pensa di essere stato, in un certo senso, scomunicato per aver detto verità scomode?

R: Si, ma queste cose poi non le ho mai scritte. Però basterebbe riprendere Tolstoj. Non è che uno vuole fare chissà che. Non c’è questo assunto di originalità. …… Tolstoj a un certo punto ha finito di scrivere. Ha smesso di scrivere narrativa, romanzi. Perché la chiesa ortodossa l’ha scomunicato. E poi ancora oggi è all’indice. Nessuno ne parla. E’ una personalità, uno dei più grandi uomini del secondo millennio.

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Cuore nero

di Giovanna Canigiula

Ultimo compito in classe in una quarta ginnasiale, quasi ultima fatica dell’anno. La traccia richiedeva un’opinione sul monito dell’Europa all’Italia per l’ondata di razzismo e xenofobia che dilagano nel nostro paese. Sorpresa! Altro che villaggio globale, intercultura, accoglienza: nella terra dei migranti emarginati, i benestanti nipotini coltivano l’odio. Percepiscono l’indistinto universo degli “stranieri” (marocchini, rumeni, rom) come nemico da scacciare. Gli extracomunitari (ma non gliel’abbiamo detto che i rumeni sono comunitari? Mi sorge il dubbio) sono ladri, stupratori, rapitori di bambini, usurpatori di lavori e diritti. Inducono, addirittura, a lasciare la patria, non foss’altro che per la salvaguardia della prole a venire. O loro o noi. E chi ha la forza, ora, di spiegare agli impermeabili mostri in erba che sarebbero stranieri altrove, comunitari o non, dunque da scacciare perché piccoli neri e mafiosi italiani, italiani del sud, calabresi? Il bello è che premettono: non sono razzista. Ma… Mi arrabbio. Mi si gonfiano le vene. Sono furibonda. Sei razzista e come. Non lo sai ma sei un piccolo mostro viziato e bastardo, che non misura pensieri e parole. Che non ha pietà. Crudele crudelissimo. E non c’è lettura, approfondimento, dibattito, conversazione, convegno, spettacolo, concerto che possano: gli stranieri di serie B vanno cacciati e subito. Sono brutti sporchi e cattivi. Insozzano le città (dev’essere per questo che Napoli è sepolta da cumuli di spazzatura!).  Ci fanno vivere nel terrore e stare rintanati nelle case (in teoria, perché nella pratica tra palestre, passeggiate, cinema e ritrovi bisogna uscire per forza. Magari li facessero stare a casa sui libri!). Hanno rovinato l’immagine dell’Italia con crimini, furti, abusi (sicuramente in tempi non sospetti avranno esportato la ‘ndrangheta dai loro terribili paesi. L’avranno portata con le navi. Maledetti!). Quante cose scopro. E mi arrendo. La lettura dei quotidiani in classe? Inutile. Li leggeremo male. Far meditare con Bilal? Inutile. Costrizione noiosa. E’ scuola. Un preside che promuove in ogni modo l’incontro con l’altro da noi perché diventi parte di noi? Inutile. Perché è scuola.  Tutto ciò che si è fatto, detto, letto, discusso in un anno: fatica inutile. E di che mi stupisco? Proprio qualche giorno fa, un quindicenne mio vicino di casa, figlio non di noto professionista ma di migrante, prima in Germania e poi nel milanese, mi spiegava che “questi clandestini non devono entrare, li devono lasciare sui barconi e se annegano dispiace ma pazienza: perché devono venire da noi, rubarci il lavoro e mandare i soldi guadagnati in Italia alle famiglie  che poi mandano anche i figli all’Università coi nostri soldi? E perché sono trattati meglio degli italiani poveri e se un rumeno ubriaco e senza patente ammazza tre persone con la macchina lo mandano in un albergo a cinque stelle anziché in carcere e poi lo liberano?” Questa dell’albergo a cinque stelle non la sapevo, ma so che l’ho scalfito appena, il tempo di un’ impercettibile apnea, quando gli ho ricordato –e con una stretta al cuore- di chi era figlio, perché si è ripreso subito: sì, ma mio padre era italiano. Viva l’Italia dunque, con il suo cuore nero, chiunque si decida di votare, paese di gran lusso come gli alberghi in cui mandiamo a soggiornare gli “stranieri” che delinquono. Abbasso i clandestini e chi cerca di capirli e la scuola che, hanno ragione, è fatta di mediocri, tanta l’incapacità di dialogare, educare, comunicare, trasmettere. Hanno detto in televisione che…Viva la televisione. Più forte e più brava. E povera sinistra, consentitemelo. Lo vedo difficile il cammino.

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La Patria Europea o l’Europa delle Patrie? Intervista a Marco Pannella a Brussel

di Filippo Curtosi e Giuseppe Candido

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Incontriamo Marco Pannella con Giuseppe Candido nel suo ufficio al nono piano del Parlamento Europeo in una di quelle giornate dove si sogna il mare calabrese e noi là all’ombra di un costume rosa. Non ci sono energumeni all’ingresso, solo signori beneducati e senza eroici gesta e sprezzo del pericolo ci facciamo avanti …(Continua)Pannella materializzato in una sorte di immagine sacra che ha funzione evangelizzatrice, materia che rimanda quasi al trascendente e invita all’adorazione perché come diceva in mattinata il leader dei socialisti europei, Glean? anche la creatività e l’originalità di Marco esprimono anelito al divino laico; scrutando il suo sguardo scorgiamo il caos e l’ordine, la saggezza e la santità, ma anche il rimprovero severo.
In mattinata si è parlato nell’aula “Spinelli” del Manifesto europeista firmato da Spinelli, Colorni ed Ernesto Rossi. Marco Pannella non è un gran narciso, non, come dice Marcenaro uno insopportabile, prepotente, individualista, logorroico, eccessivo, provocatore. Non è un Urano che divora i suoi figli, un mangiafuoco, un cannibale, un politico dell’antipolitica, un antipolitico della politica, uno che calcola, uno che innalza la Bonino e poi la stronca, che la riinnalza e la ristronca. Non è l’ultimo leninista o l’ultimo stalinista. Non è uno che si è fatto un partito su misura, che lo comanda a bacchetta, che finge di lasciarti le briglia sul collo e al primo strattone ti lacera la bocca da qua a là.
Il nostro obiettivo è approfondire il tema della mattina: la Patria Europea o l’Europa delle Patrie.
Fin dalle prime battute abbiamo la conferma sulla vera figura di Marco Pannella non stereotipata, che stupendamente campeggia nelle sue linee essenziali dove si intravedono i tratti delle sue ardite e originali intuizioni che sanno di spirituale elevazione e di mistico lirismo, espresse in una prosa che è poesia, a volte contemplazione, nutrita di memoria storica, politicamente e socialmente vissuta e testimoniata, oggi come ieri.
A noi non ci sorprende la sua umiltà e la sua eccelsa figura di apostolo della laicità, del socialismo liberale, follemente innamorato di verità, di giustizia e di libertà. Alcune risposte sono estremamente illuminanti e significative, spiritualmente e politicamente conquidenti nell’oggi della nostra vita politica, sociale e civile. Dietro a sé sta trascinando il mondo con la moratoria contro la pena di morte.
Pannella dei paradossi, fariseo settario e cosmopolita aperto, persecutore e apostolo, debole e gagliardo, cieco e veggente che vede tutto quello che mai ad uomo è stato concesso vedere. Povero che arricchisce molti, sconosciuto e notissimo, umile e si vanta, incatenato e libera tutti.
Parliamo di Europa e di Altiero Spinelli ad un secolo dalla nascita, comunista negli anni giovanili. Gli anni del confino sono stati gli anni fondamentali della svolta politica di Spinelli, a Ventotene dov’era stato tradotto in carcere per un’arbitraria condanna a cinque anni di confino fa gli incontri fondamentali della sua vita: Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Ursula Hirchmann (sorella del futuro Premio Nobel per l’economia Otto Albert Hirchhmann e futura moglie di Spinelli).
Nel corso della permanenza sull’isola ha modo di discutere approfonditamente e ” liberamente” con diversi intellettuali e uomini politici delle più disparate matrici culturali ed ha l’intuizione che porterà alla redazione del Manifesto di Ventotene;
il Manifesto è il documento fondamentale del federalismo europeo, redatto nella primavera del 1941 da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. Il Manifesto ha il grande merito di trasformare le idee di alcuni grandi pensatori a cominciare da Kant, Robbins e Lord Lothian (delle cui opere Spinelli aveva potuto fare conoscenza durante il confino grazie alla trasmissione clandestina di libri che aveva luogo tra Luigi Einaudi ed Ernesto Rossi). Il Manifesto presenta alcuni concezioni politiche nuove, ovvero che la battaglia per la federazione europea è una battaglia da fare subito per creare un Movimento Federalista Europeo su scala sopranazionale.
La pace europea, scriveva Spinelli, è la chiave di volta della pace del mondo. Difatti, nello spazio di una sola generazione l’Europa è stata l’epicentro di due conflitti mondiali che hanno avuto origine dall’esistenza su questo Continente di trenta Stati sovrani. E’ necessario rimediare a questa anarchia con la creazione di un’Unione federale tra i popoli europei. L’Unione federale dovrà avere essenzialmente: un governo responsabile non verso i governi dei diversi Stati membri, ma verso i loro popoli. Un esercito messo agli ordini di questo governo. Un tribunale supremo.
E’ la nostra battaglia, dice Pannella , Spinelli è stato lucido. Era successo che nell’ultimo anno e mezzo, pubblicamente venendo al nostro Congresso, devo dire col suo carattere. Se c’era una persona dura ma anche delicatissima, limpida, era lui, arrossiva; mi prendeva sotto braccio ogni volta che mi vedeva e mi diceva: adesso è il tuo turno. Io al letto di morte con dei testimoni autorevoli che poi sono divenuti eredi di mestiere che non erano granché gli dissi: guarda, arrangiati per fare il miracolo di vivere. Io ero a capo del letto, c’erano 40 persone da una parte, dall’altra parte i familiari, guardandolo perché sapevo che era un dolore vero, ma il dolore è un valore quando è una cosa viva è anche un dovere di non evitare di darlo perché rende vivi il dolore. Sono il dovere, le amarezze, le cose che non vanno. Gli dissi, guarda fai il miracolo, ti rimetti invece di morire. Io la gestione in attesa del miracolo la faccio, ma se è un problema di eredità guarda chi hai attorno, erano anche miei amici.
Chi erano?
Erano tanti, diversi, Dastoli, Bombelli, guarda qui, no, io eredità no. Devo anche dire… lo capisco. Infatti adesso viene fuori di nuovo il rilancio del progetto Spinelliano, concretamente lo facciamo. A quel livello. L’ultima volta che lui prese la parola sull’Atto Unico che era il tradimento di tutte le cose nostre, Spinelliane ecc. proposto da Delors e subito accettato da questo parlamentaccio ch’era divenuto perché il progetto comunista dalla quale faceva parte gli dava la possibilità di intervenire perché io rinunciai al mio intervento perché Altiero potesse parlare.
Nel 1946 Spinelli e Rossi escono dal Movimento Federalista Europeo, ritenendo assai improbabile la realizzazione del loro progetto di Europa Libera e Federata per sviluppare una lotta con altri mezzi e l’azione di Spinelli si rivela decisiva per fare della costituente europea la questione centrale per la creazione della Comunità Europea di Difesa e grazie a questa azione l’Assemblea, allargata alla CECA, viene incaricata di elaborare lo Statuto della Comunità Politica Europea per controllare l’esercito europeo, ma la sua opera venne vanificata dalla Francia. Fu una sconfitta per la lotta federalista ma Spinelli e il MFE rilanciano la lotta federalista per mobilitare l’europeismo in una protesta popolare diretta contro la legittimità stessa degli stati nazionali.
Ecco, la Patria Europea nell’ambito dello Stato Internazionale, quindi di Spinelli resta qualcosa che è attualissimo ed è la risposta per la Cina, il Medioriente e anche per l’Europa nella concezione e nel linguaggio di Ventotene. La battaglia vera è questa. Adesso nel giro di un mese cominciamo ad organizzare, iscriversi per riconoscersi, tra di noi, tra di loro per la Patria contro l’Europa delle Patrie.
Cosa comporta essere, come tu sei filoisraeliano quando Israele fa una politica dove la sovranità nazionale…
Guarda, io mi faccio carico da anni delle inadeguatezze storiche di Israele che fa come dici tu una politica di sovranità nazionale come tutti gli stati nazionali e sono ormai 30 anni che io lotto perché come l’Italia, la Germania, Israele rinunci alla sovranità nazionale di Stato nazionale e faccia parte strutturalmente dell’Europa. La Patria Europea nell’ambito dello Stato Internazionale. La lotta e le battaglie di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi.
Senti, però Spinelli in qualche modo ha fallito come dire quello che era il progetto di Trattato Europeo perché frenato e insabbiato dai governi nazionali che nel 1985 varano il meno ambizioso Atto Unico Europeo.
Come ti ho detto prima adesso è venuto il tempo per il rilancio del progetto di Altiero Spinelli perché è attualissimo ed è la vera risposta per una Patria Europea e non per l’Europa delle Patrie.
Parliamo d’altro, esiste la compassione senza la pietà?
C’è Pasolini che ha insistito diverse volte che la Fede senza la Speranza o senza la Carità, la Carità senza la Fede o la speranza produce cose mostruose. E’ una riflessione che riconduce a questo. Per cui l’assistenza che è alla base della compassione che poi alla fine è alla base dell’8 per mille. E’ una industria quella della Com-passione, io mi tengo la Compassione della Cosa Radicale.
Con Pasolini intellettuale marxista?
Ma, quello che risulta dai suoi scritti che sono poi quelli fatti fuori, lui non capiva e non era d’accordo che noi non ci presentassimo alle elezioni, donde quando lui ha mandato il testamento ai radicali lui dice:io sono un intellettuale marxista, lo era a modo giusto suo che vota DC. Oramai da anni avrebbe voluto che i radicali si candidassero. Nel ‘63 io feci una pubblicazione ” Il Voto Radicale”, noi ci presentammo alle elezioni è il primo a scrivere, accettare di dire io voterò PCI e a qualificare il suo voto come voto radicale fu Pier Paolo Pasolini . In quel momento il voto radicale voleva dire proprio Torre Argentina, insomma allora era il 24 Maggio, non è che è come adesso che uno si vergogna di dire Comunista o Verde o altri cazzi, dice Sinistra Radicale.
La Rosa Nel Pugno ha un futuro?
Sai, quando una cosa ha un passato, quasi clandestino… chi si ricorda che Sciascia era eletto con la Rosa nel Pugno, Tortora, Emma. Noi l’abbiamo tutelata e quando l’abbiamo rimesso a disposizione è stato scritto ovunque che era l’unico evento politico nuovo. Io dico che resta l’unico evento politico nuovo perché queste altre cose, Costituente Socialista… io sono Socialista e devo andà a fare la costituente socialista. Magari quelli artri faranno la costituente Liberale, laica, radicale. Mi pare che chi ha un passato ha un avvenire. Chi ha le novità di questa Europa di Guano del 23 giugno di quest’anno.
Faccio tanti auguri, mi auguro di sbagliare però continuo con le mie compagne ed i miei compagni Radicali e quindi doppie tessere e continuo a portare avanti la RnP che è anche storia dell’organizzazione Liberale, Antipartitica e Laica. Sono cose che possono poi divenire sinonimi come Liberale, Socialista, Laico e Radicale.
La nascita della Rosa nel Pugno significa decidere, fare. L’alternanza per l’Alternativa. Un milione di voti presi non può essere considerato un disastro sapendo che l’alternanza venne stabilita solo per 24 mila voti. Abbiamo concorso tutti? Può darsi. Mezzo milione di voti sono nostri o no?Allora noi rivendichiamo la scelta di valutazione politica. Negli anni ‘60 ancora prima di quello che dice Claudio Martelli sul Partito Democratico, con Bettino ne parlammo anche, eravamo per il sistema Americano, Bipartitico, Anglosassone e dicemmo oltre 40 anni fa che dovevamo fare il Partito Democratico. Mo pare che vogliono fare non si sa cosa. Onore alla scelta di Enrico Borselli e agli altri per questa scelta della Costituente Socialista fatta nel momento più difficile.
Oggi la Rosa nel Pugno da una parte e galassia Radicale dall’altra mi pare che sono la prospettiva. Dobbiamo creare una nuova forza. Guido Calogero, Capitini, i Rosselli, Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini, storie gloriose e costitutive della civiltà nella modernità. Sono sinonimi: storie socialiste, liberali, radicali, sapendo che la prospettiva deve essere una unica tessera.
Un’ultima domanda: Ignazio Silone diceva che la libertà, la democrazia è libertà di sbagliare, Capezzone ha sbagliato?
Dipende da che punto di vista. Dal punto di vista dei cazzi suoi, no. La Cosa di Silone era proprio la tolleranza ma presupponeva che non c’è una verità e un errare, se no che libertà è? Io gli auguro… gli ho fatto gli auguri, partecipo se vuole visto che i 13 punti sono tutti e tredici manifestamente prodotti dai lombi radicali e questa formula è una formula quella che magari… saremmo stati lieti se nei 5 anni che è stato segretario dei radicali Italiani l’avesse fatta anche lì. Mo pare che gli si sia aguzzato l’ingegno, vediamo se riuscirà a farla. Per quel che mi riguarda l’unica cosa che credo lui oggi a… una bulimia di potere, di potere di esposizione… non gli farà bene purtroppo. Ha dimostrato, una volta eletto Presidente di una Commissione Parlamentare importante come si fa l’opposizione. Se ogni giorno fa il Di Pietro, i Mastella… meglio buoni a niente che essere capaci di tutto. I grandi problemi sono di classe: Welfare to Work, scalone va ragionevolizzato, ma mantenuto.

Abolire la Miseria che vuol dire?

Abolizione vuol dire radicalità.

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QUEI RIVOLTOSI DI “NON MOLLARE”


di Filippo Curtosi e Giuseppe Candido

L’acqua distillata è il laicismo, il credo socialista liberale. Il cantiere è la continuità Salveminiana”

“Non ci è concessa la libertà di stampa? Ce la prendiamo”. Da ottant’anni, questo giornale e questo monito sono leggenda.

Marco Pannella ha dato un giudizio assolutamente positivo del congresso dello Sdi . Si vuole fare l’Unità socialista che non è riuscita prima. “Sembra che le cose vanno benissimo dice Pannella rispetto ad un offensiva vetero clericale”.

imageLa Rosa nel Pugno vive nello spirito. Pannella ha una storia socialista .

Il segretario dei giovani socialisti, quarta componente della Rosa dice: “Il progetto laico, liberale, radicale e socialista non muore. Vogliamo un cantiere più grosso. Volevamo farlo prima e non ci siamo riusciti, adesso dicono si può fare”. Noi vi applaudiamo continua Pannella. Questa sera è una sera di festa perché c’è un canto nel congresso dello Sdi della laicità come alternativa ad un sistema politico italiano che possiamo definire come una cosa traditrice e bastarda. Ringraziamo Enrico conclude Pannella, perché l’Unità socialista è un percorso non craxiano ma che si richiama a Zapatero, Blair e Loris Fortuna. L’acqua distillata è il laicismo, il credo socialista liberale. Il cantiere è la continuità Salveminiana” . Cosa significa ciò? Per comprendere questo passaggio bisogna andare indietro nel tempo.

Anno 1925: La pattuglia dei “salveminiani” che comprende Ernesto Rossi, i fratelli Rosselli, Carlo e Nello, Traquandi, da vita ad un giornale: “Non Mollare”.

Il titolo del giornale lo trova Nello Rosselli che, racconterà Salvemini, ha la meglio su chi propone “Il Crepuscolo”.

Ernesto Rossi di cui quest’anno si celebrano i 110 anni dalla nascita, studioso di economia e insegnante nelle scuole statali, mutilato dalla grande guerra, si professa subito “liberista”; i fratelli Rosselli, ebrei,di famiglia ricca; Tramandi di professione faceva il ferroviere. Si trattava di distinti borghesi dalle radici culturali “risorgimentali” che avevano partecipato al conflitto della grande guerra del 15-18.

Erano rivoltosi perché si mettevano contro il fascismo che aveva soppresso la libertà di stampa. “Volete che sparisca la stampa clandestina”? era la parola d’ordine che questo giornale fiorentino diffondeva. “Rispettate la libertà di stampa”. “Non ci è concessa la libertà di stampa? Ce la prendiamo”.

Da ottant’anni, questo giornale e questo monito sono leggenda. Qualunque semplificazione sta stretta, anche se, come ogni storia complessa come quella di cui “Non Mollare” si fece strada per 22 numeri clandestinamente (usciva quando poteva).

Ernesto Rossi aveva il compito di far recapitare il foglio clandestino a gente che si chiamava Camillo Berneri, Umberto Zanotti Bianco attraverso il ferroviere Traquandi.

Il bersaglio preferito era Vittorio Emanuele III, colluso con Mussolini.

La tiratura era di trentamila copie. Un giornale irriverente, di forte denuncia che veniva definito “Bollettino d’informazione durante il regimee fascista”. Simbolo autentico di resistenza al fascismo. Ernesto Rossi divenne cosi nemico giurato di Mussolini e dovette riparare in Francia in seguito al tradimento di un tipografo, Gaetano Salvemini venne arrestato a Roma prima di andare in esilio per oltre venti anni. I fascisti volevano ammazzare i fratelli Rosselli ma non li trovarono. Li avrebbero trovati dodici anni dopo.

Il “ Socialismo liberale” di Rosselli.

Scriveva Aldo Garosci nel 1967:

“L’anno 1937 si apriva sullo scenario europeo di una guerra civile che, a cinque mesi dal suo inizio, di giorno in giorno appariva come il dissidio tra due civiltà: la guerra di Spagna. In molti tra gli esuli antifascisti italiani, avevano fatto la loro scelta di campo, e tutto nell’animo e nella volontà di Carlo Rosselli lo disponeva all’intervento in questa guerra”.

Settant’anni fa venivano uccisi in Francia i due fratelli antifascisti, socialisti e liberali da tempo sotto stretta sorveglianza.

“Il maggior pericolo viene da Rosselli e, a mio modo di vedere, è assolutamente necessario sopprimerlo” cosi si esprimeva nel 1934 il capo della polizia politica che viene riportato nel volume di Mimmoo Franzinelli: “Il delitto Rosselli. 9 giugno 1937. Anatomia di un omicidi politico”.

Attraverso di esso, scrive lo storico Lucio Villari, l’autore ricostruisce la preparazione in Italia e l’esecuzione per mano francese dell’assassinio dei fratelli Rosselli. Nella prima metà del volume si seguono le trame italiane e le complicità francesi della rete dentro la quale cadrà Carlo Rosselli. “Tenga presente – scriveva Michelangelo Di Stefano numero due del capo della polizia Arturo Bocchini – che il movimento più importante, più pericoloso, più attivo è, per ora Giustizia e Libertà. Ho dovuto persuadermi che il Rosselli è, senza dubbio, l’uomo più pericoloso di tutto il fuorisciutismo (nel lingiaggio fascista si preferiva qualificare con un termine dispregiativo “fuorusciti” gli esuli antifascisti).

Egli è un “piccolo Lenin, figlio di papà” ma crede sul serio al suo ruolo rivoluzionario ed è totalmente sprovvisto di quel minimum di misticismo che spinge il rivoluzionario idealista a non imbruttire mai la propria opera. Per Rosselli tutti i mezzi sono buoni”.

I servizi segreti, scrive ancora Villari,” sapevano anche che la posizione di Rosselli era critica nei confronti dell’antifascismo all’estero e delle sue varie componenti: socialiste, comuniste, liberali, repubblicane, anarchiche, cattoliche.

Gli informatori sapevano che la lotta al fascismo condotta da Rosselli, voleva essere, rispetto a queste componenti, più profonda, più incisiva, più strategica. In una lettera, intercettata, di Rosselli al repubblicano Fernando Schiavetti era detto: “Non occorre che spieghi a te che la nostra concezione non ha nulla a che fare con il vecchio massimalismo. Siamo pronti alla lotta concreta e a tutte le concessioni tattiche, purchè resti energicamente perseguito il fine”. La guerra di Spagna, conclude lo storico” metteva alla prova queste idee. Per il regime fascista occorreva dunque agire al più presto.

Chi sapeva, se non le spie e gli intercettatori italiani del fatto che Carlo Rosselli, tornato dalla Spagna con una grave flebite alla gamba doveva curarsi ai primi di Giugno presso le terme di Bagnoles-del’Orme in Normandia?

Chi altri l’avrebbe potuto chiedere ai “cagoulards” di portare a termine l’eliminazione di Rosselli se non i massimi vertici del fascismo internazionale?

Dopo la morte di Rosselli, un altro grande antifascista italiano assunse compiti impegnativi di carattere politico e organizzativo nell’ambito di “ Giustizia e Libertà”: Bruno Trentin, padre dell’ex segretario generale della Cgil. Scrive Hans Werner Tobler:” Dall’esame del contributo teorico- sociale del Trentin negli anni trenta, visto come una delle componenti del quadro politico di “ Giustizia e Libertà”, proprio in confronto alle concezioni politiche di Carlo Rosselli, emerge la vasta gamma di opinioni che caratterizzava questo movimento.

Per quanto, nel loro tentativo di definire una propria posizione politica, sia Trentin sia Rosselli partano dalla polemica con il marxismo e col socialismo e tendono ad una nuova concezione della società, determinata anche in forma decisiva dall’esperienza del fascismo, e per quanto riconoscano entrambi la realizzazione sociale dei postulati liberali di autonomia come un’esigenza centrale, differiscono poi nel loro orientamento politico.

Le idee di Rosselli che, data la sua leaderschip nell’ambito di “Giustizia e Libertà”, vanno intese anche come espressione fondamentale dell’orientamento di questo movimento, vennero elaborate soprattutto in “ Socialismo liberale” apparso nel 1930. Per Rosselli che aveva fatto parte del partito socialista di Matteotti, Socialismo liberale aveva il significato di un distacco dal socialismo italiano tradizionale e soprattutto dal rifiuto della sua base marxista. Nella prassi politica, Socialismo liberale significava una svolta in direzione della pratica politica della socialdemocrazia europea occidentale e soprattutto inglese.

Socialismo liberale va inteso come critica fondamentale del marxismo.

“Oggi sono in causa” scrive Rosselli nella prefazione, “Le basi fondamentali della dottrina e non più soltanto della sua applicazione pratica. E’ la filosofia, è la morale, è la stessa concezione della politica marxista che non basta più a soddisfarci e ci spinge verso altre sponde, verso orizzonti più vasti”.

Influenzato dall’interpretazione di don Benedetto Croce del marxismo, Rosselli respinge soprattutto la base materialista e l’interpretazione deterministica del processo di sviluppo storico del marxismo. Rosselli critica con Croce “L’assurdo relativismo morale professato dai socialisti”, sente nel marxismo la mancanza delle “integrazioni etiche e sentimentali”, lo trova privo di “giudizi morali, entusiasmo e fede”.

Rosselli interpreta il marxismo in quanto determinismo dogmaticamente cristallizzato, non come una teoria che riesca a ispirare l’attività politica pratica, ma che, al contrario, in determinate circostanze storiche( come al tempo della presa del potere del fascismo) addirittura la paralizza. Marxismo e socialismo non gli appaiono pertanto identici, ma anzi il marxismo può rivelarsi un impedimento per il socialismo. Bisogna dunque- secondo Rosselli – liberare il socialismo dalla sua incrostazione dogmatica- marxista.

La critica del marxismo di Rosselli non è tanto una critica del marxismo genuino quale risulta dalle opere di Marx ed Engels, quanto piuttosto una polemica con la concezione del socialismo e della sua realizzazione adottata dai marxisti italiani. Socialismo non significa più per Rosselli essenzialmente una struttura socialista di produzione. Il socialismo si rivela nel concetto di Rosselli piuttosto un ideale:” Il socialismo non è né la socializzazione, né il proletariato al potere, e neppure l’uguaglianza materiale(…) Il socialismo, più che uno stato esteriore da raggiungere, è per l’individuo, la realizzazione di un programma di vita…Rosselli arriva alla sintesi di socialismo e liberalismo nel suo Socialismo liberale interpretando il nuovo socialismo come l’autentico proseguimento del liberalismo idealista ch’egli contrappone al liberalismo borghese del suo tempo, ridotto a liberalismo economico. Per “Socialismo liberale” intende quindi “una teoria politica che, partendo dal postulato della libertà dello spirito umano, afferma la libertà suo fine supremo, suo mezzo supremo, regola suprema della convivenza umana”.

In definitiva la concezione di Rosselli di un socialismo liberale corrisponde ad una politica di integrazione dell’individuo nello stato di tipo democratico occidentale, basata sui principi del liberalismo politico.

La libertà personale dell’individuo deve essere integrata da una politica di giustizia sociale fino alla compenetrazione dei postulati di socialismo e liberalismo, “giustizia e libertà”.

Quello di cui oggi l’Italia ha bisogno. Per ritornare al congresso dello Sdi possiamo dire che è rinato il Psi ed è nelle cose che Marco Pannella avrà una delle prime tessere, quella che Bettino Craxi gli ha sempre rifiutato. Il 12 maggio a Piazza Navona c’è una festa: “Rosa nel Pugno Pride”. Roma è aperta ai nuovi Garibaldi, ai nuovi laici, liberali, socialisti e radicali.

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Moratoria esecuzioni capitali: In sciopero della fame ad oltranza

di Giuseppe Candido

Essere contrari alla pena di morte è, per noi italiani una cosa così ovvia e scontata che forse a volte rischia di diventare retorico colui che si batte per ottenerla, subito, durante l’assemblea generale dell’ONU in corso. L’associazione Nessuno Tocchi Caino e il Partito Radicale si battono per questo sin dal 1993. Come si legge nella sintesi del dossier sulla pena di morte dell’associazione [Nessuno Tocchi Caino](http://www.nessunotocchicaino.it/): “*La moratoria si è rivelata essere una via ragionevolmente pragmatica ed efficace contro la pena di morte. In questi 14 anni, 45 paesi hanno deciso di non praticare più la pena di morte e moratorie (spesso seguite da abolizioni) ovunque nel mondo hanno potuto salvare dal patibolo migliaia di persone. Sin dal 1994 e a più riprese nel corso di questi anni e mesi, l’Unione europea e il Governo italiano hanno di fatto dissipato la forte probabilità di un pronunciamento dell’Assemblea generale dell’Onu a favore di una moratoria universale delle esecuzioni capitali in vista dell’abolizione della pena di morte. Nel 1994, ad esempio, tale proposta italiana fu battuta perché mancarono i voti di alcuni Governi europei. Nel 1999, poi, come precisamente testimoniato e ribadito di recente dall’allora ambasciatore italiano al Palazzo di Vetro, Francesco Paolo Fulci, venne da Bruxelles l’ordine di ritirare la risoluzione già depositata perchè non vi sarebbe stata la certezza assoluta di avere una forte maggioranza. Nel 2003, il precedente governo dovette affrontare durissime polemiche anche in sede di Parlamento europeo e di parlamento italiano per non aver ottemperato all’impegno e al mandato di depositare all’Assemblea generale dell’Onu, finalmente, la risoluzione a favore della moratoria. Nel luglio 2006, la Camera dei deputati aveva ribadito con fermezza e all’unanimità il mandato al governo di presentare all’Onu, sin dall’inizio dell’Assemblea generale del 2006 tuttora in corso, la risoluzione pro moratoria. Nell’ottobre scorso, di fronte all’inerzia del Governo, la Camera dei deputati – in grave polemica con il governo che aveva definito “stimoli” o “appelli” i puntuali e stringenti atti di indirizzo del parlamento – ha approvato, di nuovo all’unanimità, una risoluzione che chiedeva al governo di “dare tempestiva e piena attuazione” alla mozione di luglio. Il Governo ha invece scelto di limitarsi ad una iniziativa politica e non istituzionale con la sottoscrizione da parte di 85 membri dell’Assemblea generale dell’Onu, il 19 dicembre 2006, di una mera dichiarazione di intenti contro la pena di morte senza nessun valore formale e impegno preciso. Il 27 dicembre 2006, Marco Pannella inizia uno sciopero della fame e della sete per sostenere la proposta “Nessuno tocchi Saddam” e, dopo l’esecuzione di Saddam Hussein, lo sciopero della fame e della sete di Pannella è rilanciato e convertito sull’obiettivo più generale della moratoria universale delle esecuzioni capitali. Si chiede al Governo italiano di assumere un impegno formale e concreto a presentare una risoluzione all’Assemblea Generale dell’ONU in corso. Il 2 gennaio 2007, in relazione alla iniziativa di Pannella, Palazzo Chigi rende noto che “Il Presidente del Consiglio e il Governo si impegnano ad avviare le procedure formali perché questa Assemblea Generale delle Nazioni Unite metta all’ordine del giorno la questione della moratoria universale sulla pena di morte.” Il 6 Gennaio 2007, in un incontro a Palazzo Chigi con il Vice Presidente del Consiglio Massimo D’Alema, la delegazione del Partito radicale guidata da Marco Pannella presenta al Governo un Memorandum sui passi formali e politici da compiere: riapertura del punto 67 dell’agenda dell’Assemblea Generale in corso per la presentazione di una Risoluzione; preparazione da parte del Governo di una bozza di Risoluzione con un chiaro dispositivo sulla moratoria; inizio della raccolta firme sul testo di risoluzione. Il 1° febbraio, con un voto quasi unanime, il Parlamento europeo “sostiene fermamente l’iniziativa della Camera dei deputati e del governo italiani, sostenuta dal Consiglio e dalla Commissione UE nonché dal Consiglio d’Europa; invita la Presidenza UE ad adottare con urgenza un’opportuna azione per garantire che tale risoluzione sia presentata in tempi brevi all’Assemblea generale ONU in corso.” Molte volte si è stati vicini a questo obiettivo senza mai raggiungerlo. L’iniziative più recenti dopo l’appello “Nessuno tocchi Saddam” è la marcia di Pasqua tenuta a Roma lo scorso 8 aprile e lo sciopero della fame che, dal 21 marzo, Marco Pannella; questa forma di lotta nonviolenta il 16 aprile ha preso forma, assieme ad altri quattro compagni radicali (Sergio D’Elia, deputato della RNP e segretario dell’associazione Nessuno Tocchi Caino, Walter Vecellio, Guido Biancardi e Claudia Sterzi) di sciopero della fame AD OLTRANZA. Il motivo è sostenere il governo italiano affinché faccia la sua parte portando ufficialmente all’Onu la risoluzione per la moratoria delle esecuzioni capitali. Alla marcia di Pasqua organizzata dal Partito Radicale, dall’Associazione Nessuno Tocchi Caino e dalla Comunità di Sant’Egidio aveva avuto il patrocinio del Comune di Roma e, a dimostrare la con divisibilità dell’iniziativa se ce ne fosse bisogno, è il fatto che con tre semplici telefonate siamo riusciti a far subito aderire simbolicamente, ma ufficialmente, i sindaci di Sellia Marina, Cropani e Botricello. In piazza a Roma hanno partecipato alcune migliaia di persone e a noi è dispiaciuto non esserci personalmente. Ieri (19 aprile), dalle colonne del L’Unità, Marco Pannella lancia un appello: “non fermiamoci ora”. Pannella ha spiegato come i mandati del Parlamento Italiano e gli stessi impegni assunti dal Governo “non menzionano minimamente la condizione di consenso dell’Unione Europea, bensì la formula in “consultazione” con i paesi europei*” Pannella si trova a sostenere quello che il Governo italiano ha dichiarato di volere e a cui lo vincola un mandato del Parlamento votato all’unanimità trasversalmente ai due schieramenti. Per questo Pannella – ormai a un mese di sciopero della fame – con la sua iniziativa ad oltranza ha inteso chiamare a mobilitazione tutti. Donne e Uomini di buona volontà che considerino improcrastinabile e non più rinviabile alla prossima assemblea la presentazione di una risoluzione sulla moratoria delle esecuzioni capitali. Ad oggi, infatti, il Governo italiano non ha ancora depositato la risoluzione della moratoria nonostante l’adesione alla Marcia. Tutto ciò lascia stupiti e anche le dichiarazioni di Fassino a riguardo la moratoria dal palco del congresso dei DS sembrano deboli e volte a non depositare subito la risoluzione. Per questo rispondo alla richiesta di aiuto e aderisco a sostegno dell’iniziativa con una forma di lotta alternativa, che già Luca Coscioni adottò per le sue battaglie di libertà e di diritto: quella dell’auto riduzione dei farmaci. Dell’insulina – nel mio specifico caso – di cui necessito in quanto diabetico. Dalla mezzanotte di giovedì 19 aprile sino alla mezzanotte di domenica 22.

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Figli di nessun Dio e neanche dell’uomo

Milioni di animali, ogni anno, maltrattati e uccisi. In aumento le denunce ma la situazione resta grave

di Giovanna Canigiula

Sellia Marina e la Calabria dovrebbero affrontare il fenomeno del randagismo con maggiore serietà e rispetto per i diritti degli animali. Il randagismo è un fenomeno diffuso ed è, sostanzialmente, di due tipi: per nascita o per abbandono. Fra malattie, denutrizione, rischio di finire sotto una macchina, maltrattamenti, avvelenamenti, uccisioni, l’età media degli animali di strada è breve. In genere le amministrazioni decidono di legalizzare l’eliminazione per avvelenamento o stipulano convenzioni con canili, spesso gestiti da persone senza scrupoli e per le quali l’ospite rappresenta un affare: il contributo per ogni cane può variare da 2 a 7 euro al giorno e gli appalti possono raggiungere cifre altissime. Eppure, proprio nei canili, la mortalità sfiora il 60%: le strutture sono fatiscenti, le gabbie anguste e sovraffollate, i recinti hanno semplici coperture di lamiera, le ciotole per il cibo talvolta sono inesistenti. Come i controlli, del resto. A Sellia Marina, negli anni, sono state seguite entrambe le vie: avvelenamento degli indesiderati –fenomeno culturalmente accettato- e convenzione col canile di San Floro, attiva dal 2000, con un costo di due euro al giorno per animale e perciò poco praticata. Il privato che soccorre il randagio abbandonato si sente impotente: dargli da mangiare ma lasciarlo in balia degli eventi che si indovinano funesti o chiedere l’intervento del comune sapendo che, comunque, non si consegna l’animale ad una sorte migliore? La Lav, che si batte per il riconoscimento dei diritti degli animali, denuncia con sconforto la mancanza di collaborazione sia delle Forze dell’Ordine che degli uffici pubblici e degli ambulatori veterinari delle Asl: ognuno, insomma, scarica le competenze ad altri. La legge n. 189/2004 riconosce ormai come delitto ogni forma di maltrattamento, abbandono, combattimento e doping di animali e sostituisce il vecchio artico 727 del codice penale secondo cui da tutelare non era l’animale, considerato oggetto, ma la morale umana lesa dalla visione di forme di maltrattamento. Le denunce, stando ai rapporti della Lav e dell’Enpa, entrambe dotate di un Osservatorio nazionale che confida nel monitoraggio quotidiano ad opera di reti dislocate sul territorio, sono decisamente inferiori al dato reale: nel 2004, ad esempio, 72.812 animali sono stati vittime di reati che hanno dato come esito la morte di 40.810 di essi, ma solo 1.066 sono stati i casi accertati. In base alle stime, dunque, al 95.6% di eventi corrisponde una sola denuncia. Maggiore sensibilità si registra al nord, in particolare in regioni come la Lombardia, l’Emilia e la Toscana. Esiste poi un sommerso insondabile, collegato non solo al fenomeno del randagismo, che interessa cani e gatti, ma anche alla mortalità negli allevamenti o per bracconaggio. Gli animal killer sono attivi in vario modo: uccidono a bastonate, sbattono gli animali contro un muro, utilizzano sassi, coltelli, archi, colla, armi da fuoco, fili metallici, amputano, scuoiano, seviziano, evirano, bruciano. Allargare lo sguardo non è male: ogni anno, in Italia, 900.000 animali, di allevamento o catturati in natura, sono utilizzati nella ricerca di base e applicata, sono cioè vittime della vivisezione; ogni anno 45.000 animali, in Italia, muoiono sfigurati da rossetti, intossicati da profumi, bruciati da creme e saponi; ogni anno, sempre in Italia, 5.000 animali perdono la vita in combattimenti collegati a scommesse clandestine che comportano un giro d’affari di 775 milioni di euro. Gli animali uccisi da settembre a gennaio da 730.000 cacciatori sono 200 milioni; 30 milioni se ne vanno per le nostre belle pellicce, finiti nelle camere a gas, con la corrente elettrica, tramite colpi al muso e alla nuca, con le ossa cervicali fracassate, scuoiati vivi. Per non parlare degli animali da pelliccia allevati, esposti in ristrettissime gabbie d’inverno al gelo perché il pelo si infoltisca, d’estate al sole sotto il quale possono tranquillamente morire per disidratazione. Ancora: decine di milioni di animali compiono lunghi tragitti fino al macello dall’allevamento – dove magari hanno consumato tonnellate di antibiotici per prevenire o curare malattie legate ai metodi innaturali di crescita- su automezzi, per via aerea o per mare e in condizioni disumane: stipati, sottoposti indifferentemente al caldo e al freddo, spaventati, senza cibo né acqua. Ce n’è abbastanza per dire basta. Nel programma elettorale dell’attuale governo Prodi c’è la promessa di un impegno serio contro la vivisezione, per la revisione delle leggi attuali su allevamento, trasporto e macellazione, sulla caccia, per la conservazione delle biodiversità, Vedremo. Macchine per produrre carne, merci, oggetti, modelli sperimentali: l’antropologa G. Conte stigmatizza alla perfezione i due poli che animano l’Occidente: natura e cultura, animalità e umanità, domestico e selvaggio. E ricorda come, per gli Indigeni d’America, c’è stato un tempo mitico in cui uomini e animali appartenevano ad un’unica famiglia, come Adamo ed Eva fossero vegetariani, come solo dopo il diluvio, che li ha visti viaggiare assieme, sia avvenuta la separazione tra le due specie. L’animale è stato intermediario tra uomo e dio, accompagnatore di anime, spirito guida, divinità. Ma è stato ed è vittima sacrificale. Ha dato anche volto al licantropo, quando abbiamo voluto rappresentare il diverso da noi, appunto l’uomo con connotazioni bestiali. Però torniamo, vista la complessità del tema, agli animali d’affezione, quelli che godono -o dovrebbero- di uno statuto privilegiato: ventidue milioni di italiani hanno in casa un cane o un gatto ma non sempre lo considerano un essere senziente tanto che, quando il giocattolo per i piccoli dà fastidio, decidono di sbarazzarsene. E torniamo ai tanti paesi italiani come il nostro: la legge 281 del 14 agosto 1991 recita, al punto 1 dell’art. 4, che i comuni, singoli o associati, debbono provvedere alla costruzione di rifugi per cani avvalendosi dei contributi destinati a tale finalità dalle regioni. Sarebbe opportuno che ogni comune disponesse di un suo canile come di un suo gattile, intanto perché sarebbe più semplice vigilare a che le condizioni di mantenimento siano accettabili, poi perché potrebbe contare sull’aiuto disinteressato di volontari e cercare forme opportune di collaborazione con i veterinari del posto che, al momento, fanno spallucce se sottoponi loro il caso dell’animale di turno abbandonato. Fra i tanti assessorati ai quali si ambisce o fra i tanti uffici in cui si articola la gestione amministrativa, si potrebbero impiegare risorse affinché i diritti di questi meravigliosi sventurati, colpevoli di essere nati in un mondo a dimensione esclusivamente umana, doppiamente colpevoli se femmine con capacità riproduttiva, siano riconosciuti. Attiviamoci, per favore. E, intanto, cominciano dall’educazione, nostra e dei nostri figli: a una simpaticissima bambina, mia vicina di casa, è stato detto che Dio ha creato gli animali perché gli uomini possano mangiare carne e che, se un animale azzanna un uomo, Dio di notte manda uno spirito a bloccare il suo cuore. La tristezza che si prova, nel sentire simili nefandezze, è infinita. Giovanna Canigiula Milioni di animali, ogni anno, maltrattati e uccisi.

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