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Catanzaro mon amour

di Giovanna Canigiula

Catanzaro. Ospedale civile. Quindi pubblico. Per tutti, insomma. Arriviamo questa mattina decisamente prima delle otto per un controllo ambulatoriale di mia madre, circa venti giorni dopo le dimissioni e trentadue dopo un ricovero per una consistente emoriasi. In attesa del medico, si chiacchiera. Di politica dapprima. Domina il berlusconiano doc: accusano il grande capo di essere un imbroglione, che chiuda aziende e televisioni e lo facciano anche i figli, vediamo se Di Pietro e Veltroni trovano lavoro ai due milioni e mezzo di disoccupati che ci saranno in Italia. Vediamo vediamo. Nessuno raccoglie: siamo in ospedale e si parla soprattutto di medicina e di medici, questa specie di piccola e intoccabile casta del sud. C’è il povero cristo al quale, due anni fa, è stato sbagliato un intervento di prostata, sta passando le pene dell’inferno e nessuno che gli abbia chiesto almeno scusa, “passerà” gli dicono “passerà”, ma non passa niente e intanto non ha i soldi per mettere la dentiera,  figuriamoci per andare a “villeggiare” in strutture fuori regione. Mah. C’è ancora il berlusconiano che ricorda la via crucis della madre prima di approdare da Veronesi: un intervento andato male, camici da inseguire tra “mi scusi”, “non vorrei”, “se potesse” e mai nessuna risposta se non il manifesto fastidio di chi è stato importunato o l’accondiscendente farfugliare di chi ti fa pesare le due parole che di corsa ti regala. Che sorpresa Milano. Stessa sorpresa delle eccezioni nel sud. Del resto, ha vissuto cinque anni a Mantova: soldatini, dice, ma almeno con pari diritti e doveri. Aleggia tanta rabbia, è tutto come descrivono, partecipo muovendo il capino. Non ho molta voglia di parlare. Ascolto. Rifletto sulle sorprese: nel lessico meridionale è “davvero gentile” il medico che svolge, nella norma, il suo mestiere. Così va il nostro mondo.

Mai ammalarsi troppo, dalle nostre parti. C’è la signora col marito operato di fresco che lamenta il calvario d’esser nessuno in luoghi in cui esser qualcuno o amico di qualcuno fa la differenza: corsie privilegiate e attenzioni, un enorme sollievo se si deve avere a che fare con la sanità. Al di là dello sfogo rabbioso, però, vince la rassegnazione. Anche se, va ammesso, chi non ha santi in paradiso, da queste parti, si arrangia come può e giù cadeaux, di solito alimentari pesanti e tanti: come si fa, in questo modo, a cambiare sistema? Ma necessità fa virtù e la virtù, quando si tratta di salute, consiste nel farsi furbi, incassare gesti di noia e fastidio senza fiatare, fino a menare prima o poi vanto d’esserselo fatto amico un medico qualunque, purché ospedaliero.

L’ospedaliero di turno arriva e son dolori: è di quelli indolenti che a domanda non rispondono, che si scocciano apertamente. Siamo tutti avviliti. E’ il nostro turno ed entriamo. “Accomodatevi” e pare un lamento, che ci facciamo oggi qua poveretto lui, “manca tutto” sospira, “magari l’esito dell’esame istologico ce l’abbiamo”  e c’è: ma perché farci sapere qualcosa se il resto manca? Andate in reparto, fatevelo dare, magari fatevelo leggere dal caposala se non volete tornare qua. Mi adiro, non toccherebbe a noi, ma mi riesce insopportabile la sua vista e, perciò, andiamo. Altro padiglione, quarto piano. Il caposala scuote la testa, prende ciò che manca, si rifiuta di leggere i risultati, il medico è di turno all’ambulatorio e deve fare il suo lavoro. Gli dispiace, ma è così. Giustissimo. Torniamo indietro. Il medico esamina senza espressione le radiografie. Quindi, con estenuante lentezza, pontifica: manca il referto, dovete andare in archivio. Noi? Perdo la pazienza, l’infermiere è a disagio, andiamo. Torniamo al reparto, dico al caposala che denuncio il medico per inadempienza e con lui l’ospedale: va in archivio, fa una copia del referto, potreste aspettare un medico qua, dice a denti stretti, ma certuni avrebbero l’obbligo di lavorare. Capisce? Capisco.

Mia madre è stanca, sarebbe stato facile prendere una scorciatoia, ma l’ospedale è di tutti e mi ostino a rispettare quest’idea. Tuttavia mi sento in colpa e pure in colpa di sentirmi in colpa, è un guazzabuglio di sentimenti, penso che  il lavativo ci aspetta, gli tocca lavorare e riprendiamo il viaggio. Solo che il lavativo se n’è andato e se n’è fregato di  altri pazienti in attesa come noi. Vado in escandescenze, l’infermiere è contrito, lui si prova a far tutto per bene mi spiega, la sua parte la onora. Mi guarda: posso anticiparle qualcosa, sì grazie, interpreta per me i referti. Mi guarda: occorre un medico, capisce? Capisco. Il lavativo ha lasciato detto che si recava al reparto. Ma al reparto, ovviamente, non c’è. Ci sono, con noi, la signora che lamentava l’esser nessuno in un luogo in cui occorre esser qualcuno, col marito operato di fresco e anche lui visibilmente  stanco. Al telefono lo scansafatiche non si rintraccia: forse è a far cistoscopie e forse no, forse è a far visite in corsia e forse no. Bugie.

Ed ecco lo spaccato della quotidianità: sotto gli occhi d noi poveri afflitti passa impudente e sfacciata la corsia preferenziale. Nessun imbarazzo attorno. Appunto, la normalità.  E’ troppo: blocco un medico del reparto, si rende lui stesso conto che c’è un limite a tutto, chiede un attimo di pazienza: non mi vorrà tirare le orecchie? La verità è che me ne voglio andare e portare via mia madre da lì. Nessuna tirata d’orecchie. Ci impiegherà un minuto, un minuto uno, a dirci come stanno le cose, il controllo ambulatoriale è tutto qui: una lettura di carte di un minuto uno. C’era bisogno che mia madre vagasse da un edificio all’altro, da un piano all’altro, per quattro ore quattro? Ce ne andiamo. Mi dispiace di averla fatta sentire una poveraccia, perché si sa come funzionano le cose a Catanzaro: buongiorno sono Tizio, anzi sono il fratello di Caio e sono anche il nipote di Tizio in seconda, non so se ha già telefonato Caio, mi manda Tizio gliel’ho già detto? Siamo qua e conviene, comunque, ritirare le altre analisi: non si trovano, “vada in laboratorio a vedere che fine hanno fatto”. Tremo: a Catanzaro è facile che le analisi si perdano. E che spuntino, magari dopo un mese e sempre se tutto va bene, da qualche altra parte. Aspetta qua, mamma, quest’ultima trafila te la risparmio. Mi dispiace. In laboratorio sono buoni, un po’ di sopracciglia aggrottate ma mi fanno il “favore”: eccole, son rimaste lì, stanno riposando nel computer, le svegliano e me le stampano. Prima di averle pago penitenza: mi fanno domande alle quali è più facile che sappiano rispondere loro. Una specie di quiz della salute. Ma è tardi, siamo tutti stanchi, mi congedano. Grazie eh, grazie. Grazie infinite. Grazie grazie. Grazissime. Grazissimissimissime. E’ mezzogiorno. Il caffè ci ristora. Povera mamma, penso, mai più. Ma non è per niente giusto.

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Vite sospese: sant’Anna di Isola di Capo Rizzuto

di Giovanna Canigiula

Nel pomeriggio del 15 novembre, mentre la popolazione di Cropani si preparava a manifestare contro il nuovo Cpa, i radicali calabresi hanno promosso un sit in a sostegno dei richiedenti asilo e invitato le parlamentari Rita Bernardini ed Elisabetta Zamparutti a visitare la struttura. Il diluvio ha impedito lo svolgimento della manifestazione, la visita invece si è svolta. Il giorno successivo, da infiltrata ben accolta, sono andata con la Bernardini e con Giuseppe Candido, del Direttivo nazionale, nel Cda- Cara di Sant’Anna di Isola di Capo Rizzuto, il più grande d’Europa, a vedere da vicino come stanno le cose. Già informati, ci hanno accolto la direttrice e il suo vice con i quali la parlamentare si è a lungo intrattenuta.

Il centro, che potrebbe ospitare poco più di mille persone, da metà giugno soffre di sovraffollamento e non scende mai al di sotto delle 1800 unità. Le provenienze degli ospiti sono disparate ma, attualmente, la maggioranza è costituita da nigeriani, eritrei, afghani e somali. Molti, anche, coloro che provengono dal Ghana e dalla Costa d’Avorio. Trentasette, in tutto, le nazionalità contate, il che comporta convivenze forzate tra gruppi provenienti da aree in reciproco conflitto. Appena 198 le donne e 33 i bambini.

La Prefettura di Crotone ha stipulato varie convenzioni per la gestione del centro: al comune di Isola è affidata la manutenzione –subito data in subappalto- mentre l’Asl 5 si occupa del servizio sanitario e una confederazione di Misericordie, con la Caritas diocesana di Crotone- Santa Severina,  dei pasti, dell’orientamento e dell’assistenza, compresa quella legale. Per ogni ospite è prevista un’indennità giornaliera di 30 euro. L’emergenza, fronteggiata per come si può, è sotto gli occhi. Solo da maggio è aperta una sezione con piccoli appartamenti in muratura destinati ai nuclei familiari, per un totale di 256 posti: ogni appartamento ha due stanze (una con un tavolo e quattro sedie e una con reti e materassi) più il bagno. Gli altri richiedenti asilo sono ospitati in circa 30 tende inviate dal Ministero degli Interni, in cui si dorme su materassini di gommapiuma senza lenzuola,  e in circa 160 container distribuiti nelle sezioni A, B, C e D del campo, con 10- 12 persone per container. Pochissimi i bagni, insufficienti le docce, spesso intasate le vecchie tubature con conseguente fuoriuscita dai tombini di liquame puzzolente, assente per giorni o a partire dall’una di tutti i giorni l’acqua.

La normativa prevede che il tempo di permanenza non sia superiore ai trenta giorni, dal momento della formalizzazione della richiesta d’asilo. In realtà, le cose non stanno proprio così e i tempi si allungano fino a sei mesi. Incerta, ad esempio, è la situazione dei nigeriani, poiché provengono da una regione in cui non v’è conflitto manifesto, per cui la loro domanda è automaticamente respinta. Senza contare che, chi è transitato in altri stati dell’UE, si vede bloccato l’iter della domanda d’asilo dal Regolamento Dublino II e rischia di essere spedito in Grecia, dove il riconoscimento dello status di rifugiato è bassissimo. La Commissione territoriale di Crotone, che ha sede all’interno del campo unitamente all’Ufficio immigrazione della polizia, non riesce ad accorciare i tempi della burocrazia. A complicare le cose si è aggiunta, inoltre,  la legge 25 del 2008, che ha spostato le competenze  in materia al Tribunale di Catanzaro dove, a dispetto di quanto avviene nel resto d’Italia, si rifiuta il gratuito patrocinio. I legali che fanno capo al centro, 10 o 11 in tutto, quindi chiaramente insufficienti e  con il compito delicato di mediare tra l’attività di informazione e l’assistenza, hanno scelto la via dei ricorsi per arrivare ai gradi più alti. Il rischio reale è che gli ospiti finiscano nelle mani di avvocati esterni senza scrupoli che, per pochi soldi, promettono di seguire i singoli casi. Procurarsi i soldi significa, per chi non è in regola, lavorare al nero, indebitarsi o prostituirsi: sulla statale che da Sant’Anna porta  a Crotone non è infrequente vedere giovani donne in attesa di clienti o ragazzi che, suscitando l’ira dei contadini del posto, vendono le lumache raccolte nei campi limitrofi. L’arte di arrangiarsi, del resto, è resa obbligatoria dalla lunga permanenza: il kit di primo intervento, infatti, è bastevole per un solo mese, quello previsto dalla legge e negato dall’elefantiaca burocrazia. Di questo gravissimo problema ha comunque  promesso di farsi carico la Bernardini, che ha preannunciato un’interrogazione parlamentare allo scopo di verificare se è legale rifiutare il patrocinio.

Come si vive nel centro? La maggior parte dei richiedenti asilo -tutti giovani perché sui giovani si investe nei paesi da cui si fugge, talvolta col dramma di scegliere quale figlio portare con sé e quale abbandonare- è sbarcata a Lampedusa, dove è stato effettuato un primo riconoscimento. Arrivati al Sant’Anna, sono accolti nell’Ufficio immigrazione in cui si prendono di nuovo le generalità –il più delle volte fasulle- quindi si riceve il kit di primo intervento e si è accompagnati dagli operatori nel luogo destinato alla residenza. Il giorno dopo è fornito un tesserino di identificazione, col quale si conquista il permesso di uscire dalle 8.00 alle 22.00. Ogni giorno vengono fornite sigarette e ogni dieci giorni una scheda telefonica. I pasti sono gratuiti e preparati, a detta dei gestori, sulla base di una dieta calorica: gli ospiti generalmente preferiscono il pollo, lasciano le verdure, amano la frutta. Abituati al riso, che non viene fornito, mangiano molto pane. Poiché la sala in cui dovrebbero consumare i pasti riesce a garantire solo 50 posti a sedere, si preferisce consegnare il cibo imbustato e lasciarlo mangiare fuori. Il centro ha cercato di attivare forme di studio e di intrattenimento, anche per evitare eventuali tensioni tra gli ospiti. E’ domenica e ci viene fatta visitare una scuola in cui si insegna a parlare l’italiano, aperta di certo per l’occasione, allo scopo di far vedere come vanno normalmente le cose. In un’aula si guarda la televisione. Esistono laboratori musicali e teatrali, una ludoteca, una sala TV, corsi per parrucchiere, una cappella e una moschea. E’ garantita la quotidiana distribuzione di tre giornali, in francese, inglese e arabo. L’ambulatorio conta sul turnover di 12- 13 medici, non più in grado di garantire un efficace servizio. Il medico di turno  spiega che, fra le patologie più frequenti, ci sono le ferite di guerra e lamenta una scarsa collaborazione degli ospiti, che si aspettano interventi miracolistici e richiedono continuamente medicinali per i problemi più disparati, dal mal di pancia ai dolori articolari alle escoriazioni che si procurano giocando a pallone, salvo poi sospendere la terapia antibiotica dopo tre giorni. E’ difficile, dice, fare educazione sanitaria a gente che mal sopporta il dolore. Non si registrano, comunque, malattie infettive tranne un caso, al mattino, di sospetta varicella. Si paventano, inoltre, giorni duri in vista di un’influenza che si prospetta terribile per la presenza di due o tre virus particolarmente violenti: chi reggerà all’aggressività degli afghani? Influenza che, del resto, sarà inevitabile, considerando il gelo della vita in tenda e nei container.  Durante il percorso, però, incontriamo un eritreo, che denuncia la mancanza di assistenza: si cala i pantaloni e ci fa vedere un’infezione alle gambe che si trascina da tre mesi e per la quale nessuno, sostiene, è intervenuto, nel campo come a Crotone. Non sono nuove le denunce esterne degli ospiti riguardo alla mancata assistenza sanitaria o ai maltrattamenti subiti o alle scarse delucidazioni ottenute circa l’iter legale da seguire per il riconoscimento dei propri diritti: non siamo in grado, tuttavia, di darne conto, giacché per tutto il tempo della visita siamo in esclusiva compagnia degli organizzatori. Andrea, un altro eritreo, fa in tempo a lamentarsi per il sovraffollamento nei container, le carenze igieniche  e la mancanza d’acqua che, giustamente, trova insopportabile.

Molte le donne che chiedono test di gravidanza o incinte e con l’idea di abortire. Tra le emergenze, spiega la direttrice, c’è quella di garantire un rapporto col consultorio e la presenza di una ginecologa, un’ostetrica e un pediatra per evitare di intasare la struttura ospedaliera di Crotone. Uno dei più gravi problemi è quello della tratta e l’attività di informazione è, evidentemente, insufficiente: sottoposte a violenza o costrette alla prostituzione già durante il viaggio che le porta in Italia, le ragazze non trovano altra scelta per sopravvivere una volta giunte qua. Convincerle a denunciare è impresa non da poco e, del resto, una volta sporta la denuncia non c’è garanzia di una seconda e sicura assistenza in altri luoghi.

Pochi, si sa, sono quelli che ottengono il riconoscimento di rifugiati o una protezione umanitaria, anche perché lo Sprar (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) è appena in grado di garantire la seconda accoglienza ai casi più delicati. Tutti gli altri finiscono con l’essere lasciati a se stessi, sfruttati in agricoltura dai caporali e nell’edilizia dagli imprenditori, costretti a vivere di espedienti, disperati al punto da chiedere di poter restare nel centro. Quale l’idea che ci si è fatti? Non abbiamo parlato con gli ospiti, ma solo con gli operatori che hanno ringraziato la Bernardini per essere giunta in visita senza preconcetti ed avere pazientemente ascoltato il racconto delle loro fatiche. Che ci sia un problema di sovraffollamento difficile da gestire è innegabile. Che le condizioni di vita siano assai poco dignitose lo è altrettanto. Ma c’è anche un senso come di impotenza, che rende normale la prostituzione immediatamente fuori dai cancelli o il vivere di espedienti: troveranno del lavoro in nero là fuori, dicono, se hanno in tasca un cellulare e riescono in qualche modo a provvedere ai beni di prima necessità. Cosa facciano di preciso, sembrano volerlo ignorare. Le porte sono aperte, chiunque è libero di disporre della propria vita. Sono previste anche sette corse al giorno fino a Crotone, dove gli ospiti trascorrono come meglio credono le loro mattinate, molti per abitudine camminano e questo disturba, ma a questo non si può porre rimedio. Punto. Ritorniamo alla domanda di prima: quale idea ci si è fatti? La mia idea è che, affrontato un costosissimo viaggio di andata dall’inferno, giunti incolumi in terra straniera, schedati ma di fatto senza vero nome e pochi con possibilità di riconoscimento, questi uomini continuino a viaggiare in un cerchio che, dall’inferno, li rimanda all’inferno. Tutto qui.

Salutiamo la gentilissima Rita Bernardini, che prosegue con altri la sua visita nelle carceri calabresi. Saliamo in macchina ed eccoli: chi cammina in fila indiana, chi sta seduto ai bordi della strada, chi agita buste con lumache rubacchiate da vendere. Giuseppe Candido si ferma: dieci euro una busta. Quindi si ferma di nuovo: cinque euro ma niente lumache. Non gli piacciono tanto. I fortunati gli sorridono grati e scompaiono. Camminano in tondo e  sanno di farlo, eppure continua lo sforzo tutto umano di trovare una via d’uscita.

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Sigari in Paradiso: il mio nome era Manuel Eliantonio

di Giovanna Canigiula

E’ qualche giorno che, per ragioni familiari, non frequento Fai notizia né credo di poterlo fare nei prossimi. Mi sono collegata da qualche minuto, giusto il tempo di rilassarmi prima di uscire, e ho trovato un commento a una segnalazione da me fatta poche settimane fa sulla oscura morte, nel carcere genovese di Marassi, di un ragazzo di 22 anni, Manuel Eliantonio. Il visitatore è la mamma di Manuel, che ringrazia tutti coloro che si sono interessati al caso del figlio e chiede che sia tenuta desta l’attenzione prima che cali definitivamente il silenzio. Giro, quindi, a voi tutti la straziante richiesta di una mamma  che ha consapevolezza del fatto che chiunque, in qualunque momento, può vedersi rubata o stravolta la vita senza che giustizia sia fatta. Le immagini di Manuel raccontano la violenza subita: il corpo, infatti, è pieno di lividi. Di carcere, lo sappiamo,  si può morire e si muore.  Per parte mia farò quel che posso. Credo e spero che altri raccolgano la richiesta. Intanto un abbraccio e un bacio fortissimi e sinceri a una mamma che, per l’amore perduto, trova il coraggio di lottare contro chi, assai più forte, stritola esistenze e dolori e li riduce al silenzio.

Proprio qualche giorno fa avevo segnalato a un’amica di Fai notizia “Diario di un dolore” di Lewis, in cui l’autore si misura con la perdita della moglie e con il suo nuovo rapporto col mondo e con  Dio. Nessuna consolazione gli viene dalla fede, non c’è traccia alcuna nelle Scritture di futuri ricongiungimenti sull'”altra riva”, la realtà non si ripete e ciò che abbiamo perduto non tornerà in altra forma.  “Sigari in Paradiso” è l’espressione bellissima che usa per indicare il passato felice che vorremmo disperatamente riavere indietro. Sigari in Paradiso sono quelli che ciascuno di noi può accendere per non dimenticare, per aiutare a non dimenticare, per fare in modo che nessuno si arroghi il diritto di compiere, restando impunito, certi orrori. Nessuno: tantomeno lo Stato.

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il difficile cammino dei senza terra

di Giovanna Canigiula

Ieri pomeriggio, con Giuseppe Candido, siamo andati a Cropani a visitare ilresidence Ale.mia, ora contestatissimo centro di prima accoglienza. Ci ha accolti, all’ingresso, un addetto alla sicurezza al quale abbiamo lasciato i nostri documenti e che ci ha consegnato un pass. Le prime cose che ci hanno colpito sono state la bellezza e la pulizia del luogo: abituati alla vista del Sant’Anna -che tra container e filo spinato dà l’idea del carcere per disperati- i sentieri immersi nel verde, la piscina attorno alla quale sedevano chiacchierando alcuni ospiti, i piccoli appartamenti con terrazze da cui altri si affacciavano, ci sono piaciuti. Ci ha ricevuto il responsabile, Domenico, col quale abbiamo avuto modo di scambiare due chiacchiere e che ci ha invitato a ritornare quando avessimo voluto. Gli abbiamo fatto, com’è ovvio viste le polemiche, qualche domanda. Il centro, che ha una capienza massima di 250 persone, ospita attualmente circa 210 richiedenti asilo, tutti africani di aree calde come il Congo, la Costa d’Avorio, la Nigeria, il Gana, la Liberia. La convenzione è stata regolarmente stipulata col Ministero degli Interni, secondo norme previste dalla legge e sulla base, desumiamo, di un calcolo che certamente consente a un residence, inattivo durante la stagione invernale, di garantirsi delle entrate, ma che, a conti fatti, va in direzione del rispetto della persona. “Siamo abituati” dice Domenico “a catalogare secondo criteri di povertà e del minimo di sussistenza e non secondo criteri di dignità. Noi proviamo a fornire un servizio che abbia dei contenuti e speriamo, pian piano, di avviare forme di collaborazione con le autorità pubbliche”. La gestione è affidata alla Cooperativa 29 giugno. Attorno al centro, che offre opportunità di lavoro alla gente del posto, ruota il mondo del volontariato. A formare il personale scendono periodicamente, da Roma, gruppi che hanno esperienza nel settore. All’interno dell’area sono stati individuati due settori, uno per l’alloggio dei maschi e l’altro per quello delle donne. Le coppie sposate sono state separate. Per ogni ospite la convenzione prevede 35 euro, cifra interamente destinata al vitto, all’alloggio, al vestiario di primo soccorso e al presidio sanitario, che garantisce un monitoraggio costante e che smentisce, di fatto, l’allarmismo della popolazione riguardo a presunte malattie che i richiedenti asilo potrebbero avere portato con loro dai luoghi di fuga. Il volontario che ci accompagnerà a fare un giro, Ghigo, confermerà quanto detto dal responsabile: tutto ciò che è acquistato, dal calzino al maglione al pantalone, è nuovo. Chi si reca al supermercato, inoltre, spende danaro proprio, inviatogli da qualche familiare o amico e ha l’obbligo di non acquistare alcolici (compresa la birra), pena sanzioni: anche l’illazione della paghetta giornaliera di venti euro, dunque, è smentita. Ghigo ci racconta storie drammatiche di giovani costretti a lasciare il proprio paese, il lavoro, lo studio, la casa, le abitudini, i parenti, gli amici, in fuga da guerre, rappresaglie, torture, uccisioni, mutilazioni, irruzioni di miliziani nelle abitazioni. Uno dei ragazzi  porta il segno di un profondo taglio sul braccio, inferto con un machete. E non è il solo.  Fra le cose che hanno sorpreso il volontario, è il grande senso della pulizia degli ospiti: appena arrivati, nonostante gli appartamenti fossero stati puliti, hanno chiesto prodotti e stracci e si sono rimessi al lavoro. Sono loro stessi a occuparsi  dei percorsi e delle zone verdi senza che nessuno glielo chieda, tanto che io e Giuseppe, d’improvviso, ci vergogniamo dei mozziconi che stiamo lasciando in giro. Mentre chiacchieriamo incontriamo Gianluca, un amico che è al suo primo giorno di lavoro nel centro, forte dell’esperienza maturata a Catanzaro con laPromidea, cooperativa che da anni si occupa di rifugiati. Gli chiedo cosa pensa dell’allarmismo fra la popolazione che io, francamente, continuo a trovare ingiustificato:  secondo lui va capito il disorientamento della comunità, che si ritrova a fronteggiare una simile novità e, comunque, bisogna  adoperarsi  per favorire l’integrazione.

Comincia a imbrunire, arrivano i carabinieri, è la sera in cui ha inizio  il presidio delle forze di pubblica sicurezza.  Ghigo ha ancora da montare dei letti a castello, due ragazze litigano, noi decidiamo di andare via.  Superata la diffidenza iniziale, gli ospiti ci salutano cordialmente. Sono di passaggio, il futuro è incerto, i loro volti si perderanno e le loro tracce pure, mi piace che la sosta sia dignitosa. Ce ne andiamo sapendo di poter tornare, ancora una volta senza preavviso e senza che nessuno ci allontani. La sensazione, certo, è che il centro, pur se aperto, resti un luogo chiuso. Tuttavia una piccola, spartana, linda oasi per chi non ha più una casa in cui fare rientro. Il posto giusto per riprendere fiato prima di ricominciare il cammino. Mentre saliamo in macchina, mi sforzo di capire chi teme contagi, imbrogli, crolli nel settore turistico. E, però, non ci  riesco. Sono adulti, con tanto di figlioletti magari della stessa età di chi né guardano né accettano. Fra ciechi e visibilissimi invisibili, pertanto, continuo a scegliere i secondi.

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L’amore al tempo dei latini: piccolo contributo al tema

di Giovanna Canigiula

In un mondo in cui l’uomo è anzitutto un civis, l’amore fa capolino tardi nella letteratura latina. E’ la fine della Repubblica, c’è un intero sistema di valori che traballa e si avvia al tramonto, un Cicerone ormai fuori tempo si affanna a cercar soluzioni per salvare il salvabile, ma la crisi è alle porte tanto che, proprio lui, compie lo sforzo di importare la filosofia dalla Grecia, cercando parole che il pratico vocabolario latino non ha. L’uomo si interroga non solo sul tipo ideale di stato e sul suo ruolo nella società ma anche sul senso della vita. Domina, dunque, l’incerto sulla consueta gravitas romana ed è in questo contesto che si inquadra la poesia di Catullo, il poeta delle nugae, delle bagattelle, delle inezie. Il primo poeta che fa girare il suo mondo attorno a una donna, alla quale dedica un intero canzoniere.

Le epigrafi funerarie ci raccontano di donne virtuose, caste, pudiche. L’unica traccia dell’amore è nella commedia ed è amore per una meretrice, sposata in virtù del fatto che un colpo di scena finale ne rivela le origini di donna libera ed aristocratica. Catullo ha due modelli alle spalle, legati alla poesia erotica ellenistica: Callimaco, che canta l’amor leggero e Meleagro, che per amore soffre. Sceglie il secondo e, con lui, una donna con non pochi problemi: Lesbia appartiene all’alta società, è sposata, è vedova in un periodo in cui la vedovanza obbliga ad essere univira, donna sola che vive nel ricordo del marito perso. E’ un amore fuori dalle regole, dunque, in cui a dirigere il gioco è lei, ladomina, mentre l’uomo è travolto dalla passione, è vittima e si tormenta. Il compendio è in un distico, quei due versi del carme 85 che rivelano la doppia natura dell’amore e denunciano l’incapacità di comprenderne la ragione. E’ così, dice Catullo, e non posso farci niente, salvo tormentarmi: Odi et amoQuare id faciam, fortasse requiris./ Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

L’amore è forza che sfida le convenzioni, le chiacchiere, le invidie (c. 5): “Viviamo, mia Lesbia, e amiamo,/ e le chiacchiere dei vecchi troppo seri/ stimiamole tutte un solo asse!/ Il sole può cadere e ritornare,/ ma noi, una volta che la nostra breve luce sarà caduta,/ dovremo dormire una notte eterna./ Dammi mille baci ed altri cento,/ ed altri mille e, dopo, ancora cento./ Quando saranno migliaia/ confonderemo il conto, per non sapere/ o per evitare il malocchio di un invisioso/ quando saprà che sono tanti i baci”.

L’amore è con-divisione: all’amata  muore il passerotto, compagno di giochi, e il poeta invita tutti a piangere, Veneri e Amori e uomini delicati. Così nel c. 3: Lugete, o Veneres Cupidinesque,/ et quantum est hominum venustiorum:/ passer mortuus est meae puellae,/ passer, deliciae meae puellae,/ quem plus illa oculis suis amabat. Lei l’amava più dei suoi stessi occhi e ora lui se ne va per una strada oscura (iter tenebricosum) dalla quale dicono che non si torna indietro. Unde negant redire quemquam. “Maledette, malvagie/ tenebre dell’Ade che divorate tutte/ le bellezze, ed un passero bellissimo me l’avete tolto”.

L’amore è gioia ma, come tutte le gioie, fa tremare (c. 70): “La mia donna dice che non vuol stare con nessun altro,/ neanche se la chiedesse Giove in persona./ Così dice, ma quello che dice una donna a un amante appassionato, / va scritto sul vento e sull’acqua che fugge”. Premonizione? Stereotipo? Paura? In fondo, l’univira ha rotto per lui il patto d’amore con le ceneri del marito. Potrebbe romperlo ancora.

Ma, quando si ama, si spera (c. 109): “Mi prometti, mia vita, che questo/ amore sarà felice e sarà per sempre./ Grandi dei, fate che possa promettere il vero,/ che lo dica sinceramente e di tutto cuore:/ così potremo per tutta quanta la nostra/ vita serbare questo sacro patto di affetti”.

L’amore è gelosia e la greca Saffo presta le parole. Simile a un dio pare il rivale che, seduto di fronte all’amata, la guarda e l’ascolta mentre dolcemente sorride intanto che al poeta la lingua si intorpidisce, un sottile fuoco gli scorre nelle membra, le orecchie ronzano, gli occhi si coprono di una duplice notte. E’ l’inferno del c. 51: Ille mi par esse deo videtur, / ille, si fas est, superare divos,/ qui sedens adevrsus identitem te/ spectat et audit/ dulce ridentem […] lingua sed torpet, tenuis sub artus/  flamma demanat, sonitu suopte […]

Come tutti i maschietti dalla notte dei tempi, Catullo è il classico stupidotto che, più avverte la minaccia del tradimento, più scopre incostante e infedele la donna che ama, più si lega a lei. Altro che le castae puellae! Nel c. 72 rinfaccia e si prova a far distinzioni: “Tu dicevi un tempo di conoscere solo Catullo,/ e che non mi avresti cambiato neppure con Giove./ Ti ho amata allora non come si ama un’amante,/ ma come un padre ama i figli e i generi”. Nunc te cognovi. “Ora ti ho conosciuta, e anche se ardo più forte,/ tuttavia per me vali molto meno”. Ahi, ahi, ahi. Qui potis est, inquis? Come è possibile, chiedi? Quod amantem iniuria talis/ cogit amare magis,/ sed bene velle minus. “Perché una tale offesa costringe chi ama ad amare di più,/ ma a voler bene di meno”.

E’ affranto Catullo (c. 58 a): “Celio, la mia Lesbia,/ quella Lesbia che Catullo ha amato/ più di se stesso e di tutti i suoi,/ adesso nei trivi e negli angiporti/ scappella i nipoti del magnanimo Remo”.

Inveisce (c. 60): “Forse una leonessa sui monti dell’Africa,/ o Scilla che abbaia dal fondo dell’inguine,/ ti ha generato con un cuore così duro e inumano,/ al punto che nel tuo cuore feroce disprezzi/ la voce di chi ti chiama nel momento supremo?”

Cede e siamo sempre là (c. 75): “A tal punto è arrivato il mio cuore, Lesbia, per colpa tua,/ e si è perduto nella devozione, che non mi è possibile più volerti bene,/ diventassi tu anche la migliore fra tutte le donne,/ né smetterei di amarti, anche se tu facessi di tutto”.

E’ fedele, l’amore è un patto tra due, lui non lo ha infranto. Ma è magra consolazione (c. 87): Nulla potest mulier tantum se dicere amatam/ vere, quantum a me Lesbia amata mea est./ Nulla fide sullo fuit unquam foedere tanta,/ quanta in amore tuo ex parte reperta mea est. “Nessuna donna può dire di essere stata amata tanto/ e sinceramente quanto la mia Lesbia è stata amata da me./ Nessun patto è stato osservato con tanta costanza/ quanta ce n’è stata nel nostro amore da parte mia”.

L’amore è malattia, Lucrezio mette in guardia, Catullo si dispera. Non ha mai mancato alla propria parola, sa di essere pio, non  ha ingannato nessun uomo (c. 76): “[…]Tutto/, affidato a un cuore ingrato, è andato perso. Ma tu,/ perché continui a torturarti? Perché non rafforzi/ il tuo animo e non ti stacchi e non cessi di essere/ infelice contro il volere divino? E’ difficile, /tutto d’un tratto, deporre un lungo amore;/ è difficile sì, ma devi farlo lo stesso[…]”. Se questa è la via della salvezza, gli dei lo debbono aiutare e glielo debbono perché ha vissuto una vita pura. L’amore è peste, è rovina, è un cancro che divora il corpo. Ha scacciato ogni gioia dal cuore. Il poeta non chiede più che Lesbia ricambi il suo amore o gli sia fedele, è impossibile dice, vuole solo guarire.

Quando si soffre, si chiede aiuto (c. 38): Malest, Cornifici, tuo Catullo. “Il tuo Catullo, Cornificio,  sta male;/ sta male e soffre/ ogni giorno e ogni ora di più./ E tu per consolarlo (la cosa più piccola e facile),/ quale parola hai trovato? Sono furioso/ con te: così tratti il mio amore?/ Dimmi una parola, quella che vuoi,/ più triste del pianto di Simonide”.

E arriva il divortium. Amarissimo (c. 8): Miser Catulle, desinas ineptire,/ et quod vides perisse perditum ducas./ Fulsere quondam candidi tibi soles,/ cum ventitabas quo puella ducebat/ amata nobis quantum amabitur nulla[…].

“Infelice Catullo, smetti di impazzire,/ e quello che vedi perduto, convinciti che è perduto./ Un tempo rifulsero per te splendidi soli/ quando andavi dove lei ti portava, la donna/  amata da me quanto nessuna mai sarà amata./ Là si facevano tutti quei giochi, che tu volevi/ e lei non diceva no. Veramente/ un tempo rifulsero per te splendidi soli./ Ora lei dice di no, e tu devi fare altrettanto, non devi/ anche se sei disperato, non devi inseguirla se fugge,/ vivere infelice, ma sopportare con fermezza e tener duro./ Addio, ragazza. Ormai Catullo è capace/ di tener duro, non ti cercherà, non ti pregherà se non vuoi./  ma a te dispiacerà che lui non ti cerchi./ Sciagurata, che vita ti aspetta?/ Chi ti frequenterà? A chi sembrerai bella?/ Chi amerai e di chi diranno che sei?/ Chi bacerai? A chi morderai le labbra?/ Ma tu Catullo, sii fermo, e tieni duro”.

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Non vi credo

di Giovanna Canigiula

Il 20 ottobre scorso, su decisione del Ministero degli Interni, sono stati trasferiti dal CPA di Crotone in un villaggio di Cropani Marina, comune a vocazione turistica del catanzarese, circa 210 richiedenti asilo. Comune, operatori economici  e società civile protestano, con tanto di consiglio comunale straordinario, richiesta di incontro col Prefetto e raccolta di firme contro: gli ospiti, in quanto indesiderati, se ne debbono andare alla svelta e questa è la sostanza.

A sentire la versione ufficiale non si tratterebbe di razzismo: l’ente non è tra quelli che hanno aderito al progetto di protezione e integrazione socio- lavorativa che riceverebbe finanziamenti sulla base della Delibera Regionale n. 669 dell’8/10/2007; non c’è trasparenza nel modo in cui il Ministero degli Interni ha imposto le sue decisioni senza nemmeno consultare l’amministrazione locale; minore trasparenza si ravvisa nella convenzione stipulata col residence ospitante, che porterebbe (dati ipotetici) nelle casse del medesimo qualcosa come 55 euro al giorno per ospite e che starebbe per beneficiare di una proroga di tre anni rispetto alla data fissata del 31 marzo 2009. E fin qui, nulla da obiettare. Si paventa, inoltre, l’arrivo di nuovi ospiti e in due in un piccolo spazio, dice sempre la versione ufficiale, si sta stretti. Qualcuno, però, blatera pure di case sfitte, quindi di spazi recuperati, dal che si comincia a capire che parliamo di privatissimi soldi.

A sentire i cori non ufficiali, infatti, le cose stanno diversamente. Le proteste –se le mie orecchie funzionano bene e non soffro di allucinazioni- sono di altro tipo: il governo dà tutti questi soldi a degli stranieri che se ne dovrebbero stare a casa loro; chi affitterà mai le case d’estate con tutti questi neri che circolano; eccoli, questi vagabondi scansafatiche, vengono al supermercato e comprano la coca-cola coi nostri soldi. La coca-cola, ha visto, roba da pazzi! Nel supermercato incriminato questi neri- stranieri- rubasoldi io li incontro tutte le volte che ci vado: sono giovani, molti hanno facce da studenti, indossano come tutti i coetanei d’Italia jeans e felpa, sono educatissimi, si muovono in piccolissimi gruppi di due o tre persone per non disturbare l’italica vista e col passo felpato di chi si sente indesiderato in un ambiente che non si nasconde ostile. Hanno facce un po’ tristi e la chiara espressione di chi ha consapevolezza d’essere finito nel posto più sbagliato del mondo. Colpisce poi il fatto che siano silenziosi o che parlino a voce bassissima: l’impressione è che vogliano rendersi invisibili. Sono, invece, chiaro oggetto di osservazione, anche perché nessuno ha spiegato loro che la condizione impone al massimo di bere acqua, possibilmente quella erogata dalle nostre civilissimi tubature calabresi e che puzza di fogna. Qualcuno (le ragazze soprattutto) regge il tuo sguardo mentre i più abbassano gli occhi, intanto che fanno circolare, in un supermercato italiano, i maledettissimi soldi che ci hanno rubato. Vengono distrigati subito, quasi a volersi liberare di una presenza ingombrante. Che genere di contagio, mi domando, ci potrà mai colpire? Oltretutto, proprio di fronte alle casse, vigilano le facce indifferenti dei comitati cittadini con i loro banchetti: siamo certi che siamo proprio noi a dover avere paura?

La verità, allora, è un’altra: siamo razzisti e di un razzismo peggiore di quello del nord, perché lo vogliamo celare, manipolare, piegare con le parole. Siamo razzisti talmente tanto che neppure ci accorgiamo di quanto siano giovani i nostri neri nemici e neppure ci preme di sapere da quale guerra provengano, quale casa sconvolta abbiano lasciato, quali studi abbiano interrotto, quale sia stata la loro traversata, quanto grande sia la loro disperazione. Siamo talmente ottusi  e ciechi da non saper vedere e riconoscere volti puliti, sentire e riconoscere suoni educati, toccare e riconoscere la tragedia delle loro vite sconvolte. Sono tanto giovani da avere lasciato mamma e papà da qualche parte (si spera) e da sentirsi sicuramente soli, loro sì, in terra straniera. Che si diranno, che penseranno, quale futuro sogneranno? Io li guardo e mi dico che  forse è meglio se vanno via da un comune del sud che teme pericolose cadute turistiche non per le acque luride del suo mare e per i servizi  dai costi sproporzionati che offre ma solo per la loro presenza. Un comune che guarda con malcelata invidia alla speculazione di pochi a danno della propria e che, evidentemente, si ostina a considerare i suoi migranti razza bianca  e quindi migliore e sì che ne circolano, dalle nostre parti, di “moretti”: scuri bianchi doc che raccolgono firme contro gli spuri scuri neri.  La guerra è guerra. Se è guerra fra razze, poi, c’è poco da fare. E di questo si tratta, visto che nessuno dei non razzisti del posto si sogna di rivolgere la parola ad uno solo di questi ragazzi. Figuriamoci se  si sognano di chiedere scusa o fare un sorriso, come dovrebbe essere se davvero la protesta fosse di altra natura.

Perciò, non vi credo cari limitrofi corregionali, non vi credo affatto e spero –visti i tempi- che vi sbarrino le porte una volta per tutte se andate a cercare ventura al nord o anche solo a fare circolare i vostri puliti soldi di turisti meridionali, perché le grosse macchine su cui oggi salite, lassù, dove quasi nessuno vi ama, sanno di ‘ndrangheta e malaffare. Anche quando non è così.

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Passeggiando sui rifiuti

di Giovanna Canigiula

La vicenda è nota. Nel crotonese 70 mila m³ di materiale altamente tossico e radioattivo, pari a 350 mila tonnellate, miscelato con polveri provenienti dall’Ilva di Taranto e impastato col cemento, sono stati impiegati, come materiale edilizio, per la realizzazione dei cortili di tre scuole, di alloggi popolari, villette, centri commerciali, strade e perfino di una banchina portuale. Le indagini, avviate nove anni fa, hanno portato all’iscrizione nel registro degli indagati, con l’accusa di associazione a delinquere, di sette persone: il legale rappresentante pro tempore della Pertusola Sud, quelli di tre imprese edilizie (due di Crotone e una di Parma), tre funzionari dell’ex Presidio multizonale di prevenzione dell’ex Azienda sanitaria di Catanzaro.

Gli scarti industriali tossici erano prodotti dalla Pertusola Sud, stabilimento dell’Eni nato negli anni Venti su iniziativa della compagnia tedesca Rotschild e addetto alla produzione di zinco, di cui riusciva a coprire quasi la metà del fabbisogno nazionale. La Pertusola, insieme alla Montedison, è stato l’unico vero polo industriale della Calabria. Chiuso nel 1994, dopo una crisi del settore che si trascinava da circa tre anni, aveva lasciato sul lastrico i 700 operai che vi lavoravano. Nel 1998 era scoppiato il primo scandalo che aveva portato, l’anno successivo, all’arresto dell’allora assessore regionale all’ambiente e all’apertura di un’inchiesta: la Guardia di Finanza di Trebisacce, comune del cosentino, aveva infatti sequestrato una discarica abusiva di 15 mila tonnellate di rifiuti in un terreno agricolo di Cassano Jonio. Si era così scoperto che la Pertusola, per aggirare i costi dello smaltimento, trovandosi l’unico impianto preposto in Sardegna, ne aveva affidato la gestione all’ATMC SUD, azienda che lavorava in subappalto per la IMI Chimica di Milano e per la Eco Italia di Roma. L’AMTC era riuscita ad ottenere da un funzionario regionale una deroga amministrativa alla legge e, dotatasi di uno schiacciasassi e di una pala meccanica, aveva impastato i materiali radioattivi con cemento seppellendoli, oltre che nel cosentino, in altre aree sulle quali ci si apprestava ad indagare. Secondo gli inquirenti del NISA, nucleo che indaga su sanità e ambiente, esistevano due videocassette che filmavano il modo in cui gli operai delle imprese Crotonscavi eCiampà mescolavano i rifiuti tossici che poi seppellivano nei cantieri, ma una è risultata introvabile e l’altra è giunta in Procura cancellata. Non solo: parte dei rifiuti finiva in mare, probabilmente nella riserva protetta di fronte a Crotone. La conferma è venuta da un ex caporeparto della Pertusola: ordine di servizio della fabbrica era proprio di scaricare  a mare, ogni due o tre giorni, i prodotti eccedenti.

Da anni Legambiente lanciava appelli, rimasti inascoltati, sulla presenza di depositi di rifiuti tossici e nucleari nel territorio calabrese e sulla presenza di navi affondate nei mari limitrofi, sollecitando l’intervento dei responsabili regionali perché venisse attuato un sistema di controllo e monitoraggio, allo scopo di verificare anche le incidenze sulla salute. A Reggio Calabria l’esecuzione delle indagini era stata affidata, dalla Procura della Repubblica, a un’impresa con interessi nel campo che, guarda caso, non aveva trovato nessuna delle navi accuratamente indicate sulla carta. Nel “bidone Calabria”, secondo una definizione di Legambiente, mancano discariche controllate e a norma di legge, i rifiuti vengono collocati alla bell’e meglio sfruttando norme temporanee ed eccezionali, sono pochi e mal funzionano i depuratori, nessuno interviene a frenare lo scarico abusivo nei mari, i fiumi sono fossi di scolo di acque luride. Eppure, la Regione “non è riuscita a realizzare un piano sanitario né un piano di controllo del territorio né  un piano per la realizzazione di discariche e l’individuazione delle zone in cui collocarle né un piano per il controllo degli scarichi fognanti e dei depuratori”. DalRapporto Ecomafia 2008 la Calabria risulta essere la quarta regione in Italia per gli illeciti ambientali, legati a doppio filo con le attività criminali di stampo mafioso, ma non si ipotizza al momento, nel caso di Crotone, alcun collegamento con la ‘ndrangheta, sebbene l’impresa Ciampà sia stata oggetto di indagine in tal senso negli ultimi anni e il suo rappresentante legale sia un sorvegliato speciale.

Il mondo politico stupisce. Ieri il Governatore della Calabria, A. Loiero, dai microfoni di Uno mattinaha indicato l’Eni e lo Stato  quali responsabili del disastro: il primo perché, quando ha chiuso negli anni Novanta, ha lasciato  in eredità disoccupati e veleni, ma non ha realizzato la bonifica di un’area che era stata riconosciuta sito nazionale da disinquinare; il secondo perché ha nominato dieci anni fa, senza ottenere nulla di fatto e senza chiederne conto, un Commissario per l’emergenza ambientale.  Loiero ha dichiarato di avere subito stornato 15 milioni di euro dai fondi Por, destinandoli al lavoro di indagine di una task force di ricercatori nominata dalla Regione Calabria e composta dall’ Unical, dal Politecnico delle Marche, dalle Università di Cagliari, Napoli e Siena, dallo Iamc- Cnr e dalla Stazione zoologica di Napoli. Primi campi di indagine: terreno, aria, alimenti. Quindi, costa e mare. La Regione Calabria, ha aggiunto Loiero, si costituirà in giudizio come parte civile.

Pari sgomento a Crotone, dove ieri si è tenuta una  lunga e affollata seduta del Consiglio comunale. Ho chiesto ragguagli, oggi, a uno dei consiglieri di maggioranza, il prof. F. Pesce,  che mi ha rilasciato una lunga dichiarazione: “I cittadini hanno diritto alla verità e devono essere continuamente informati sulle soluzioni che si prospettano e sulle fasi di attuazione. Abbiamo istituito un’apposita Commissione che lavorerà a stretto contatto con i comitati cittadini per monitorare assieme la difficile soluzione. Ciò che bisogna condannare è il silenzio di quella classe dirigente che, in passato, sapeva, avrebbe potuto fare e non ha fatto e la cui assenza ha, in un certo qual modo, determinato l’indifferenza della collettività che si è allontanata dalla politica”. Secondo Pesce “la politica ha una funzione vitale per una città come Crotone e il vero politico è colui che cerca di prevenire, con interventi significativi, i problemi di qualsivoglia natura, senza aspettare che gli stessi possano incancrenirsi per poi divenire irrisolvibili. Il consenso dell’elettorato va rispettato, stima e fiducia vanno contraccambiate: si rende, dunque, necessaria una svolta che consenta un diverso percorso in grado di recuperare alla politica la piena fiducia della collettività”. Alla domanda su come la sua amministrazione intenda procedere, Pesce ha risposto che “innanzitutto essa si costituirà parte civile nel procedimento in corso” e ha aggiunto che “tocca all’Eni risanare la situazione come ha fatto altrove, ma è necessario che gli enti locali possano controllare i lavori sia in fase di progettazione che di realizzazione. Per intanto si hanno i primi risultati dei controlli effettuati sull’aria e sull’acqua potabile nelle aree interessate e sono negativi. Anche le due centraline messe nelle scuole interessate, per verificare l’aria, hanno dato esito negativo”. A quanti protestano per l’assenza di un piano territoriale, il consigliere risponde che esso “non può essere approntato finché le indagini della magistratura non saranno concluse. Al vaglio è, comunque, anche l’istituzione di altre commissioni che affrontino problemi vitali per Crotone come l’aeroporto, la stazione, l’università, perché turismo, cultura e lavoro sono la via che consente di dare a questa città ciò che realmente merita, anche in virtù dei suoi trascorsi”. Pesce si è da ultimo soffermato sul diritto al lavoro e alla salute, ricordando il padre che, per 25 anni, ha lavorato nel polo industriale di Crotone dove molti, respirando i vapori, si sono ammalati di cancro o, nel migliore dei casi, hanno perso i denti: “Non si può essere indifferenti alla morte. Anche se i siti inquinati e causa di inquinamento hanno offerto lavoro a migliaia di cittadini, non va dimenticato che lo stesso lavoro è stata causa di mali incurabili. Il lavoro è un diritto, ma la vita è un bene incommensurabile”.

Difficile dire a quali risultati definitivi porterà l’indagine in corso. Altrettanto difficile è capire in che modo, in un terra dalle forti connivenze tra politica, imprenditoria e criminalità organizzata, si potrà affrontare il problema rifiuti. Occorre, però, che maturi una maggiore coscienza dei singoli e della collettività, riunita magari in comitati, come sta accadendo a Crotone. Ma non a disastro avvenuto. Mi sovviene la proposta radicale dell’anagrafe pubblica degli eletti: brutta parola ma utile, forse e non solo, in terre sinistrate, dove di rado ci si prende la briga di seguire un consiglio comunale o chiedere di poter  prendere in visione le delibere di giunta. Piccoli passi, piccolissimi, per un controllo diretto di ciò che si decide intorno a noi.

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Leggere chi?

di Giovanna Canigiula

Discutevo quest’oggi con un amico radicale del Decreto Tremonti a proposito dei tagli al finanziamento all’editoria e all’erogazione dei fondi sulla base dell’andamento dei conti dello stato. Il mio amico radicale si diceva d’accordo a sparare nel mucchio e l’assunto del suo pensiero pressappoco è: perché mai dovrei quotidianamente finanziare un’informazione di partito, quindi a priori viziata, per un totale di 700 milioni di euro all’anno? Se fondi pubblici debbono essere erogati, ebbene anche l’informazione deve essere pubblica e non di parte. Esempio di informazione pubblica? Radio radicale, che ospita voci ed opinioni di tutti.

Il merito di Radio radicale è indiscutibile: chi di noi non ha mai seguito un dibattito, un congresso di partito, una conferenza, un’intervista? Chi non ha consultato il suo archivio? Ma questo  nobile e indiscutibile esempio, a mio parere, allontana dal tema. Distoglie. Per cui occorre cercare di districarsi fra leggi e leggine e codicilli e intenti dei legislatori che si sono susseguiti in oltre trent’anni. Nel 1981 passò la prima proposta di legge che concedeva l’aiuto dello Stato ai giornali di partito non in grado di sostenersi da soli per ovvie ragioni di mercato. Si può non essere d’accordo ma, comunque, era passata l’idea che, in democrazia, bisogna salvaguardare il pluralismo. Cinque anni dopo il pasticcio: bastava che due deputati, anche di opposti schieramenti, dicessero che la tal testata  era organo di un movimento politico per attingere a piene mani ai finanziamenti. Insomma: fatta la legge, trovato l’inganno. Quindi, nel 2001, il legislatore ha imposto ai giornali d’esser cooperative, di fatto ammettendo al contributo praticamente tutti, comprese le testate possedute a maggioranza da cooperative, le fondazioni e gli enti morali non aventi scopo di lucro.  Come il potentissimo Avvenire.

Da qui, è ovvio, furti e stravaganze che hanno portato –bellissima l’inchiesta di Report del 2006- alla nascita di fantomatici fogli a tiratura limitata, nessuna presenza in edicola, vendita pari a zero o, comunque, sottocosto quando non nella forma del volantinaggio, giacché le testate nazionali sono obbligate a vendere il 25% delle copie prodotte e quelle locali almeno il 40%. Hanno in questo modo visto la luce anche il Foglio, organo del movimento Convenzione per la giustiziaLibero, organo del Movimento Monarchico Italiano. Per non parlare dello strano giro dei soldi incassati, come quelli che il Giornale d’Italia ha devoluto alla Lega nord. Ai contributi diretti si sono poi sommati quelli indiretti, sotto forma di rimborsi per le spese postali, elettriche, telefoniche e per l’acquisto della carta. Contributi ai quali chiunque ha potuto attingere, indipendentemente dai bilanci e dagli assetti societari e il 70% dei quali è finito –e come mai?-  nelle tasche dei grandi gruppi.

La domanda è: quanti sprechi si sarebbero potuti evitare se, semplicemente, lo stato si fosse limitato a finanziare i giornali di partito, magari ponendo paletti, come l’obbligo di vendere un determinato numero di copie? Perch appoggiare una politica di tagli indiscriminati sapendo di tagliare le gambe non certo ai grandi editori, quelli che rispondono alle leggi di mercato? Perché, per fare un esempio, deve chiudere il Manifesto, cooperativa (vera) che dal 1971 cammina a fatica, voce libera sia pure nella galassia delle sinistre?

Ritorno al mio amico radicale e alle sue osservazioni con una domanda: che vuol dire finanziamento pubblico solo alla pubblica informazione? Bastano, secondo questa direttrice di pensiero, una radio, una rete televisiva, una testata. Ora, abbiamo un premier che legifera pro domo sua, che controlla quasi tutto il mondo dell’informazione, che guarda caso vuol nominare il Presidente della Commissione di Vigilanza Rai e, anziché pensare che servirebbe correggere le storture legislative –leggi restrizione dei finanziamenti a pioggia a testate di partiti e movimenti finti o di enti che non ne avrebbero diritto/ bisogno-  pensiamo di tappare la bocca al pensiero plurale? Mi pare, questa, la via più agevole da praticare, ma nei paesi con governi autoritari.

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Cuore nero

di Giovanna Canigiula

Ultimo compito in classe in una quarta ginnasiale, quasi ultima fatica dell’anno. La traccia richiedeva un’opinione sul monito dell’Europa all’Italia per l’ondata di razzismo e xenofobia che dilagano nel nostro paese. Sorpresa! Altro che villaggio globale, intercultura, accoglienza: nella terra dei migranti emarginati, i benestanti nipotini coltivano l’odio. Percepiscono l’indistinto universo degli “stranieri” (marocchini, rumeni, rom) come nemico da scacciare. Gli extracomunitari (ma non gliel’abbiamo detto che i rumeni sono comunitari? Mi sorge il dubbio) sono ladri, stupratori, rapitori di bambini, usurpatori di lavori e diritti. Inducono, addirittura, a lasciare la patria, non foss’altro che per la salvaguardia della prole a venire. O loro o noi. E chi ha la forza, ora, di spiegare agli impermeabili mostri in erba che sarebbero stranieri altrove, comunitari o non, dunque da scacciare perché piccoli neri e mafiosi italiani, italiani del sud, calabresi? Il bello è che premettono: non sono razzista. Ma… Mi arrabbio. Mi si gonfiano le vene. Sono furibonda. Sei razzista e come. Non lo sai ma sei un piccolo mostro viziato e bastardo, che non misura pensieri e parole. Che non ha pietà. Crudele crudelissimo. E non c’è lettura, approfondimento, dibattito, conversazione, convegno, spettacolo, concerto che possano: gli stranieri di serie B vanno cacciati e subito. Sono brutti sporchi e cattivi. Insozzano le città (dev’essere per questo che Napoli è sepolta da cumuli di spazzatura!).  Ci fanno vivere nel terrore e stare rintanati nelle case (in teoria, perché nella pratica tra palestre, passeggiate, cinema e ritrovi bisogna uscire per forza. Magari li facessero stare a casa sui libri!). Hanno rovinato l’immagine dell’Italia con crimini, furti, abusi (sicuramente in tempi non sospetti avranno esportato la ‘ndrangheta dai loro terribili paesi. L’avranno portata con le navi. Maledetti!). Quante cose scopro. E mi arrendo. La lettura dei quotidiani in classe? Inutile. Li leggeremo male. Far meditare con Bilal? Inutile. Costrizione noiosa. E’ scuola. Un preside che promuove in ogni modo l’incontro con l’altro da noi perché diventi parte di noi? Inutile. Perché è scuola.  Tutto ciò che si è fatto, detto, letto, discusso in un anno: fatica inutile. E di che mi stupisco? Proprio qualche giorno fa, un quindicenne mio vicino di casa, figlio non di noto professionista ma di migrante, prima in Germania e poi nel milanese, mi spiegava che “questi clandestini non devono entrare, li devono lasciare sui barconi e se annegano dispiace ma pazienza: perché devono venire da noi, rubarci il lavoro e mandare i soldi guadagnati in Italia alle famiglie  che poi mandano anche i figli all’Università coi nostri soldi? E perché sono trattati meglio degli italiani poveri e se un rumeno ubriaco e senza patente ammazza tre persone con la macchina lo mandano in un albergo a cinque stelle anziché in carcere e poi lo liberano?” Questa dell’albergo a cinque stelle non la sapevo, ma so che l’ho scalfito appena, il tempo di un’ impercettibile apnea, quando gli ho ricordato –e con una stretta al cuore- di chi era figlio, perché si è ripreso subito: sì, ma mio padre era italiano. Viva l’Italia dunque, con il suo cuore nero, chiunque si decida di votare, paese di gran lusso come gli alberghi in cui mandiamo a soggiornare gli “stranieri” che delinquono. Abbasso i clandestini e chi cerca di capirli e la scuola che, hanno ragione, è fatta di mediocri, tanta l’incapacità di dialogare, educare, comunicare, trasmettere. Hanno detto in televisione che…Viva la televisione. Più forte e più brava. E povera sinistra, consentitemelo. Lo vedo difficile il cammino.

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Non bene… Di.Co. : il lungo travaglio delle coppie di fatto

di Giovanna Canigiula

In origine erano i Pacs, patti civili di solidarietà. Il fronte congiunto di Vaticano e cattoparlamentari di entrambi gli schieramenti li ha trasformati in Di.co., sigla che traduce l’impegno a riconoscere i diritti delle coppie di fatto, obbligando le ministre Bindi e Pollastrini a virtuosismi che hanno finito con lo scontentare un po’ tutti. Il disegno di legge, infatti, è frutto di un compromesso tra le due anime del Paese, quella laica e quella cattolica, caldeggiato anche da Napolitano dopo le sortite delle alte gerarchie ecclesiastiche. Il presidente si è richiamato all’art. 7 della Costituzione, che vuole Stato e Chiesa “indipendenti e sovrani” ciascuno nel “proprio ordine” e con rapporti regolati dai Patti Lateranensi, sperando in una sintesi che tenesse conto delle diverse posizioni ed evitasse la rigida contrapposizione. Molti rappresentanti del governo si dicono soddisfatti del buon esito del testo, pur riconoscendogli dei limiti dovuti proprio alla necessità di coniugare le indicazioni del programma dell’Unione e la sensibilità cattolica. Critici, invece, ampi settori della sinistra e le associazioni Arcigay e Arcilesbica, che denunciano un atteggiamento ancora una volta discriminatorio, soprattutto nei confronti degli omosessuali. In Europa i Pacs non sono una novità: in diversi paesi le unioni civili tra conviventi dello stesso sesso o di sesso diverso sono riconosciute in varie forme; in Belgio, Olanda e Spagna sono ammessi i matrimoni tra coppie omosessuali. Il terremoto italiano è stato provocato dalla massiccia discesa in campo della Chiesa, che invoca la salvezza e la salvaguardia della famiglia tradizionale, cellula prima di una società fondata, secondo l’antropologia cristiana, sul matrimonio contratto tra due esseri diversi, un maschio e una femmina, con capacità riproduttiva. Sulla base di tale visione, il riconoscimento di altre forme di convivenza -in tempi in cui divorzi, unioni libere, adulteri sono tollerati- finirebbe col turbare ulteriormente un equilibrio culturale di antica tradizione, negando l’assunto simbolico dell’istituto matrimoniale, compromettendo la trasmissione di valori secolari alle nuove generazioni e ingenerando confusione nei giovani. La violenza dell’aggressione ha non solo lasciato perplessi i laici ma ha messo in imbarazzo anche parte del mondo cattolico. Mons. Nicolini, ex direttore della Caritas di Bologna, ha dichiarato che riconoscere i diritti di tutti i cittadini e regolare ogni forma di unione stabile sia un dovere per uno stato laico e pluralista. Definendo “cristiani pigri” gli esponenti politici della Margherita che pongono paletti, ha invitato a non essere accecati dall’ideologia perché il rischio è quello di concepire uno Stato Etico che nulla ha a che vedere con la laicità delle istituzioni e neppure col messaggio cristiano della solidarietà al cittadino svantaggiato, sia esso l’anziano che convive per sfuggire alla solitudine o l’omosessuale che abbia una solida relazione affettiva. L’esito di un sondaggio effettuato nelle scorse settimane, del resto, denota la propensione degli italiani, cattolici inclusi, a riconoscere alle coppie non sposate tutti o parte dei diritti riservati a quelle sposate. Minore indulgenza si registra nei confronti degli omosessuali: metà degli intervistati è favorevole alla concessione di qualche diritto ma i più ritengono poco opportuno il riconoscimento legale di un’unione gay. I quattordici punti in cui si articola il ddl Bindi- Pollastrini hanno davvero qualche limite, a partire dal fatto che diritti e doveri non sono riconosciuti alla coppia in quanto autonoma forma di relazione ma ai singoli individui. Nodo cruciale non risolto resta la pensione di reversibilità, la cui discussione è rimandata a quando verrà effettuata la riforma del sistema previdenziale, osteggiata perché comporterebbe un aggravio della spesa, calcolato in 80 miliardi di euro in venti anni sulla cifra di 550.000 coppie di fatto già esistenti. Ai conviventi si riconoscono diritti importanti come l’assistenza per malattia, la possibilità di decidere in materia di salute e in caso di morte, di concorrere all’assegnazione delle case popolari, di usufruire di agevolazioni nel lavoro, di subentrare negli affitti, di ereditare, di godere degli alimenti in caso di separazione. Le clausole, però, sono grottesche: si possono ottenere trasferimenti e sedi agevolate solo se si convive da almeno tre anni; lo stesso numero minimo di anni condiziona l’obbligo agli alimenti e comunque “per un periodo determinato in proporzione alla durata della convivenza”; nove anni occorrono per garantirsi il diritto alla successione ma sempre tenendo conto, in assenza di figli o di fratelli, dei parenti fino al terzo grado. Si notano, insomma, ambiguità e forzature che inevitabilmente rimandano ai diktat che la Chiesa ha lanciato ai suoi parlamentari. Come a dire: c’è un popolo di Dio che si sposa o convive ma ci sono rappresentanti di Dio in terra che ritengono di doverlo illuminare, che si dicono rispettosi di governo, maggioranza e Parlamento ma in diritto di promuovere note “pastorali” con intenti politici. Nell’attesa che la Cei renda noto il documento al quale lavora, molti intellettuali cattolici stanno firmando una petizione con cui si chiede ai vescovi di fermare la “nota” sui Dico. Intanto, l’iter parlamentare si preannuncia burrascoso. Al Senato le maggiori incertezze. Colombo, Cossiga, Andreotti si sono detti contrari. Volonté parla di una “campagna di imbarbarimento a danno degli esseri umani naturali”, cioè degli eterosessuali e si richiama a Freud, Iung e Adler per i quali l’omosessualità sarebbe una “patologia, una malattia mentale” oggi “di moda”. Prodi si affanna a difendere il provvedimento che non scardina in alcun modo la famiglia ma già Salvi, presidente della Commissione Giustizia del Senato, ritiene necessario un ulteriore compromesso che convinca l’opposizione a votare a favore. La battaglia, quindi, è tutta in divenire. E non è cosa da poco, se si pensa che sul terreno dei diritti civili si gioca la partita dei rapporti tra Stato e Chiesa. O, meglio, la capacità della Chiesa di condizionare le scelte di uno Stato. Con la caduta del Governo, i dodici punti di sutura che lo terranno ancora insieme con il contributo dell’Italia di mezzo di Follini è evidente che ha vinto: lo Stato etico.

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