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Sigari in Paradiso: il mio nome era Manuel Eliantonio

di Giovanna Canigiula

E’ qualche giorno che, per ragioni familiari, non frequento Fai notizia né credo di poterlo fare nei prossimi. Mi sono collegata da qualche minuto, giusto il tempo di rilassarmi prima di uscire, e ho trovato un commento a una segnalazione da me fatta poche settimane fa sulla oscura morte, nel carcere genovese di Marassi, di un ragazzo di 22 anni, Manuel Eliantonio. Il visitatore è la mamma di Manuel, che ringrazia tutti coloro che si sono interessati al caso del figlio e chiede che sia tenuta desta l’attenzione prima che cali definitivamente il silenzio. Giro, quindi, a voi tutti la straziante richiesta di una mamma  che ha consapevolezza del fatto che chiunque, in qualunque momento, può vedersi rubata o stravolta la vita senza che giustizia sia fatta. Le immagini di Manuel raccontano la violenza subita: il corpo, infatti, è pieno di lividi. Di carcere, lo sappiamo,  si può morire e si muore.  Per parte mia farò quel che posso. Credo e spero che altri raccolgano la richiesta. Intanto un abbraccio e un bacio fortissimi e sinceri a una mamma che, per l’amore perduto, trova il coraggio di lottare contro chi, assai più forte, stritola esistenze e dolori e li riduce al silenzio.

Proprio qualche giorno fa avevo segnalato a un’amica di Fai notizia “Diario di un dolore” di Lewis, in cui l’autore si misura con la perdita della moglie e con il suo nuovo rapporto col mondo e con  Dio. Nessuna consolazione gli viene dalla fede, non c’è traccia alcuna nelle Scritture di futuri ricongiungimenti sull'”altra riva”, la realtà non si ripete e ciò che abbiamo perduto non tornerà in altra forma.  “Sigari in Paradiso” è l’espressione bellissima che usa per indicare il passato felice che vorremmo disperatamente riavere indietro. Sigari in Paradiso sono quelli che ciascuno di noi può accendere per non dimenticare, per aiutare a non dimenticare, per fare in modo che nessuno si arroghi il diritto di compiere, restando impunito, certi orrori. Nessuno: tantomeno lo Stato.

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il difficile cammino dei senza terra

di Giovanna Canigiula

Ieri pomeriggio, con Giuseppe Candido, siamo andati a Cropani a visitare ilresidence Ale.mia, ora contestatissimo centro di prima accoglienza. Ci ha accolti, all’ingresso, un addetto alla sicurezza al quale abbiamo lasciato i nostri documenti e che ci ha consegnato un pass. Le prime cose che ci hanno colpito sono state la bellezza e la pulizia del luogo: abituati alla vista del Sant’Anna -che tra container e filo spinato dà l’idea del carcere per disperati- i sentieri immersi nel verde, la piscina attorno alla quale sedevano chiacchierando alcuni ospiti, i piccoli appartamenti con terrazze da cui altri si affacciavano, ci sono piaciuti. Ci ha ricevuto il responsabile, Domenico, col quale abbiamo avuto modo di scambiare due chiacchiere e che ci ha invitato a ritornare quando avessimo voluto. Gli abbiamo fatto, com’è ovvio viste le polemiche, qualche domanda. Il centro, che ha una capienza massima di 250 persone, ospita attualmente circa 210 richiedenti asilo, tutti africani di aree calde come il Congo, la Costa d’Avorio, la Nigeria, il Gana, la Liberia. La convenzione è stata regolarmente stipulata col Ministero degli Interni, secondo norme previste dalla legge e sulla base, desumiamo, di un calcolo che certamente consente a un residence, inattivo durante la stagione invernale, di garantirsi delle entrate, ma che, a conti fatti, va in direzione del rispetto della persona. “Siamo abituati” dice Domenico “a catalogare secondo criteri di povertà e del minimo di sussistenza e non secondo criteri di dignità. Noi proviamo a fornire un servizio che abbia dei contenuti e speriamo, pian piano, di avviare forme di collaborazione con le autorità pubbliche”. La gestione è affidata alla Cooperativa 29 giugno. Attorno al centro, che offre opportunità di lavoro alla gente del posto, ruota il mondo del volontariato. A formare il personale scendono periodicamente, da Roma, gruppi che hanno esperienza nel settore. All’interno dell’area sono stati individuati due settori, uno per l’alloggio dei maschi e l’altro per quello delle donne. Le coppie sposate sono state separate. Per ogni ospite la convenzione prevede 35 euro, cifra interamente destinata al vitto, all’alloggio, al vestiario di primo soccorso e al presidio sanitario, che garantisce un monitoraggio costante e che smentisce, di fatto, l’allarmismo della popolazione riguardo a presunte malattie che i richiedenti asilo potrebbero avere portato con loro dai luoghi di fuga. Il volontario che ci accompagnerà a fare un giro, Ghigo, confermerà quanto detto dal responsabile: tutto ciò che è acquistato, dal calzino al maglione al pantalone, è nuovo. Chi si reca al supermercato, inoltre, spende danaro proprio, inviatogli da qualche familiare o amico e ha l’obbligo di non acquistare alcolici (compresa la birra), pena sanzioni: anche l’illazione della paghetta giornaliera di venti euro, dunque, è smentita. Ghigo ci racconta storie drammatiche di giovani costretti a lasciare il proprio paese, il lavoro, lo studio, la casa, le abitudini, i parenti, gli amici, in fuga da guerre, rappresaglie, torture, uccisioni, mutilazioni, irruzioni di miliziani nelle abitazioni. Uno dei ragazzi  porta il segno di un profondo taglio sul braccio, inferto con un machete. E non è il solo.  Fra le cose che hanno sorpreso il volontario, è il grande senso della pulizia degli ospiti: appena arrivati, nonostante gli appartamenti fossero stati puliti, hanno chiesto prodotti e stracci e si sono rimessi al lavoro. Sono loro stessi a occuparsi  dei percorsi e delle zone verdi senza che nessuno glielo chieda, tanto che io e Giuseppe, d’improvviso, ci vergogniamo dei mozziconi che stiamo lasciando in giro. Mentre chiacchieriamo incontriamo Gianluca, un amico che è al suo primo giorno di lavoro nel centro, forte dell’esperienza maturata a Catanzaro con laPromidea, cooperativa che da anni si occupa di rifugiati. Gli chiedo cosa pensa dell’allarmismo fra la popolazione che io, francamente, continuo a trovare ingiustificato:  secondo lui va capito il disorientamento della comunità, che si ritrova a fronteggiare una simile novità e, comunque, bisogna  adoperarsi  per favorire l’integrazione.

Comincia a imbrunire, arrivano i carabinieri, è la sera in cui ha inizio  il presidio delle forze di pubblica sicurezza.  Ghigo ha ancora da montare dei letti a castello, due ragazze litigano, noi decidiamo di andare via.  Superata la diffidenza iniziale, gli ospiti ci salutano cordialmente. Sono di passaggio, il futuro è incerto, i loro volti si perderanno e le loro tracce pure, mi piace che la sosta sia dignitosa. Ce ne andiamo sapendo di poter tornare, ancora una volta senza preavviso e senza che nessuno ci allontani. La sensazione, certo, è che il centro, pur se aperto, resti un luogo chiuso. Tuttavia una piccola, spartana, linda oasi per chi non ha più una casa in cui fare rientro. Il posto giusto per riprendere fiato prima di ricominciare il cammino. Mentre saliamo in macchina, mi sforzo di capire chi teme contagi, imbrogli, crolli nel settore turistico. E, però, non ci  riesco. Sono adulti, con tanto di figlioletti magari della stessa età di chi né guardano né accettano. Fra ciechi e visibilissimi invisibili, pertanto, continuo a scegliere i secondi.

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L’amore al tempo dei latini: piccolo contributo al tema

di Giovanna Canigiula

In un mondo in cui l’uomo è anzitutto un civis, l’amore fa capolino tardi nella letteratura latina. E’ la fine della Repubblica, c’è un intero sistema di valori che traballa e si avvia al tramonto, un Cicerone ormai fuori tempo si affanna a cercar soluzioni per salvare il salvabile, ma la crisi è alle porte tanto che, proprio lui, compie lo sforzo di importare la filosofia dalla Grecia, cercando parole che il pratico vocabolario latino non ha. L’uomo si interroga non solo sul tipo ideale di stato e sul suo ruolo nella società ma anche sul senso della vita. Domina, dunque, l’incerto sulla consueta gravitas romana ed è in questo contesto che si inquadra la poesia di Catullo, il poeta delle nugae, delle bagattelle, delle inezie. Il primo poeta che fa girare il suo mondo attorno a una donna, alla quale dedica un intero canzoniere.

Le epigrafi funerarie ci raccontano di donne virtuose, caste, pudiche. L’unica traccia dell’amore è nella commedia ed è amore per una meretrice, sposata in virtù del fatto che un colpo di scena finale ne rivela le origini di donna libera ed aristocratica. Catullo ha due modelli alle spalle, legati alla poesia erotica ellenistica: Callimaco, che canta l’amor leggero e Meleagro, che per amore soffre. Sceglie il secondo e, con lui, una donna con non pochi problemi: Lesbia appartiene all’alta società, è sposata, è vedova in un periodo in cui la vedovanza obbliga ad essere univira, donna sola che vive nel ricordo del marito perso. E’ un amore fuori dalle regole, dunque, in cui a dirigere il gioco è lei, ladomina, mentre l’uomo è travolto dalla passione, è vittima e si tormenta. Il compendio è in un distico, quei due versi del carme 85 che rivelano la doppia natura dell’amore e denunciano l’incapacità di comprenderne la ragione. E’ così, dice Catullo, e non posso farci niente, salvo tormentarmi: Odi et amoQuare id faciam, fortasse requiris./ Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

L’amore è forza che sfida le convenzioni, le chiacchiere, le invidie (c. 5): “Viviamo, mia Lesbia, e amiamo,/ e le chiacchiere dei vecchi troppo seri/ stimiamole tutte un solo asse!/ Il sole può cadere e ritornare,/ ma noi, una volta che la nostra breve luce sarà caduta,/ dovremo dormire una notte eterna./ Dammi mille baci ed altri cento,/ ed altri mille e, dopo, ancora cento./ Quando saranno migliaia/ confonderemo il conto, per non sapere/ o per evitare il malocchio di un invisioso/ quando saprà che sono tanti i baci”.

L’amore è con-divisione: all’amata  muore il passerotto, compagno di giochi, e il poeta invita tutti a piangere, Veneri e Amori e uomini delicati. Così nel c. 3: Lugete, o Veneres Cupidinesque,/ et quantum est hominum venustiorum:/ passer mortuus est meae puellae,/ passer, deliciae meae puellae,/ quem plus illa oculis suis amabat. Lei l’amava più dei suoi stessi occhi e ora lui se ne va per una strada oscura (iter tenebricosum) dalla quale dicono che non si torna indietro. Unde negant redire quemquam. “Maledette, malvagie/ tenebre dell’Ade che divorate tutte/ le bellezze, ed un passero bellissimo me l’avete tolto”.

L’amore è gioia ma, come tutte le gioie, fa tremare (c. 70): “La mia donna dice che non vuol stare con nessun altro,/ neanche se la chiedesse Giove in persona./ Così dice, ma quello che dice una donna a un amante appassionato, / va scritto sul vento e sull’acqua che fugge”. Premonizione? Stereotipo? Paura? In fondo, l’univira ha rotto per lui il patto d’amore con le ceneri del marito. Potrebbe romperlo ancora.

Ma, quando si ama, si spera (c. 109): “Mi prometti, mia vita, che questo/ amore sarà felice e sarà per sempre./ Grandi dei, fate che possa promettere il vero,/ che lo dica sinceramente e di tutto cuore:/ così potremo per tutta quanta la nostra/ vita serbare questo sacro patto di affetti”.

L’amore è gelosia e la greca Saffo presta le parole. Simile a un dio pare il rivale che, seduto di fronte all’amata, la guarda e l’ascolta mentre dolcemente sorride intanto che al poeta la lingua si intorpidisce, un sottile fuoco gli scorre nelle membra, le orecchie ronzano, gli occhi si coprono di una duplice notte. E’ l’inferno del c. 51: Ille mi par esse deo videtur, / ille, si fas est, superare divos,/ qui sedens adevrsus identitem te/ spectat et audit/ dulce ridentem […] lingua sed torpet, tenuis sub artus/  flamma demanat, sonitu suopte […]

Come tutti i maschietti dalla notte dei tempi, Catullo è il classico stupidotto che, più avverte la minaccia del tradimento, più scopre incostante e infedele la donna che ama, più si lega a lei. Altro che le castae puellae! Nel c. 72 rinfaccia e si prova a far distinzioni: “Tu dicevi un tempo di conoscere solo Catullo,/ e che non mi avresti cambiato neppure con Giove./ Ti ho amata allora non come si ama un’amante,/ ma come un padre ama i figli e i generi”. Nunc te cognovi. “Ora ti ho conosciuta, e anche se ardo più forte,/ tuttavia per me vali molto meno”. Ahi, ahi, ahi. Qui potis est, inquis? Come è possibile, chiedi? Quod amantem iniuria talis/ cogit amare magis,/ sed bene velle minus. “Perché una tale offesa costringe chi ama ad amare di più,/ ma a voler bene di meno”.

E’ affranto Catullo (c. 58 a): “Celio, la mia Lesbia,/ quella Lesbia che Catullo ha amato/ più di se stesso e di tutti i suoi,/ adesso nei trivi e negli angiporti/ scappella i nipoti del magnanimo Remo”.

Inveisce (c. 60): “Forse una leonessa sui monti dell’Africa,/ o Scilla che abbaia dal fondo dell’inguine,/ ti ha generato con un cuore così duro e inumano,/ al punto che nel tuo cuore feroce disprezzi/ la voce di chi ti chiama nel momento supremo?”

Cede e siamo sempre là (c. 75): “A tal punto è arrivato il mio cuore, Lesbia, per colpa tua,/ e si è perduto nella devozione, che non mi è possibile più volerti bene,/ diventassi tu anche la migliore fra tutte le donne,/ né smetterei di amarti, anche se tu facessi di tutto”.

E’ fedele, l’amore è un patto tra due, lui non lo ha infranto. Ma è magra consolazione (c. 87): Nulla potest mulier tantum se dicere amatam/ vere, quantum a me Lesbia amata mea est./ Nulla fide sullo fuit unquam foedere tanta,/ quanta in amore tuo ex parte reperta mea est. “Nessuna donna può dire di essere stata amata tanto/ e sinceramente quanto la mia Lesbia è stata amata da me./ Nessun patto è stato osservato con tanta costanza/ quanta ce n’è stata nel nostro amore da parte mia”.

L’amore è malattia, Lucrezio mette in guardia, Catullo si dispera. Non ha mai mancato alla propria parola, sa di essere pio, non  ha ingannato nessun uomo (c. 76): “[…]Tutto/, affidato a un cuore ingrato, è andato perso. Ma tu,/ perché continui a torturarti? Perché non rafforzi/ il tuo animo e non ti stacchi e non cessi di essere/ infelice contro il volere divino? E’ difficile, /tutto d’un tratto, deporre un lungo amore;/ è difficile sì, ma devi farlo lo stesso[…]”. Se questa è la via della salvezza, gli dei lo debbono aiutare e glielo debbono perché ha vissuto una vita pura. L’amore è peste, è rovina, è un cancro che divora il corpo. Ha scacciato ogni gioia dal cuore. Il poeta non chiede più che Lesbia ricambi il suo amore o gli sia fedele, è impossibile dice, vuole solo guarire.

Quando si soffre, si chiede aiuto (c. 38): Malest, Cornifici, tuo Catullo. “Il tuo Catullo, Cornificio,  sta male;/ sta male e soffre/ ogni giorno e ogni ora di più./ E tu per consolarlo (la cosa più piccola e facile),/ quale parola hai trovato? Sono furioso/ con te: così tratti il mio amore?/ Dimmi una parola, quella che vuoi,/ più triste del pianto di Simonide”.

E arriva il divortium. Amarissimo (c. 8): Miser Catulle, desinas ineptire,/ et quod vides perisse perditum ducas./ Fulsere quondam candidi tibi soles,/ cum ventitabas quo puella ducebat/ amata nobis quantum amabitur nulla[…].

“Infelice Catullo, smetti di impazzire,/ e quello che vedi perduto, convinciti che è perduto./ Un tempo rifulsero per te splendidi soli/ quando andavi dove lei ti portava, la donna/  amata da me quanto nessuna mai sarà amata./ Là si facevano tutti quei giochi, che tu volevi/ e lei non diceva no. Veramente/ un tempo rifulsero per te splendidi soli./ Ora lei dice di no, e tu devi fare altrettanto, non devi/ anche se sei disperato, non devi inseguirla se fugge,/ vivere infelice, ma sopportare con fermezza e tener duro./ Addio, ragazza. Ormai Catullo è capace/ di tener duro, non ti cercherà, non ti pregherà se non vuoi./  ma a te dispiacerà che lui non ti cerchi./ Sciagurata, che vita ti aspetta?/ Chi ti frequenterà? A chi sembrerai bella?/ Chi amerai e di chi diranno che sei?/ Chi bacerai? A chi morderai le labbra?/ Ma tu Catullo, sii fermo, e tieni duro”.

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Non vi credo

di Giovanna Canigiula

Il 20 ottobre scorso, su decisione del Ministero degli Interni, sono stati trasferiti dal CPA di Crotone in un villaggio di Cropani Marina, comune a vocazione turistica del catanzarese, circa 210 richiedenti asilo. Comune, operatori economici  e società civile protestano, con tanto di consiglio comunale straordinario, richiesta di incontro col Prefetto e raccolta di firme contro: gli ospiti, in quanto indesiderati, se ne debbono andare alla svelta e questa è la sostanza.

A sentire la versione ufficiale non si tratterebbe di razzismo: l’ente non è tra quelli che hanno aderito al progetto di protezione e integrazione socio- lavorativa che riceverebbe finanziamenti sulla base della Delibera Regionale n. 669 dell’8/10/2007; non c’è trasparenza nel modo in cui il Ministero degli Interni ha imposto le sue decisioni senza nemmeno consultare l’amministrazione locale; minore trasparenza si ravvisa nella convenzione stipulata col residence ospitante, che porterebbe (dati ipotetici) nelle casse del medesimo qualcosa come 55 euro al giorno per ospite e che starebbe per beneficiare di una proroga di tre anni rispetto alla data fissata del 31 marzo 2009. E fin qui, nulla da obiettare. Si paventa, inoltre, l’arrivo di nuovi ospiti e in due in un piccolo spazio, dice sempre la versione ufficiale, si sta stretti. Qualcuno, però, blatera pure di case sfitte, quindi di spazi recuperati, dal che si comincia a capire che parliamo di privatissimi soldi.

A sentire i cori non ufficiali, infatti, le cose stanno diversamente. Le proteste –se le mie orecchie funzionano bene e non soffro di allucinazioni- sono di altro tipo: il governo dà tutti questi soldi a degli stranieri che se ne dovrebbero stare a casa loro; chi affitterà mai le case d’estate con tutti questi neri che circolano; eccoli, questi vagabondi scansafatiche, vengono al supermercato e comprano la coca-cola coi nostri soldi. La coca-cola, ha visto, roba da pazzi! Nel supermercato incriminato questi neri- stranieri- rubasoldi io li incontro tutte le volte che ci vado: sono giovani, molti hanno facce da studenti, indossano come tutti i coetanei d’Italia jeans e felpa, sono educatissimi, si muovono in piccolissimi gruppi di due o tre persone per non disturbare l’italica vista e col passo felpato di chi si sente indesiderato in un ambiente che non si nasconde ostile. Hanno facce un po’ tristi e la chiara espressione di chi ha consapevolezza d’essere finito nel posto più sbagliato del mondo. Colpisce poi il fatto che siano silenziosi o che parlino a voce bassissima: l’impressione è che vogliano rendersi invisibili. Sono, invece, chiaro oggetto di osservazione, anche perché nessuno ha spiegato loro che la condizione impone al massimo di bere acqua, possibilmente quella erogata dalle nostre civilissimi tubature calabresi e che puzza di fogna. Qualcuno (le ragazze soprattutto) regge il tuo sguardo mentre i più abbassano gli occhi, intanto che fanno circolare, in un supermercato italiano, i maledettissimi soldi che ci hanno rubato. Vengono distrigati subito, quasi a volersi liberare di una presenza ingombrante. Che genere di contagio, mi domando, ci potrà mai colpire? Oltretutto, proprio di fronte alle casse, vigilano le facce indifferenti dei comitati cittadini con i loro banchetti: siamo certi che siamo proprio noi a dover avere paura?

La verità, allora, è un’altra: siamo razzisti e di un razzismo peggiore di quello del nord, perché lo vogliamo celare, manipolare, piegare con le parole. Siamo razzisti talmente tanto che neppure ci accorgiamo di quanto siano giovani i nostri neri nemici e neppure ci preme di sapere da quale guerra provengano, quale casa sconvolta abbiano lasciato, quali studi abbiano interrotto, quale sia stata la loro traversata, quanto grande sia la loro disperazione. Siamo talmente ottusi  e ciechi da non saper vedere e riconoscere volti puliti, sentire e riconoscere suoni educati, toccare e riconoscere la tragedia delle loro vite sconvolte. Sono tanto giovani da avere lasciato mamma e papà da qualche parte (si spera) e da sentirsi sicuramente soli, loro sì, in terra straniera. Che si diranno, che penseranno, quale futuro sogneranno? Io li guardo e mi dico che  forse è meglio se vanno via da un comune del sud che teme pericolose cadute turistiche non per le acque luride del suo mare e per i servizi  dai costi sproporzionati che offre ma solo per la loro presenza. Un comune che guarda con malcelata invidia alla speculazione di pochi a danno della propria e che, evidentemente, si ostina a considerare i suoi migranti razza bianca  e quindi migliore e sì che ne circolano, dalle nostre parti, di “moretti”: scuri bianchi doc che raccolgono firme contro gli spuri scuri neri.  La guerra è guerra. Se è guerra fra razze, poi, c’è poco da fare. E di questo si tratta, visto che nessuno dei non razzisti del posto si sogna di rivolgere la parola ad uno solo di questi ragazzi. Figuriamoci se  si sognano di chiedere scusa o fare un sorriso, come dovrebbe essere se davvero la protesta fosse di altra natura.

Perciò, non vi credo cari limitrofi corregionali, non vi credo affatto e spero –visti i tempi- che vi sbarrino le porte una volta per tutte se andate a cercare ventura al nord o anche solo a fare circolare i vostri puliti soldi di turisti meridionali, perché le grosse macchine su cui oggi salite, lassù, dove quasi nessuno vi ama, sanno di ‘ndrangheta e malaffare. Anche quando non è così.

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Passeggiando sui rifiuti

di Giovanna Canigiula

La vicenda è nota. Nel crotonese 70 mila m³ di materiale altamente tossico e radioattivo, pari a 350 mila tonnellate, miscelato con polveri provenienti dall’Ilva di Taranto e impastato col cemento, sono stati impiegati, come materiale edilizio, per la realizzazione dei cortili di tre scuole, di alloggi popolari, villette, centri commerciali, strade e perfino di una banchina portuale. Le indagini, avviate nove anni fa, hanno portato all’iscrizione nel registro degli indagati, con l’accusa di associazione a delinquere, di sette persone: il legale rappresentante pro tempore della Pertusola Sud, quelli di tre imprese edilizie (due di Crotone e una di Parma), tre funzionari dell’ex Presidio multizonale di prevenzione dell’ex Azienda sanitaria di Catanzaro.

Gli scarti industriali tossici erano prodotti dalla Pertusola Sud, stabilimento dell’Eni nato negli anni Venti su iniziativa della compagnia tedesca Rotschild e addetto alla produzione di zinco, di cui riusciva a coprire quasi la metà del fabbisogno nazionale. La Pertusola, insieme alla Montedison, è stato l’unico vero polo industriale della Calabria. Chiuso nel 1994, dopo una crisi del settore che si trascinava da circa tre anni, aveva lasciato sul lastrico i 700 operai che vi lavoravano. Nel 1998 era scoppiato il primo scandalo che aveva portato, l’anno successivo, all’arresto dell’allora assessore regionale all’ambiente e all’apertura di un’inchiesta: la Guardia di Finanza di Trebisacce, comune del cosentino, aveva infatti sequestrato una discarica abusiva di 15 mila tonnellate di rifiuti in un terreno agricolo di Cassano Jonio. Si era così scoperto che la Pertusola, per aggirare i costi dello smaltimento, trovandosi l’unico impianto preposto in Sardegna, ne aveva affidato la gestione all’ATMC SUD, azienda che lavorava in subappalto per la IMI Chimica di Milano e per la Eco Italia di Roma. L’AMTC era riuscita ad ottenere da un funzionario regionale una deroga amministrativa alla legge e, dotatasi di uno schiacciasassi e di una pala meccanica, aveva impastato i materiali radioattivi con cemento seppellendoli, oltre che nel cosentino, in altre aree sulle quali ci si apprestava ad indagare. Secondo gli inquirenti del NISA, nucleo che indaga su sanità e ambiente, esistevano due videocassette che filmavano il modo in cui gli operai delle imprese Crotonscavi eCiampà mescolavano i rifiuti tossici che poi seppellivano nei cantieri, ma una è risultata introvabile e l’altra è giunta in Procura cancellata. Non solo: parte dei rifiuti finiva in mare, probabilmente nella riserva protetta di fronte a Crotone. La conferma è venuta da un ex caporeparto della Pertusola: ordine di servizio della fabbrica era proprio di scaricare  a mare, ogni due o tre giorni, i prodotti eccedenti.

Da anni Legambiente lanciava appelli, rimasti inascoltati, sulla presenza di depositi di rifiuti tossici e nucleari nel territorio calabrese e sulla presenza di navi affondate nei mari limitrofi, sollecitando l’intervento dei responsabili regionali perché venisse attuato un sistema di controllo e monitoraggio, allo scopo di verificare anche le incidenze sulla salute. A Reggio Calabria l’esecuzione delle indagini era stata affidata, dalla Procura della Repubblica, a un’impresa con interessi nel campo che, guarda caso, non aveva trovato nessuna delle navi accuratamente indicate sulla carta. Nel “bidone Calabria”, secondo una definizione di Legambiente, mancano discariche controllate e a norma di legge, i rifiuti vengono collocati alla bell’e meglio sfruttando norme temporanee ed eccezionali, sono pochi e mal funzionano i depuratori, nessuno interviene a frenare lo scarico abusivo nei mari, i fiumi sono fossi di scolo di acque luride. Eppure, la Regione “non è riuscita a realizzare un piano sanitario né un piano di controllo del territorio né  un piano per la realizzazione di discariche e l’individuazione delle zone in cui collocarle né un piano per il controllo degli scarichi fognanti e dei depuratori”. DalRapporto Ecomafia 2008 la Calabria risulta essere la quarta regione in Italia per gli illeciti ambientali, legati a doppio filo con le attività criminali di stampo mafioso, ma non si ipotizza al momento, nel caso di Crotone, alcun collegamento con la ‘ndrangheta, sebbene l’impresa Ciampà sia stata oggetto di indagine in tal senso negli ultimi anni e il suo rappresentante legale sia un sorvegliato speciale.

Il mondo politico stupisce. Ieri il Governatore della Calabria, A. Loiero, dai microfoni di Uno mattinaha indicato l’Eni e lo Stato  quali responsabili del disastro: il primo perché, quando ha chiuso negli anni Novanta, ha lasciato  in eredità disoccupati e veleni, ma non ha realizzato la bonifica di un’area che era stata riconosciuta sito nazionale da disinquinare; il secondo perché ha nominato dieci anni fa, senza ottenere nulla di fatto e senza chiederne conto, un Commissario per l’emergenza ambientale.  Loiero ha dichiarato di avere subito stornato 15 milioni di euro dai fondi Por, destinandoli al lavoro di indagine di una task force di ricercatori nominata dalla Regione Calabria e composta dall’ Unical, dal Politecnico delle Marche, dalle Università di Cagliari, Napoli e Siena, dallo Iamc- Cnr e dalla Stazione zoologica di Napoli. Primi campi di indagine: terreno, aria, alimenti. Quindi, costa e mare. La Regione Calabria, ha aggiunto Loiero, si costituirà in giudizio come parte civile.

Pari sgomento a Crotone, dove ieri si è tenuta una  lunga e affollata seduta del Consiglio comunale. Ho chiesto ragguagli, oggi, a uno dei consiglieri di maggioranza, il prof. F. Pesce,  che mi ha rilasciato una lunga dichiarazione: “I cittadini hanno diritto alla verità e devono essere continuamente informati sulle soluzioni che si prospettano e sulle fasi di attuazione. Abbiamo istituito un’apposita Commissione che lavorerà a stretto contatto con i comitati cittadini per monitorare assieme la difficile soluzione. Ciò che bisogna condannare è il silenzio di quella classe dirigente che, in passato, sapeva, avrebbe potuto fare e non ha fatto e la cui assenza ha, in un certo qual modo, determinato l’indifferenza della collettività che si è allontanata dalla politica”. Secondo Pesce “la politica ha una funzione vitale per una città come Crotone e il vero politico è colui che cerca di prevenire, con interventi significativi, i problemi di qualsivoglia natura, senza aspettare che gli stessi possano incancrenirsi per poi divenire irrisolvibili. Il consenso dell’elettorato va rispettato, stima e fiducia vanno contraccambiate: si rende, dunque, necessaria una svolta che consenta un diverso percorso in grado di recuperare alla politica la piena fiducia della collettività”. Alla domanda su come la sua amministrazione intenda procedere, Pesce ha risposto che “innanzitutto essa si costituirà parte civile nel procedimento in corso” e ha aggiunto che “tocca all’Eni risanare la situazione come ha fatto altrove, ma è necessario che gli enti locali possano controllare i lavori sia in fase di progettazione che di realizzazione. Per intanto si hanno i primi risultati dei controlli effettuati sull’aria e sull’acqua potabile nelle aree interessate e sono negativi. Anche le due centraline messe nelle scuole interessate, per verificare l’aria, hanno dato esito negativo”. A quanti protestano per l’assenza di un piano territoriale, il consigliere risponde che esso “non può essere approntato finché le indagini della magistratura non saranno concluse. Al vaglio è, comunque, anche l’istituzione di altre commissioni che affrontino problemi vitali per Crotone come l’aeroporto, la stazione, l’università, perché turismo, cultura e lavoro sono la via che consente di dare a questa città ciò che realmente merita, anche in virtù dei suoi trascorsi”. Pesce si è da ultimo soffermato sul diritto al lavoro e alla salute, ricordando il padre che, per 25 anni, ha lavorato nel polo industriale di Crotone dove molti, respirando i vapori, si sono ammalati di cancro o, nel migliore dei casi, hanno perso i denti: “Non si può essere indifferenti alla morte. Anche se i siti inquinati e causa di inquinamento hanno offerto lavoro a migliaia di cittadini, non va dimenticato che lo stesso lavoro è stata causa di mali incurabili. Il lavoro è un diritto, ma la vita è un bene incommensurabile”.

Difficile dire a quali risultati definitivi porterà l’indagine in corso. Altrettanto difficile è capire in che modo, in un terra dalle forti connivenze tra politica, imprenditoria e criminalità organizzata, si potrà affrontare il problema rifiuti. Occorre, però, che maturi una maggiore coscienza dei singoli e della collettività, riunita magari in comitati, come sta accadendo a Crotone. Ma non a disastro avvenuto. Mi sovviene la proposta radicale dell’anagrafe pubblica degli eletti: brutta parola ma utile, forse e non solo, in terre sinistrate, dove di rado ci si prende la briga di seguire un consiglio comunale o chiedere di poter  prendere in visione le delibere di giunta. Piccoli passi, piccolissimi, per un controllo diretto di ciò che si decide intorno a noi.

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Leggere chi?

di Giovanna Canigiula

Discutevo quest’oggi con un amico radicale del Decreto Tremonti a proposito dei tagli al finanziamento all’editoria e all’erogazione dei fondi sulla base dell’andamento dei conti dello stato. Il mio amico radicale si diceva d’accordo a sparare nel mucchio e l’assunto del suo pensiero pressappoco è: perché mai dovrei quotidianamente finanziare un’informazione di partito, quindi a priori viziata, per un totale di 700 milioni di euro all’anno? Se fondi pubblici debbono essere erogati, ebbene anche l’informazione deve essere pubblica e non di parte. Esempio di informazione pubblica? Radio radicale, che ospita voci ed opinioni di tutti.

Il merito di Radio radicale è indiscutibile: chi di noi non ha mai seguito un dibattito, un congresso di partito, una conferenza, un’intervista? Chi non ha consultato il suo archivio? Ma questo  nobile e indiscutibile esempio, a mio parere, allontana dal tema. Distoglie. Per cui occorre cercare di districarsi fra leggi e leggine e codicilli e intenti dei legislatori che si sono susseguiti in oltre trent’anni. Nel 1981 passò la prima proposta di legge che concedeva l’aiuto dello Stato ai giornali di partito non in grado di sostenersi da soli per ovvie ragioni di mercato. Si può non essere d’accordo ma, comunque, era passata l’idea che, in democrazia, bisogna salvaguardare il pluralismo. Cinque anni dopo il pasticcio: bastava che due deputati, anche di opposti schieramenti, dicessero che la tal testata  era organo di un movimento politico per attingere a piene mani ai finanziamenti. Insomma: fatta la legge, trovato l’inganno. Quindi, nel 2001, il legislatore ha imposto ai giornali d’esser cooperative, di fatto ammettendo al contributo praticamente tutti, comprese le testate possedute a maggioranza da cooperative, le fondazioni e gli enti morali non aventi scopo di lucro.  Come il potentissimo Avvenire.

Da qui, è ovvio, furti e stravaganze che hanno portato –bellissima l’inchiesta di Report del 2006- alla nascita di fantomatici fogli a tiratura limitata, nessuna presenza in edicola, vendita pari a zero o, comunque, sottocosto quando non nella forma del volantinaggio, giacché le testate nazionali sono obbligate a vendere il 25% delle copie prodotte e quelle locali almeno il 40%. Hanno in questo modo visto la luce anche il Foglio, organo del movimento Convenzione per la giustiziaLibero, organo del Movimento Monarchico Italiano. Per non parlare dello strano giro dei soldi incassati, come quelli che il Giornale d’Italia ha devoluto alla Lega nord. Ai contributi diretti si sono poi sommati quelli indiretti, sotto forma di rimborsi per le spese postali, elettriche, telefoniche e per l’acquisto della carta. Contributi ai quali chiunque ha potuto attingere, indipendentemente dai bilanci e dagli assetti societari e il 70% dei quali è finito –e come mai?-  nelle tasche dei grandi gruppi.

La domanda è: quanti sprechi si sarebbero potuti evitare se, semplicemente, lo stato si fosse limitato a finanziare i giornali di partito, magari ponendo paletti, come l’obbligo di vendere un determinato numero di copie? Perch appoggiare una politica di tagli indiscriminati sapendo di tagliare le gambe non certo ai grandi editori, quelli che rispondono alle leggi di mercato? Perché, per fare un esempio, deve chiudere il Manifesto, cooperativa (vera) che dal 1971 cammina a fatica, voce libera sia pure nella galassia delle sinistre?

Ritorno al mio amico radicale e alle sue osservazioni con una domanda: che vuol dire finanziamento pubblico solo alla pubblica informazione? Bastano, secondo questa direttrice di pensiero, una radio, una rete televisiva, una testata. Ora, abbiamo un premier che legifera pro domo sua, che controlla quasi tutto il mondo dell’informazione, che guarda caso vuol nominare il Presidente della Commissione di Vigilanza Rai e, anziché pensare che servirebbe correggere le storture legislative –leggi restrizione dei finanziamenti a pioggia a testate di partiti e movimenti finti o di enti che non ne avrebbero diritto/ bisogno-  pensiamo di tappare la bocca al pensiero plurale? Mi pare, questa, la via più agevole da praticare, ma nei paesi con governi autoritari.

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Soffia il vento, infuria la bufera

di Giovanna Canigiula

Rifondazione comunista è cenere al vento, la Sinistra arcobaleno è morta sul nascere, il futuro sa solo di resa dei conti e io non so come perdonarli. Alle ultime elezioni non volevo proprio votare. L’accumulo di retorica, i comunismi, gli anticapitalismi, gli operaismi, i compagnismi, mi avevano sfinito. Tutto troppo lontano. Non giudico l’esperienza di governo. Comprendo l’affanno di sentirsi imbottigliati tra la responsabilità di una precedente caduta e l’incapacità di mantenere, da alleati fedeli ed evidentemente subordinati, programma e identità certi. Comprendo la pena di conservare un elettorato sbiadito tra incoerenti voti di fiducia e rocambolesche chiamate in piazze sempre più deserte. Comprendo anche la malriuscita alchimia di una spaventata e improbabile Sinistra arcobaleno. Ma turarsi il naso e votare contro –Berlusconi, le destre e bla e bla e bla – è stato l’unico invito pressante in oltre dieci anni. Nauseante, in una terra come la Calabria. Finto, sprezzante, inutile. Di questo passo, è stato facile arrivare alla domanda che non consente troppi ritorni: ma da quale extramondo arrivano indicazioni di voto in favore di gente non degna di rispetto? Ma come si permettono? Lontani, lontanissimi i dirigenti del Prc se hanno pensato che sigle ormai prive di significato potessero alla lunga reggere: quale centrosinistra contro quale centrodestra nel profondo sud?
Il caso De Magistris è stato lacerante. Il silenzio della sinistra assordante. L’incapacità di scendere in campo fuori dagli orpelli della parola indicativo di come stessero effettivamente le cose. Ma un gesto uno, per noi, pidocchiosi extracomunitari in terra di mafie elette a sistema e difese dal sistema? Ognuno ha quello che conquista e quello che merita, è vero, e noi meritiamo il peggio che votiamo: dietro ricatto, dietro invito, dietro logiche devastanti. Ma se a chiederci continuamente di votare per il meno peggio, che sappiamo invece essere peggio nella norma, è chi non dovrebbe, che pensare alla lunga? Ya basta. Il re resta nudo. Con la sua lotta di classe da operetta ottocentesca. Con il suo operaio – della – fabbrica – dei – padroni da burla carnascialesca. Fin troppo ovvia la risposta a lungo evitata: non gliene è mai importato un fico secco ai dirigenti del Prc di chi sale in Calabria, di cos’è la Calabria, di com’è vivere in Calabria. Bastano le sigle. Non gliene importa niente di chi li vota. Bastano le parole. E io, ormai, volevo un rispettoso silenzio. Alla fine, però, un ritorno me lo sono concesso. E pieno di rabbia. Mi guardavo intorno e vedevo persone che, senza darsi la briga di leggere e confrontare programmi, si lasciavano tentare dalla solita manfrina: il voto utile. Utile a chi? A noi? No davvero. Ne abbiamo fatti di passi indietro se continuiamo a valere così poco, la richiesta appena di un voto contro, un voto utile, un voto a chicchessia. Un voto condizionato da poteri altri rispetto alla politica seria. Un voto ambiguo: al Pd che corre “coraggiosamente” da solo, passando però per l’Italia dei Valori e i furbissimi radicali che, purtroppo non nuovi a scelte di mero opportunismo, saltano sul carrozzone del più forte per sopravvivere, facendo ogni volta passare in secondo piano anni di splendide battaglie. Così, ho scelto, stanchissima, il voto inutile e mi son detta: in fondo, al Senato stavolta è candidato Forgione, persona perbene; in fondo, prenderanno comunque una batosta, quella che meritano. Non immaginavo, però, la portata della batosta. E confesso che un po’ di disorientamento c’è stato. L’ira è scemata e ho con affanno pensato: bisogna fare quadrato. Farglielo sapere che sono anni che sbagliano tutto, che non hanno capito niente, che non sanno parlare agli uomini e alle donne che citano, che non sanno davvero rappresentare gli uomini e le donne che citano, che non sanno per chi chiedono di votare quando concludono faticose alleanze, che neppure sanno chi li vota. Ma bisogna fare quadrato. Coprirgli amorevolmente le spalle con una coperta di lana ora che sono nel freddo buio della tempesta. Abbracciarli. Dirglielo che, seppure malconci per loro colpa, ci siamo. Ci ritroveranno. Chiediamo solo che si lascino amare. Chiediamo una casa e che sia aperta, moderna, democratica. Una casa di sinistra, colorata, ospitale, plurale, sincera. Che sappia rispettare e coniugare le diversità oltre che battersi a parole per l’indistinto diverso. Che sia generosa ma capace di mettere al bando non chi non si allinea alla voce unica ma chi trama e fa il proprio comodo. Chiediamo di poterli domani votare con gioia.
Un piccolo popolo senza patria da troppo tempo, insomma, perdona, si fa figlio e padre, è pronto a rimettersi in marcia e loro? Si scannano. Invocano la falce e il martello. Si accusano. Si arroccano. Riaprono i giri di valzer ma solo per tentare personali e pericolose scalate. Riesumano linguaggi e metodi ammuffiti pensando che da lì l’araba fenice possa risorgere. Si contano e lasciano, del tutto incuranti, feriti e morti sul campo. Mozione uno, due, tre, quattro, cinque. Gettano la coperta che, timidi, offriamo, ciechi e sordi fra i rumori della tempesta. Scelgono la tempesta. Noi, tramortiti, li subiamo. Ma è davvero l’ultima volta che aspetto l’alba con loro.

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Non bene… Di.Co. : il lungo travaglio delle coppie di fatto

di Giovanna Canigiula

In origine erano i Pacs, patti civili di solidarietà. Il fronte congiunto di Vaticano e cattoparlamentari di entrambi gli schieramenti li ha trasformati in Di.co., sigla che traduce l’impegno a riconoscere i diritti delle coppie di fatto, obbligando le ministre Bindi e Pollastrini a virtuosismi che hanno finito con lo scontentare un po’ tutti. Il disegno di legge, infatti, è frutto di un compromesso tra le due anime del Paese, quella laica e quella cattolica, caldeggiato anche da Napolitano dopo le sortite delle alte gerarchie ecclesiastiche. Il presidente si è richiamato all’art. 7 della Costituzione, che vuole Stato e Chiesa “indipendenti e sovrani” ciascuno nel “proprio ordine” e con rapporti regolati dai Patti Lateranensi, sperando in una sintesi che tenesse conto delle diverse posizioni ed evitasse la rigida contrapposizione. Molti rappresentanti del governo si dicono soddisfatti del buon esito del testo, pur riconoscendogli dei limiti dovuti proprio alla necessità di coniugare le indicazioni del programma dell’Unione e la sensibilità cattolica. Critici, invece, ampi settori della sinistra e le associazioni Arcigay e Arcilesbica, che denunciano un atteggiamento ancora una volta discriminatorio, soprattutto nei confronti degli omosessuali. In Europa i Pacs non sono una novità: in diversi paesi le unioni civili tra conviventi dello stesso sesso o di sesso diverso sono riconosciute in varie forme; in Belgio, Olanda e Spagna sono ammessi i matrimoni tra coppie omosessuali. Il terremoto italiano è stato provocato dalla massiccia discesa in campo della Chiesa, che invoca la salvezza e la salvaguardia della famiglia tradizionale, cellula prima di una società fondata, secondo l’antropologia cristiana, sul matrimonio contratto tra due esseri diversi, un maschio e una femmina, con capacità riproduttiva. Sulla base di tale visione, il riconoscimento di altre forme di convivenza -in tempi in cui divorzi, unioni libere, adulteri sono tollerati- finirebbe col turbare ulteriormente un equilibrio culturale di antica tradizione, negando l’assunto simbolico dell’istituto matrimoniale, compromettendo la trasmissione di valori secolari alle nuove generazioni e ingenerando confusione nei giovani. La violenza dell’aggressione ha non solo lasciato perplessi i laici ma ha messo in imbarazzo anche parte del mondo cattolico. Mons. Nicolini, ex direttore della Caritas di Bologna, ha dichiarato che riconoscere i diritti di tutti i cittadini e regolare ogni forma di unione stabile sia un dovere per uno stato laico e pluralista. Definendo “cristiani pigri” gli esponenti politici della Margherita che pongono paletti, ha invitato a non essere accecati dall’ideologia perché il rischio è quello di concepire uno Stato Etico che nulla ha a che vedere con la laicità delle istituzioni e neppure col messaggio cristiano della solidarietà al cittadino svantaggiato, sia esso l’anziano che convive per sfuggire alla solitudine o l’omosessuale che abbia una solida relazione affettiva. L’esito di un sondaggio effettuato nelle scorse settimane, del resto, denota la propensione degli italiani, cattolici inclusi, a riconoscere alle coppie non sposate tutti o parte dei diritti riservati a quelle sposate. Minore indulgenza si registra nei confronti degli omosessuali: metà degli intervistati è favorevole alla concessione di qualche diritto ma i più ritengono poco opportuno il riconoscimento legale di un’unione gay. I quattordici punti in cui si articola il ddl Bindi- Pollastrini hanno davvero qualche limite, a partire dal fatto che diritti e doveri non sono riconosciuti alla coppia in quanto autonoma forma di relazione ma ai singoli individui. Nodo cruciale non risolto resta la pensione di reversibilità, la cui discussione è rimandata a quando verrà effettuata la riforma del sistema previdenziale, osteggiata perché comporterebbe un aggravio della spesa, calcolato in 80 miliardi di euro in venti anni sulla cifra di 550.000 coppie di fatto già esistenti. Ai conviventi si riconoscono diritti importanti come l’assistenza per malattia, la possibilità di decidere in materia di salute e in caso di morte, di concorrere all’assegnazione delle case popolari, di usufruire di agevolazioni nel lavoro, di subentrare negli affitti, di ereditare, di godere degli alimenti in caso di separazione. Le clausole, però, sono grottesche: si possono ottenere trasferimenti e sedi agevolate solo se si convive da almeno tre anni; lo stesso numero minimo di anni condiziona l’obbligo agli alimenti e comunque “per un periodo determinato in proporzione alla durata della convivenza”; nove anni occorrono per garantirsi il diritto alla successione ma sempre tenendo conto, in assenza di figli o di fratelli, dei parenti fino al terzo grado. Si notano, insomma, ambiguità e forzature che inevitabilmente rimandano ai diktat che la Chiesa ha lanciato ai suoi parlamentari. Come a dire: c’è un popolo di Dio che si sposa o convive ma ci sono rappresentanti di Dio in terra che ritengono di doverlo illuminare, che si dicono rispettosi di governo, maggioranza e Parlamento ma in diritto di promuovere note “pastorali” con intenti politici. Nell’attesa che la Cei renda noto il documento al quale lavora, molti intellettuali cattolici stanno firmando una petizione con cui si chiede ai vescovi di fermare la “nota” sui Dico. Intanto, l’iter parlamentare si preannuncia burrascoso. Al Senato le maggiori incertezze. Colombo, Cossiga, Andreotti si sono detti contrari. Volonté parla di una “campagna di imbarbarimento a danno degli esseri umani naturali”, cioè degli eterosessuali e si richiama a Freud, Iung e Adler per i quali l’omosessualità sarebbe una “patologia, una malattia mentale” oggi “di moda”. Prodi si affanna a difendere il provvedimento che non scardina in alcun modo la famiglia ma già Salvi, presidente della Commissione Giustizia del Senato, ritiene necessario un ulteriore compromesso che convinca l’opposizione a votare a favore. La battaglia, quindi, è tutta in divenire. E non è cosa da poco, se si pensa che sul terreno dei diritti civili si gioca la partita dei rapporti tra Stato e Chiesa. O, meglio, la capacità della Chiesa di condizionare le scelte di uno Stato. Con la caduta del Governo, i dodici punti di sutura che lo terranno ancora insieme con il contributo dell’Italia di mezzo di Follini è evidente che ha vinto: lo Stato etico.

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Figli di nessun Dio e neanche dell’uomo

Milioni di animali, ogni anno, maltrattati e uccisi. In aumento le denunce ma la situazione resta grave

di Giovanna Canigiula

Sellia Marina e la Calabria dovrebbero affrontare il fenomeno del randagismo con maggiore serietà e rispetto per i diritti degli animali. Il randagismo è un fenomeno diffuso ed è, sostanzialmente, di due tipi: per nascita o per abbandono. Fra malattie, denutrizione, rischio di finire sotto una macchina, maltrattamenti, avvelenamenti, uccisioni, l’età media degli animali di strada è breve. In genere le amministrazioni decidono di legalizzare l’eliminazione per avvelenamento o stipulano convenzioni con canili, spesso gestiti da persone senza scrupoli e per le quali l’ospite rappresenta un affare: il contributo per ogni cane può variare da 2 a 7 euro al giorno e gli appalti possono raggiungere cifre altissime. Eppure, proprio nei canili, la mortalità sfiora il 60%: le strutture sono fatiscenti, le gabbie anguste e sovraffollate, i recinti hanno semplici coperture di lamiera, le ciotole per il cibo talvolta sono inesistenti. Come i controlli, del resto. A Sellia Marina, negli anni, sono state seguite entrambe le vie: avvelenamento degli indesiderati –fenomeno culturalmente accettato- e convenzione col canile di San Floro, attiva dal 2000, con un costo di due euro al giorno per animale e perciò poco praticata. Il privato che soccorre il randagio abbandonato si sente impotente: dargli da mangiare ma lasciarlo in balia degli eventi che si indovinano funesti o chiedere l’intervento del comune sapendo che, comunque, non si consegna l’animale ad una sorte migliore? La Lav, che si batte per il riconoscimento dei diritti degli animali, denuncia con sconforto la mancanza di collaborazione sia delle Forze dell’Ordine che degli uffici pubblici e degli ambulatori veterinari delle Asl: ognuno, insomma, scarica le competenze ad altri. La legge n. 189/2004 riconosce ormai come delitto ogni forma di maltrattamento, abbandono, combattimento e doping di animali e sostituisce il vecchio artico 727 del codice penale secondo cui da tutelare non era l’animale, considerato oggetto, ma la morale umana lesa dalla visione di forme di maltrattamento. Le denunce, stando ai rapporti della Lav e dell’Enpa, entrambe dotate di un Osservatorio nazionale che confida nel monitoraggio quotidiano ad opera di reti dislocate sul territorio, sono decisamente inferiori al dato reale: nel 2004, ad esempio, 72.812 animali sono stati vittime di reati che hanno dato come esito la morte di 40.810 di essi, ma solo 1.066 sono stati i casi accertati. In base alle stime, dunque, al 95.6% di eventi corrisponde una sola denuncia. Maggiore sensibilità si registra al nord, in particolare in regioni come la Lombardia, l’Emilia e la Toscana. Esiste poi un sommerso insondabile, collegato non solo al fenomeno del randagismo, che interessa cani e gatti, ma anche alla mortalità negli allevamenti o per bracconaggio. Gli animal killer sono attivi in vario modo: uccidono a bastonate, sbattono gli animali contro un muro, utilizzano sassi, coltelli, archi, colla, armi da fuoco, fili metallici, amputano, scuoiano, seviziano, evirano, bruciano. Allargare lo sguardo non è male: ogni anno, in Italia, 900.000 animali, di allevamento o catturati in natura, sono utilizzati nella ricerca di base e applicata, sono cioè vittime della vivisezione; ogni anno 45.000 animali, in Italia, muoiono sfigurati da rossetti, intossicati da profumi, bruciati da creme e saponi; ogni anno, sempre in Italia, 5.000 animali perdono la vita in combattimenti collegati a scommesse clandestine che comportano un giro d’affari di 775 milioni di euro. Gli animali uccisi da settembre a gennaio da 730.000 cacciatori sono 200 milioni; 30 milioni se ne vanno per le nostre belle pellicce, finiti nelle camere a gas, con la corrente elettrica, tramite colpi al muso e alla nuca, con le ossa cervicali fracassate, scuoiati vivi. Per non parlare degli animali da pelliccia allevati, esposti in ristrettissime gabbie d’inverno al gelo perché il pelo si infoltisca, d’estate al sole sotto il quale possono tranquillamente morire per disidratazione. Ancora: decine di milioni di animali compiono lunghi tragitti fino al macello dall’allevamento – dove magari hanno consumato tonnellate di antibiotici per prevenire o curare malattie legate ai metodi innaturali di crescita- su automezzi, per via aerea o per mare e in condizioni disumane: stipati, sottoposti indifferentemente al caldo e al freddo, spaventati, senza cibo né acqua. Ce n’è abbastanza per dire basta. Nel programma elettorale dell’attuale governo Prodi c’è la promessa di un impegno serio contro la vivisezione, per la revisione delle leggi attuali su allevamento, trasporto e macellazione, sulla caccia, per la conservazione delle biodiversità, Vedremo. Macchine per produrre carne, merci, oggetti, modelli sperimentali: l’antropologa G. Conte stigmatizza alla perfezione i due poli che animano l’Occidente: natura e cultura, animalità e umanità, domestico e selvaggio. E ricorda come, per gli Indigeni d’America, c’è stato un tempo mitico in cui uomini e animali appartenevano ad un’unica famiglia, come Adamo ed Eva fossero vegetariani, come solo dopo il diluvio, che li ha visti viaggiare assieme, sia avvenuta la separazione tra le due specie. L’animale è stato intermediario tra uomo e dio, accompagnatore di anime, spirito guida, divinità. Ma è stato ed è vittima sacrificale. Ha dato anche volto al licantropo, quando abbiamo voluto rappresentare il diverso da noi, appunto l’uomo con connotazioni bestiali. Però torniamo, vista la complessità del tema, agli animali d’affezione, quelli che godono -o dovrebbero- di uno statuto privilegiato: ventidue milioni di italiani hanno in casa un cane o un gatto ma non sempre lo considerano un essere senziente tanto che, quando il giocattolo per i piccoli dà fastidio, decidono di sbarazzarsene. E torniamo ai tanti paesi italiani come il nostro: la legge 281 del 14 agosto 1991 recita, al punto 1 dell’art. 4, che i comuni, singoli o associati, debbono provvedere alla costruzione di rifugi per cani avvalendosi dei contributi destinati a tale finalità dalle regioni. Sarebbe opportuno che ogni comune disponesse di un suo canile come di un suo gattile, intanto perché sarebbe più semplice vigilare a che le condizioni di mantenimento siano accettabili, poi perché potrebbe contare sull’aiuto disinteressato di volontari e cercare forme opportune di collaborazione con i veterinari del posto che, al momento, fanno spallucce se sottoponi loro il caso dell’animale di turno abbandonato. Fra i tanti assessorati ai quali si ambisce o fra i tanti uffici in cui si articola la gestione amministrativa, si potrebbero impiegare risorse affinché i diritti di questi meravigliosi sventurati, colpevoli di essere nati in un mondo a dimensione esclusivamente umana, doppiamente colpevoli se femmine con capacità riproduttiva, siano riconosciuti. Attiviamoci, per favore. E, intanto, cominciano dall’educazione, nostra e dei nostri figli: a una simpaticissima bambina, mia vicina di casa, è stato detto che Dio ha creato gli animali perché gli uomini possano mangiare carne e che, se un animale azzanna un uomo, Dio di notte manda uno spirito a bloccare il suo cuore. La tristezza che si prova, nel sentire simili nefandezze, è infinita. Giovanna Canigiula Milioni di animali, ogni anno, maltrattati e uccisi.

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