Carcere, una tortura quotidiana

di Paolo Hendel

Alla voce “carcere” leggo sul vocabolario: “Stabilimento in cui vengono scontate le pene detentive (Zanichelli)”, “Luogo in cui vengono rinchiuse le persone private della libertà personale per ordine dell’autorità competente (Devoto-Oli)”, “Luogo dove vengono reclusi individui privati della libertà personale in quanto riconosciuti colpevoli di reati per i quali sia prevista una pena detentiva (Wikipedia)”.

La pena quindi consiste nella privazione della libertà. Le sentenze di condanna non dicono: “Caro signore, ti riteniamo colpevole e perciò ti condanniamo a vivere per tot anni chiuso in una cella umida e sovraffollata, in condizioni igieniche disumane, con temperature estive da forno, con impianti elettrici malfunzionanti e magari con qualche bel crollo strutturale dell’edificio di tanto in tanto, il tutto con pochissima attenzione per la tua salute che tanto peggio stai e meglio è, così impari!”

L’anno scorso a Sollicciano tre detenuti si sono tolti la vita. Oggi nel carcere ci sono circa 680 detenuti mentre la capienza regolamentare sarebbe di 494. Se vado in giro in macchina e mi porto dietro moglie, figlia, i miei due fratelli, la mamma anziana e la badante col marito e il cane, superando il limite massimo di 5 persone, prima o poi un vigile mi ferma e come minimo mi fa una bella multa. Nelle nostre carceri italiane il soprannumero è la norma seppure illegale. Ed è dura anche per chi ci lavora. Per gli operatori (rieducatori, volontari…) e per gli agenti di Polizia Penitenziaria. Il corpo di Polizia Penitenziaria a Sollicciano è sottodimensionato (485 agenti sui 696 previsti dal regolamento). E’ incredibile che proprio in carcere, giorno dopo giorno, si infranga sistematicamente la legge e che sia lo Stato a farlo!

Quindi la pena non è “solo” la privazione della libertà. C’è una terribile pena aggiuntiva che diventa tortura quotidiana. Come si possono realizzare percorsi riabilitativi in condizioni del genere, per non parlare dei complicati meccanismi burocratici e amministrativi che già di per sé rendono le cose difficili? Tralasciando i casi, che pure esistono, di innocenti finiti in galera per errori giudiziari e rimandando ad altra occasione una riflessione sul carcere come “discarica sociale”, destino che troppo spesso incombe su coloro che sono emarginati e senza prospettive, credo che evitare il terribile sovrappiù di disagi, sofferenze e umiliazioni aiuterebbe i detenuti a sentirsi ancora donne e uomini con una prospettiva di vita dignitosa davanti nel non facile cammino di un auspicabile reinserimento sociale.

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