Vite al Nero

di Giovanna Canigiula

Migranti – Foto: Zingaro su Flickr

 Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,
a milioni, vestiti di stracci
asiatici, e di camicie americane.
Subito i Calabresi diranno,
come da malandrini a malandrini:
«Ecco i vecchi fratelli,
coi figli e il pane e formaggio!»

(Pasolini P.P., Profezia, in Alì dagli occhi azzurri, 1964)

 

In uno dei tanti ghetti neri del Sud d’Italia è scoppiata, per la seconda volta nel volgere di un anno ma forse imprevedibile nella forma, la rivolta. Degli africani ribelli, ridotti nelle nostre campagne in stato di  schiavitù, sappiamo ormai quasi tutto tranne il numero esatto, non essendo possibile un censimento: a Rosarno, dove fino a ieri si contavano ufficialmente circa duemila presenze, sono arrivati nei primi anni Novanta e sono stati impiegati  nella raccolta invernale delle arance. Da ottobre ad aprile si radunavano, tutte le mattine alle cinque, sulla Nazionale e qui venivano caricati e portati nei campi. Dopo 14 ore di lavoro, per 20- 25 euro al giorno nel migliore dei casi, tornavano in  ricoveri di fortuna, come il  vecchio capannone poco fuori il centro abitato dove un tempo si lavoravano le arance. Fra vetri rotti, baracche di cartone e lamiere, vecchi copertoni e reti usate, tende da campeggio, hanno trascorso qui quattro mesi all’anno per venti anni.  Molti locali li hanno accusati di voler vivere come bestie per non pagare un affitto: cento euro a posto letto avrebbero potuto aiutare le economie familiari.

Gli irregolari di Rosarno sono burkinabé, maliviani, ivoriani, ghanesi, togolesi  che, sbarcati a Lampedusa e finiti a Crotone, non hanno ottenuto il permesso di soggiorno e hanno cercato di racimolare qualche soldo per sé e le famiglie lontane confidando nella brevità del soggiorno obbligato, ma vi sono anche molti immigrati che hanno perso il lavoro nelle fabbriche del Nord e cercato un posto in cui  il controllo dello Stato fosse meno pressante e, soprattutto, stagionali che si spostano per tutto il meridione, raccogliendo pomodori d’estate in Puglia e Campania, arance e olive d’inverno in Calabria, ortaggi in Sicilia. Sono la manodopera in nero che nessuno sopporta ma che tutti tollerano, perché fa girare l’economia di quello che, per rubare la definizione che Fabrizio Gatti ha applicato alla Puglia,  è il mercato più sporco dell’Europa agricola. Inseguono da sempre il sogno di un lavoro regolare, che la Bossi-Fini ha praticamente reso impossibile: per restare in Italia devi lavorare, per lavorare devi avere un permesso di soggiorno, per avere il permesso di soggiorno devi dimostrare che un lavoro ce l’hai. Insomma, o sloggi o il lavoro sporco in campagne altrimenti spopolate tocca a te, ovviamente alla condizione del servaggio tacitamente legalizzato.  Medici senza frontiere ne ha da tempo denunciato la precarietà esistenziale: nei posti in cui i più elementari diritti umani sono negati, si arriva sani e si finisce presto ammalati. Diversi anche i reportage  eppure, sebbene sia  a tutti chiaro da un pezzo che, per mantenere inalterato lo stato delle cose, è necessaria la complicità di stato, regione, amministrazioni locali, Asl, sindacati, imprenditori, forze dell’ordine, gli unici interventi umanitari sono stati finora opera di associazioni e privati.

Gli africani di Rosarno, cuore di un settore importante dell’economia regionale che, diversamente, sarebbe in profonda crisi, hanno dunque alzato la testa contro tutte le mafie, non solo contro quella ‘ndranghetista che controlla la Piana di Gioia Tauro dove, tra il porto e gli interminabili lavori sulla SA-RC,  si consumano affari milionari e che, infiltrandosi nelle amministrazioni locali, gestisce a pieno titolo appalti e fondi. Proprio il  consiglio comunale di Rosarno, come quello del limitrofo San Ferdinando, sono stati sciolti l’anno scorso per mafia. E’ nell’interesse delle cosche, del resto, bonificare il ghiotto territorio dalla presenza degli africani ed è in questi luoghi che il bianco muore senza lasciare grosse tracce e la convivenza omertosa col ricatto si consuma  in nome della personale sopravvivenza:  le uniche denunce che hanno consentito di risalire ai responsabili dell’agguato, dopo il ferimento di un ghanese e un ivoriano lo scorso inverno, sono arrivate dai neri d’Africa. Un nuovo attacco ha provocato la rivolta, scoppiata nell’unico modo che la rabbia a lungo covata ha consentito: blocco della statale 18; auto, vetrine e cassonetti sfasciati. Scontata la reazione: negozi e scuole chiusi per lo stato di emergenza; caccia sapientemente pilotata all’immigrato; immediata rimozione con le ruspe dei vergognosi luoghi del soggiorno straniero; trasferimento di centinaia di lavoratori nei centri di accoglienza di Crotone e Bari.  E  la fuga volontaria di molti dai luoghi della rappresaglia portandosi dietro, come profughi di guerra, quel po’ che la fretta ha consentito di raccattare. Complici tutti,  si diceva, nelle terre delle mafie. Così tanto che lasciano addosso un profondo senso di vergogna gli inopportuni interventi di Maroni e Calderoli sui danni della clandestinità quando questa è tollerata e non combattuta.

Perché questo post? Non certo per aggiungere parole alle parole. Quanto scritto lo leggiamo ripetutamente in questi giorni. E’ che mi ha profondamente colpito vedere per chilometri, lungo la statale 106 in direzione Crotone, uomini con valigie, pacchi, grosse buste stracolme sulla testa o serrate al petto, il giorno successivo ai fatti. Un piccolo esercito  in marcia silenziosa.  Alcuni si fermavano stanchi a riprendere fiato sul ciglio della strada, mentre gli altri proseguivano. Ho allora pensato che, forse, sia il momento per  tutti di alzare la testa in questa terra in cui mafia e stato non hanno confini netti. Ho pensato che la sconfitta di chi fugge  sia la nostra sconfitta. Ho pensato che questo sistema sia andato avanti con la nostra complicità, i nostri voti, la nostra disponibilità al ricatto, la nostra acquiescenza, la nostra rassegnata miseria.  Ho pensato che i figli dei vecchi contadini che lottavano per le terre e una vita più dignitosa  hanno tradito la causa dei padri. Ho pensato alla storia da cui veniamo e che ci siamo messi alle spalle. Ho pensato al Gesù nero che don Pino ha dovuto inserire nel presepe della Chiesa di Rosarno per ricordare alla comunità che siamo tutti fratelli. Ho pensato che la parola onore è associata a famiglie come quelle dei Piromalli, dei Pesce e dei Ballocco. Ho pensato al candidato a sindaco comunista Valarioti che, nel lontano 1979, fu ucciso per avere ottenuto il 30% dei consensi e oggi è tutto uguale. A quei politici che anni e anni fa avevano alzato solide barriere contro l’illegalità, poi prontamente cadute. Ai pochi, troppo pochi che si danno da fare perché credono ancora che si possa cambiare o per spirito puramente umanitario. Ho pensato a chi siamo e a quello che lasciamo. Poca cosa. Ho pensato che c’è chi stila percentuali su chi è più razzista, inscenando la solita meschina contrapposizione tra nord e sud. E ho pensato di mettere su carta questi pensieri, nella speranza che altri calabresi stufi li raccolgano e, insieme, davvero insieme, si possa concretamente scegliere una nuova via .

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