Catanzaro mon amour

di Giovanna Canigiula

Catanzaro. Ospedale civile. Quindi pubblico. Per tutti, insomma. Arriviamo questa mattina decisamente prima delle otto per un controllo ambulatoriale di mia madre, circa venti giorni dopo le dimissioni e trentadue dopo un ricovero per una consistente emoriasi. In attesa del medico, si chiacchiera. Di politica dapprima. Domina il berlusconiano doc: accusano il grande capo di essere un imbroglione, che chiuda aziende e televisioni e lo facciano anche i figli, vediamo se Di Pietro e Veltroni trovano lavoro ai due milioni e mezzo di disoccupati che ci saranno in Italia. Vediamo vediamo. Nessuno raccoglie: siamo in ospedale e si parla soprattutto di medicina e di medici, questa specie di piccola e intoccabile casta del sud. C’è il povero cristo al quale, due anni fa, è stato sbagliato un intervento di prostata, sta passando le pene dell’inferno e nessuno che gli abbia chiesto almeno scusa, “passerà” gli dicono “passerà”, ma non passa niente e intanto non ha i soldi per mettere la dentiera,  figuriamoci per andare a “villeggiare” in strutture fuori regione. Mah. C’è ancora il berlusconiano che ricorda la via crucis della madre prima di approdare da Veronesi: un intervento andato male, camici da inseguire tra “mi scusi”, “non vorrei”, “se potesse” e mai nessuna risposta se non il manifesto fastidio di chi è stato importunato o l’accondiscendente farfugliare di chi ti fa pesare le due parole che di corsa ti regala. Che sorpresa Milano. Stessa sorpresa delle eccezioni nel sud. Del resto, ha vissuto cinque anni a Mantova: soldatini, dice, ma almeno con pari diritti e doveri. Aleggia tanta rabbia, è tutto come descrivono, partecipo muovendo il capino. Non ho molta voglia di parlare. Ascolto. Rifletto sulle sorprese: nel lessico meridionale è “davvero gentile” il medico che svolge, nella norma, il suo mestiere. Così va il nostro mondo.

Mai ammalarsi troppo, dalle nostre parti. C’è la signora col marito operato di fresco che lamenta il calvario d’esser nessuno in luoghi in cui esser qualcuno o amico di qualcuno fa la differenza: corsie privilegiate e attenzioni, un enorme sollievo se si deve avere a che fare con la sanità. Al di là dello sfogo rabbioso, però, vince la rassegnazione. Anche se, va ammesso, chi non ha santi in paradiso, da queste parti, si arrangia come può e giù cadeaux, di solito alimentari pesanti e tanti: come si fa, in questo modo, a cambiare sistema? Ma necessità fa virtù e la virtù, quando si tratta di salute, consiste nel farsi furbi, incassare gesti di noia e fastidio senza fiatare, fino a menare prima o poi vanto d’esserselo fatto amico un medico qualunque, purché ospedaliero.

L’ospedaliero di turno arriva e son dolori: è di quelli indolenti che a domanda non rispondono, che si scocciano apertamente. Siamo tutti avviliti. E’ il nostro turno ed entriamo. “Accomodatevi” e pare un lamento, che ci facciamo oggi qua poveretto lui, “manca tutto” sospira, “magari l’esito dell’esame istologico ce l’abbiamo”  e c’è: ma perché farci sapere qualcosa se il resto manca? Andate in reparto, fatevelo dare, magari fatevelo leggere dal caposala se non volete tornare qua. Mi adiro, non toccherebbe a noi, ma mi riesce insopportabile la sua vista e, perciò, andiamo. Altro padiglione, quarto piano. Il caposala scuote la testa, prende ciò che manca, si rifiuta di leggere i risultati, il medico è di turno all’ambulatorio e deve fare il suo lavoro. Gli dispiace, ma è così. Giustissimo. Torniamo indietro. Il medico esamina senza espressione le radiografie. Quindi, con estenuante lentezza, pontifica: manca il referto, dovete andare in archivio. Noi? Perdo la pazienza, l’infermiere è a disagio, andiamo. Torniamo al reparto, dico al caposala che denuncio il medico per inadempienza e con lui l’ospedale: va in archivio, fa una copia del referto, potreste aspettare un medico qua, dice a denti stretti, ma certuni avrebbero l’obbligo di lavorare. Capisce? Capisco.

Mia madre è stanca, sarebbe stato facile prendere una scorciatoia, ma l’ospedale è di tutti e mi ostino a rispettare quest’idea. Tuttavia mi sento in colpa e pure in colpa di sentirmi in colpa, è un guazzabuglio di sentimenti, penso che  il lavativo ci aspetta, gli tocca lavorare e riprendiamo il viaggio. Solo che il lavativo se n’è andato e se n’è fregato di  altri pazienti in attesa come noi. Vado in escandescenze, l’infermiere è contrito, lui si prova a far tutto per bene mi spiega, la sua parte la onora. Mi guarda: posso anticiparle qualcosa, sì grazie, interpreta per me i referti. Mi guarda: occorre un medico, capisce? Capisco. Il lavativo ha lasciato detto che si recava al reparto. Ma al reparto, ovviamente, non c’è. Ci sono, con noi, la signora che lamentava l’esser nessuno in un luogo in cui occorre esser qualcuno, col marito operato di fresco e anche lui visibilmente  stanco. Al telefono lo scansafatiche non si rintraccia: forse è a far cistoscopie e forse no, forse è a far visite in corsia e forse no. Bugie.

Ed ecco lo spaccato della quotidianità: sotto gli occhi d noi poveri afflitti passa impudente e sfacciata la corsia preferenziale. Nessun imbarazzo attorno. Appunto, la normalità.  E’ troppo: blocco un medico del reparto, si rende lui stesso conto che c’è un limite a tutto, chiede un attimo di pazienza: non mi vorrà tirare le orecchie? La verità è che me ne voglio andare e portare via mia madre da lì. Nessuna tirata d’orecchie. Ci impiegherà un minuto, un minuto uno, a dirci come stanno le cose, il controllo ambulatoriale è tutto qui: una lettura di carte di un minuto uno. C’era bisogno che mia madre vagasse da un edificio all’altro, da un piano all’altro, per quattro ore quattro? Ce ne andiamo. Mi dispiace di averla fatta sentire una poveraccia, perché si sa come funzionano le cose a Catanzaro: buongiorno sono Tizio, anzi sono il fratello di Caio e sono anche il nipote di Tizio in seconda, non so se ha già telefonato Caio, mi manda Tizio gliel’ho già detto? Siamo qua e conviene, comunque, ritirare le altre analisi: non si trovano, “vada in laboratorio a vedere che fine hanno fatto”. Tremo: a Catanzaro è facile che le analisi si perdano. E che spuntino, magari dopo un mese e sempre se tutto va bene, da qualche altra parte. Aspetta qua, mamma, quest’ultima trafila te la risparmio. Mi dispiace. In laboratorio sono buoni, un po’ di sopracciglia aggrottate ma mi fanno il “favore”: eccole, son rimaste lì, stanno riposando nel computer, le svegliano e me le stampano. Prima di averle pago penitenza: mi fanno domande alle quali è più facile che sappiano rispondere loro. Una specie di quiz della salute. Ma è tardi, siamo tutti stanchi, mi congedano. Grazie eh, grazie. Grazie infinite. Grazie grazie. Grazissime. Grazissimissimissime. E’ mezzogiorno. Il caffè ci ristora. Povera mamma, penso, mai più. Ma non è per niente giusto.

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