L’amore al tempo dei latini: piccolo contributo al tema

di Giovanna Canigiula

In un mondo in cui l’uomo è anzitutto un civis, l’amore fa capolino tardi nella letteratura latina. E’ la fine della Repubblica, c’è un intero sistema di valori che traballa e si avvia al tramonto, un Cicerone ormai fuori tempo si affanna a cercar soluzioni per salvare il salvabile, ma la crisi è alle porte tanto che, proprio lui, compie lo sforzo di importare la filosofia dalla Grecia, cercando parole che il pratico vocabolario latino non ha. L’uomo si interroga non solo sul tipo ideale di stato e sul suo ruolo nella società ma anche sul senso della vita. Domina, dunque, l’incerto sulla consueta gravitas romana ed è in questo contesto che si inquadra la poesia di Catullo, il poeta delle nugae, delle bagattelle, delle inezie. Il primo poeta che fa girare il suo mondo attorno a una donna, alla quale dedica un intero canzoniere.

Le epigrafi funerarie ci raccontano di donne virtuose, caste, pudiche. L’unica traccia dell’amore è nella commedia ed è amore per una meretrice, sposata in virtù del fatto che un colpo di scena finale ne rivela le origini di donna libera ed aristocratica. Catullo ha due modelli alle spalle, legati alla poesia erotica ellenistica: Callimaco, che canta l’amor leggero e Meleagro, che per amore soffre. Sceglie il secondo e, con lui, una donna con non pochi problemi: Lesbia appartiene all’alta società, è sposata, è vedova in un periodo in cui la vedovanza obbliga ad essere univira, donna sola che vive nel ricordo del marito perso. E’ un amore fuori dalle regole, dunque, in cui a dirigere il gioco è lei, ladomina, mentre l’uomo è travolto dalla passione, è vittima e si tormenta. Il compendio è in un distico, quei due versi del carme 85 che rivelano la doppia natura dell’amore e denunciano l’incapacità di comprenderne la ragione. E’ così, dice Catullo, e non posso farci niente, salvo tormentarmi: Odi et amoQuare id faciam, fortasse requiris./ Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

L’amore è forza che sfida le convenzioni, le chiacchiere, le invidie (c. 5): “Viviamo, mia Lesbia, e amiamo,/ e le chiacchiere dei vecchi troppo seri/ stimiamole tutte un solo asse!/ Il sole può cadere e ritornare,/ ma noi, una volta che la nostra breve luce sarà caduta,/ dovremo dormire una notte eterna./ Dammi mille baci ed altri cento,/ ed altri mille e, dopo, ancora cento./ Quando saranno migliaia/ confonderemo il conto, per non sapere/ o per evitare il malocchio di un invisioso/ quando saprà che sono tanti i baci”.

L’amore è con-divisione: all’amata  muore il passerotto, compagno di giochi, e il poeta invita tutti a piangere, Veneri e Amori e uomini delicati. Così nel c. 3: Lugete, o Veneres Cupidinesque,/ et quantum est hominum venustiorum:/ passer mortuus est meae puellae,/ passer, deliciae meae puellae,/ quem plus illa oculis suis amabat. Lei l’amava più dei suoi stessi occhi e ora lui se ne va per una strada oscura (iter tenebricosum) dalla quale dicono che non si torna indietro. Unde negant redire quemquam. “Maledette, malvagie/ tenebre dell’Ade che divorate tutte/ le bellezze, ed un passero bellissimo me l’avete tolto”.

L’amore è gioia ma, come tutte le gioie, fa tremare (c. 70): “La mia donna dice che non vuol stare con nessun altro,/ neanche se la chiedesse Giove in persona./ Così dice, ma quello che dice una donna a un amante appassionato, / va scritto sul vento e sull’acqua che fugge”. Premonizione? Stereotipo? Paura? In fondo, l’univira ha rotto per lui il patto d’amore con le ceneri del marito. Potrebbe romperlo ancora.

Ma, quando si ama, si spera (c. 109): “Mi prometti, mia vita, che questo/ amore sarà felice e sarà per sempre./ Grandi dei, fate che possa promettere il vero,/ che lo dica sinceramente e di tutto cuore:/ così potremo per tutta quanta la nostra/ vita serbare questo sacro patto di affetti”.

L’amore è gelosia e la greca Saffo presta le parole. Simile a un dio pare il rivale che, seduto di fronte all’amata, la guarda e l’ascolta mentre dolcemente sorride intanto che al poeta la lingua si intorpidisce, un sottile fuoco gli scorre nelle membra, le orecchie ronzano, gli occhi si coprono di una duplice notte. E’ l’inferno del c. 51: Ille mi par esse deo videtur, / ille, si fas est, superare divos,/ qui sedens adevrsus identitem te/ spectat et audit/ dulce ridentem […] lingua sed torpet, tenuis sub artus/  flamma demanat, sonitu suopte […]

Come tutti i maschietti dalla notte dei tempi, Catullo è il classico stupidotto che, più avverte la minaccia del tradimento, più scopre incostante e infedele la donna che ama, più si lega a lei. Altro che le castae puellae! Nel c. 72 rinfaccia e si prova a far distinzioni: “Tu dicevi un tempo di conoscere solo Catullo,/ e che non mi avresti cambiato neppure con Giove./ Ti ho amata allora non come si ama un’amante,/ ma come un padre ama i figli e i generi”. Nunc te cognovi. “Ora ti ho conosciuta, e anche se ardo più forte,/ tuttavia per me vali molto meno”. Ahi, ahi, ahi. Qui potis est, inquis? Come è possibile, chiedi? Quod amantem iniuria talis/ cogit amare magis,/ sed bene velle minus. “Perché una tale offesa costringe chi ama ad amare di più,/ ma a voler bene di meno”.

E’ affranto Catullo (c. 58 a): “Celio, la mia Lesbia,/ quella Lesbia che Catullo ha amato/ più di se stesso e di tutti i suoi,/ adesso nei trivi e negli angiporti/ scappella i nipoti del magnanimo Remo”.

Inveisce (c. 60): “Forse una leonessa sui monti dell’Africa,/ o Scilla che abbaia dal fondo dell’inguine,/ ti ha generato con un cuore così duro e inumano,/ al punto che nel tuo cuore feroce disprezzi/ la voce di chi ti chiama nel momento supremo?”

Cede e siamo sempre là (c. 75): “A tal punto è arrivato il mio cuore, Lesbia, per colpa tua,/ e si è perduto nella devozione, che non mi è possibile più volerti bene,/ diventassi tu anche la migliore fra tutte le donne,/ né smetterei di amarti, anche se tu facessi di tutto”.

E’ fedele, l’amore è un patto tra due, lui non lo ha infranto. Ma è magra consolazione (c. 87): Nulla potest mulier tantum se dicere amatam/ vere, quantum a me Lesbia amata mea est./ Nulla fide sullo fuit unquam foedere tanta,/ quanta in amore tuo ex parte reperta mea est. “Nessuna donna può dire di essere stata amata tanto/ e sinceramente quanto la mia Lesbia è stata amata da me./ Nessun patto è stato osservato con tanta costanza/ quanta ce n’è stata nel nostro amore da parte mia”.

L’amore è malattia, Lucrezio mette in guardia, Catullo si dispera. Non ha mai mancato alla propria parola, sa di essere pio, non  ha ingannato nessun uomo (c. 76): “[…]Tutto/, affidato a un cuore ingrato, è andato perso. Ma tu,/ perché continui a torturarti? Perché non rafforzi/ il tuo animo e non ti stacchi e non cessi di essere/ infelice contro il volere divino? E’ difficile, /tutto d’un tratto, deporre un lungo amore;/ è difficile sì, ma devi farlo lo stesso[…]”. Se questa è la via della salvezza, gli dei lo debbono aiutare e glielo debbono perché ha vissuto una vita pura. L’amore è peste, è rovina, è un cancro che divora il corpo. Ha scacciato ogni gioia dal cuore. Il poeta non chiede più che Lesbia ricambi il suo amore o gli sia fedele, è impossibile dice, vuole solo guarire.

Quando si soffre, si chiede aiuto (c. 38): Malest, Cornifici, tuo Catullo. “Il tuo Catullo, Cornificio,  sta male;/ sta male e soffre/ ogni giorno e ogni ora di più./ E tu per consolarlo (la cosa più piccola e facile),/ quale parola hai trovato? Sono furioso/ con te: così tratti il mio amore?/ Dimmi una parola, quella che vuoi,/ più triste del pianto di Simonide”.

E arriva il divortium. Amarissimo (c. 8): Miser Catulle, desinas ineptire,/ et quod vides perisse perditum ducas./ Fulsere quondam candidi tibi soles,/ cum ventitabas quo puella ducebat/ amata nobis quantum amabitur nulla[…].

“Infelice Catullo, smetti di impazzire,/ e quello che vedi perduto, convinciti che è perduto./ Un tempo rifulsero per te splendidi soli/ quando andavi dove lei ti portava, la donna/  amata da me quanto nessuna mai sarà amata./ Là si facevano tutti quei giochi, che tu volevi/ e lei non diceva no. Veramente/ un tempo rifulsero per te splendidi soli./ Ora lei dice di no, e tu devi fare altrettanto, non devi/ anche se sei disperato, non devi inseguirla se fugge,/ vivere infelice, ma sopportare con fermezza e tener duro./ Addio, ragazza. Ormai Catullo è capace/ di tener duro, non ti cercherà, non ti pregherà se non vuoi./  ma a te dispiacerà che lui non ti cerchi./ Sciagurata, che vita ti aspetta?/ Chi ti frequenterà? A chi sembrerai bella?/ Chi amerai e di chi diranno che sei?/ Chi bacerai? A chi morderai le labbra?/ Ma tu Catullo, sii fermo, e tieni duro”.

Share