Leggere chi?

di Giovanna Canigiula

Discutevo quest’oggi con un amico radicale del Decreto Tremonti a proposito dei tagli al finanziamento all’editoria e all’erogazione dei fondi sulla base dell’andamento dei conti dello stato. Il mio amico radicale si diceva d’accordo a sparare nel mucchio e l’assunto del suo pensiero pressappoco è: perché mai dovrei quotidianamente finanziare un’informazione di partito, quindi a priori viziata, per un totale di 700 milioni di euro all’anno? Se fondi pubblici debbono essere erogati, ebbene anche l’informazione deve essere pubblica e non di parte. Esempio di informazione pubblica? Radio radicale, che ospita voci ed opinioni di tutti.

Il merito di Radio radicale è indiscutibile: chi di noi non ha mai seguito un dibattito, un congresso di partito, una conferenza, un’intervista? Chi non ha consultato il suo archivio? Ma questo  nobile e indiscutibile esempio, a mio parere, allontana dal tema. Distoglie. Per cui occorre cercare di districarsi fra leggi e leggine e codicilli e intenti dei legislatori che si sono susseguiti in oltre trent’anni. Nel 1981 passò la prima proposta di legge che concedeva l’aiuto dello Stato ai giornali di partito non in grado di sostenersi da soli per ovvie ragioni di mercato. Si può non essere d’accordo ma, comunque, era passata l’idea che, in democrazia, bisogna salvaguardare il pluralismo. Cinque anni dopo il pasticcio: bastava che due deputati, anche di opposti schieramenti, dicessero che la tal testata  era organo di un movimento politico per attingere a piene mani ai finanziamenti. Insomma: fatta la legge, trovato l’inganno. Quindi, nel 2001, il legislatore ha imposto ai giornali d’esser cooperative, di fatto ammettendo al contributo praticamente tutti, comprese le testate possedute a maggioranza da cooperative, le fondazioni e gli enti morali non aventi scopo di lucro.  Come il potentissimo Avvenire.

Da qui, è ovvio, furti e stravaganze che hanno portato –bellissima l’inchiesta di Report del 2006- alla nascita di fantomatici fogli a tiratura limitata, nessuna presenza in edicola, vendita pari a zero o, comunque, sottocosto quando non nella forma del volantinaggio, giacché le testate nazionali sono obbligate a vendere il 25% delle copie prodotte e quelle locali almeno il 40%. Hanno in questo modo visto la luce anche il Foglio, organo del movimento Convenzione per la giustiziaLibero, organo del Movimento Monarchico Italiano. Per non parlare dello strano giro dei soldi incassati, come quelli che il Giornale d’Italia ha devoluto alla Lega nord. Ai contributi diretti si sono poi sommati quelli indiretti, sotto forma di rimborsi per le spese postali, elettriche, telefoniche e per l’acquisto della carta. Contributi ai quali chiunque ha potuto attingere, indipendentemente dai bilanci e dagli assetti societari e il 70% dei quali è finito –e come mai?-  nelle tasche dei grandi gruppi.

La domanda è: quanti sprechi si sarebbero potuti evitare se, semplicemente, lo stato si fosse limitato a finanziare i giornali di partito, magari ponendo paletti, come l’obbligo di vendere un determinato numero di copie? Perch appoggiare una politica di tagli indiscriminati sapendo di tagliare le gambe non certo ai grandi editori, quelli che rispondono alle leggi di mercato? Perché, per fare un esempio, deve chiudere il Manifesto, cooperativa (vera) che dal 1971 cammina a fatica, voce libera sia pure nella galassia delle sinistre?

Ritorno al mio amico radicale e alle sue osservazioni con una domanda: che vuol dire finanziamento pubblico solo alla pubblica informazione? Bastano, secondo questa direttrice di pensiero, una radio, una rete televisiva, una testata. Ora, abbiamo un premier che legifera pro domo sua, che controlla quasi tutto il mondo dell’informazione, che guarda caso vuol nominare il Presidente della Commissione di Vigilanza Rai e, anziché pensare che servirebbe correggere le storture legislative –leggi restrizione dei finanziamenti a pioggia a testate di partiti e movimenti finti o di enti che non ne avrebbero diritto/ bisogno-  pensiamo di tappare la bocca al pensiero plurale? Mi pare, questa, la via più agevole da praticare, ma nei paesi con governi autoritari.

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