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Perché non possiamo sostituire il 25 aprile con un’altra data

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di Giuseppe Candido

Con il lunedì dell’Angelo che quest’anno cade proprio il 25 d’aprile la festa della liberazione è passata in secondo piano restando miserevolmente relegata all’editoriale di Giampaolo Pansa su Libero nella giornata della Santa Pasqua. Un editoriale che, forse provocatoriamente, sosteneva che sarebbe meglio festeggiare la ricorrenza il 18 di aprile anziché il 25 per ricordare la vittoria, in seno all’assemblea Costituente, dei Democristiani di De Gaspari. Un po’ superficiale come analisi e sicuramente trascurata la ricostruzione storica. La Resistenza italiana, chiamata anche Resistenza partigiana o “Secondo Risorgimento”, fu l’insieme dei movimenti politici e militari che dopo l’8 settembre 1943 si opposero al nazifascismo nell’ambito della guerra di liberazione italiana. La lotta di liberazione da un invasore straniero, l’insurrezione popolare e la guerra civile tra antifascisti e fascisti, o il tentativo di rivoluzione da parte di alcuni gruppi partigiani socialisti e comunisti?

Il movimento della Resistenza – storicamente inquadrabile nel più ampio fenomeno europeo della resistenza all’occupazione nazifascista – fu caratterizzato in Italia dall’impegno unitario di molteplici e talora opposti orientamenti politici (cattolici, comunisti, liberali, socialisti, azionisti, monarchici, anarchici), in maggioranza riuniti nel Comitato di Liberazione Nazionale i cui partiti componenti avrebbero più tardi costituito, insieme, i primi governi del dopoguerra.

Piero Calamandrei, nei suoi scritti, paragona le origini delle Resistenza all’improvviso sbocciare delle primavera: “Quasi un miracolo da paragonarsi ai miracoli della natura che fanno spuntare i fiori e le gemme in un giorno dato”. È forse l’immagine più bella che ne viene data ma, in verità, quella “primavera” italiana, destinata a durare 20 mesi, fu preparata nel “lungo inverno del fascismo”. La Resistenza maturò nelle tenebre della cospirazione, nell’isolamento dell’esilio, nell’odore di muffa delle carceri e dei luoghi di confino, e richiese il sacrificio di numerosi patrioti. Non si può comprendere il significato della Resistenza nei venti mesi durante occupazione tedesca senza guardare alla “resistenza lunga” che vi fu nei venti anni del regime fascista. Basta leggere un qualunque testo scolastico (non tra i più recenti dove la parola Resistenza tende ad essere cancellata) per intuire che non è possibile comprendere il significato della Resistenza nei venti mesi dell’occupazione tedesca senza rifarsi alla “resistenza lunga” durata 20 anni nel regime fascista. Senza questo legame col ventennio la Resistenza italiana un mero episodio militare, importante ovviamente, ma certamente secondario rispetto al dispiegamento di forze che condussero alla fine del nazismo. Se la si legge così, se si leggono i soli venti mesi di Resistenza “breve”, quel movimento politico che portò alla liberazione resta schiacciato ad un semplice contraccolpo, interno alla vita della Penisola, di quel rovesciamento di fronte che portò l’Italia dall’alleanza con Hitler alla co-belligeranza con gli alleati. La Resistenza diventa un momento drammatico di lacerazione e guerra civile, dominato dalla violenza e dalla crudeltà. In quest’ottica i GAP, i gruppi di azione patriottica che liberarono Pertini e Saragat, diventano per Pansa dei “terroristi di città”.

La Resistenza italiana

La Resistenza italiana di Renato Guttuso

Se ci si limita superficialmente a quest’analisi si fa presto a sostenere che è inutile festeggiarla, che è inutile ricordare quell’atto di liberazione e si conviene sulla possibilità di spostare la data al 18 aprile per ricordare, come propone Pansa, la vittoria nel ’48 di Alcide De Gasperi sui comunisti.

Solo se invece si guarda al suo legame con la ventennale opposizione al regime fascista, la Resistenza assume il suo pieno significato storico: momento culminante di sviluppo e di affermazione di una nuova coscienza civile e politica che troverà nella Costituzione repubblicana la sua espressione giuridica.

Solo in quest’ottica la Resistenza diviene, assieme all’antifascismo, il presupposto essenziale della Repubblica italiana che, in questa matrice, trova il suo connotato storico più marcato.

Per capirlo bisognerebbe rileggere attentamente, e Pansa dovrebbe farlo per primo, il volume “La Resistenza italiana, dall’opposizione al fascismo alla lotta popolare” edito, in occasione dei trent’anni della liberazione, da Mondadori nel 1975 per cura del Ministero della (allora) Pubblica Istruzione. “La Resistenza, vista sotto questa luce, non quale episodio isolato ma nel suo rapporto da un lato con l’antifascismo che l’ha preparata e dall’altro con la Repubblica che da essa è nata, acquista tutta la sua rilevanza nella del nostro Paese: per un verso essa si ricollega alla tradizione risorgimentale perché si ispira a quegli stessi valori d’indipendenza nazionale e di libertà che hanno guidato la nostra formazione unitaria; ma per altro verso supera la tradizione risorgimentale e la integra nella misura in cui rappresenta un momento di più profonda partecipazione popolare, di inserimento delle classi operaie e contadine nella vita di uno Stato nato essenzialmente dall’iniziativa di ceti sociali più elevati”.

Una lotta tra “minoranze”? Gli italiani non parteciparono né coi fascisti né coi partigiani come sostiene Pansa? Forse è vero. Però bisognerebbe ricordare pure che non soltanto la Resistenza, ma tutta la storia dell’Italia unita, dai moti del 1848 sino alla Costituente repubblicana, è stata percorsa dall’esigenza di una maggiore partecipazione dei ceti popolari alla vita dello Stato. “Il progressivo allargamento del suffragio elettorale, l’espandersi delle organizzazioni operaie e contadine, lo sviluppo del sindacalismo, la progressiva affermazione dei grandi partiti popolari sono i segni di questo processo di crescita della società italiana”. Un’esigenza di maggiore partecipazione popolare alla vita dello stato che, probabilmente, grazie anche al mancato ruolo svolto proprio da partiti secondo quanto previsto dall’articolo 49 della nostra Costituzione, ancora esiste. Lo Stato liberale mazziniano, anche attraversando contrasti e conflitti drammatici, aveva dato spazio a questa “crescita civile” della società italiana. Un processo che però s’interrompe coll’affermazione del fascismo che nega ogni diritto di libertà ai cittadini e piega al servizio del Partito dominante il potere dello Stato.

Pietro Scoppola, storico, docente e politico, considerato uno dei principali esponenti italiani del cattolicesimo democratico che dal ’74 al ’78 fu capo redattore della rivista Il Mulino, nel contributo al volume citato scrisse che “il 25 di Aprile del 1945 il primo e più immediato obiettivo della Resistenza è raggiunto: tutto il Paese è libero dai tedeschi, il fascismo è sconfitto. Ma la strada che resta ancora da percorrere è lunga e piena di ostacoli …”.

“Al 25 aprile” – dichiarava in un’intervista Giorgio Amendola – “non siamo arrivati da trionfatori, ma con l’acqua alla gola. Quello che mi irrita, invece, è la rappresentazione schematica della Resistenza che avrebbe potuto fare e disfare a suo piacimento, e non fece per pavidità della direzione politica”.

L’Assemblea Costituente, che in massima parte era composta proprio dagli esponenti di quei partiti (comunisti, socialisti, azionisti, anarchici e democratici) che avevano dato vita ai Comitati di Liberazione Nazionale, fondò la Costituzione repubblicana sulla sintesi tra le diverse tradizioni politiche e l’spirò ai princìpi della democrazia e dell’antifascismo. La scelta di celebrare la fine di quel periodo funesto il 25 di aprile fu scelto dal CLNAI “con la data dell’appello per l’insurrezione armata della città di Milano, sede del comando partigiano”. È vero, la Resistenza italiana fu il primo atto del “periodo costituzionale transitorio”. La seconda parte terminerà invece il 1º gennaio 1948, giorno dell’applicazione della nuova Costituzione Italiana. Davvero vorremmo cambiare per questo la data della celebrazione del 25 aprile del ’45 e sostituirla con quella del 18 aprile del ’48? Proprio nel clima politico in cui oggi viviamo, il richiamo alla Resistenza e all’antifascismo si fa meravigliosamente denso di significati.

Anche oggi, il richiamo alla Resistenza che sta nella data del 25 aprile non può essere considerato il modo di “tornare, in un momento di evasione, ad une evento lontano ed estraneo ormai dal nostro mondo e alla nostra realtà”. Anche oggi, che da quella data di anni ne sono passati più di cinquanta, ricordare il 25 aprile ha il significato di “ritrovare, attraverso una critica riflessione sul passato, motivi e criteri di orientamento nel cammino che stiamo percorrendo e per le scelte che sono ancora nelle nostre mani”.

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2 Responses to “Perché non possiamo sostituire il 25 aprile con un’altra data”

  1. Caro Giuseppe concordo in pieno con te. Pansa evidenzia un problema che non esiste. Il 25 aprile oggi, prim’ancora il 17 marzo, e chissà quante altre volte metteranno in dubbio la storia della nostra nazione. Forse il vero problema è che questa gente non conosce la storia e vorrebbe pure insegnarla!

  2. Per pgni scritto di Pansa occorrerebbe rispondergli con quanto ha scritto in “Guerra partigiana da Genova al PO”, IN “gladio e lallotro” e ne “L’esercito di Salò”, e chiedergli se non si vergogna a fare il salta fossi come unsaltibanco.
    Forse é giunto il tempo di non prendere più sul serio quel che Pansa dice e scrive. In fondo perché dargli tanta importanza.

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Poesia filosofica di Tommaso Campanella
***
Come va al centro ogni cosa pensante
dalla circonferenza, e come ancora
in bocca al mostro che poi la devora,
donnola incorre timente e scherzante;
così di gran scienza ognuno amante,
che audace passa alla morta gora
al mar del vero, di cui s'innamora,
nel nostro ospizio alfin ferma le piante.
Ch'altri l'appella antro di Polifemo,
palazzo altri d'Atlante, e chi di Creta
il laberinto, e chi l'Inferno estremo
(che qui non val favor, saper, né pietà),
io ti so dir; del resto, tutto tremo,
ch'è rocca sacra a tirannia segreta.
E' Chiaro

La miseria!

Vincenzo Franco alias Nipio
Strenna de L'Avvenire Vibonese
Anno 1886
**
Fermativi nu morzu pé piaciri / O aggenti chi passati di la via, / Trasiti nta sa casa pé vidiri / Si nc' é miseria mai comu la mia:
*
Non aju pani, non aju undi jiri / E mancu focu mu mi scarfaria / Mi viju avanzi li figghi periri / Di friddu e fami e di dissenteria!
*
Dati la carità pé st' innocenti, / Ca vi lu rendi a milli chiju Ddio!.../ Fici la carità ... Non aju nenti...
*
E ognunu passa e lu rimpaccia puru, / Ed iju disperatu: - oi Gesù mio, / Pari ca parru e parru cu nu muru! ...
*
Intra na staja allastricata e scura, / Subbra a nu jazzu, chi pari di cani, / Mori l'aggenti senza cuvertura / Cu cuscina di petri e mazzacani!
*
Morti di fama aspettamu a sta ura / Tri figghi muzzicandusi li mani / Lu patri, chi jiu fora mu procura
Nu vrasciu e ncunu tozzulu di pani!
*
E quandu infini cumpari lu tata / Si ribbejanu a coru tutti quanti, / Gridandu: - amminda a mia na muzzicata.
*
E lu povaru patri a chiji pianti / Si scippa li capiji a diricata, / Pigghiandu Patraterni, Cristi e Santi!...
*
E, la matina quandu ssi levaru, / Subbra a la pagghia mortu a Loigeju, / Mpisicchiatu di friddu lu trovaru
Cu l'occhi spanticati, povareju!
*
Lu patri ndi jettau chianti l'amaru, / Cà era di li figghi lu cchiù beju... / E, quandu nta la vara l'acconzaru,
Paria mortu daveru n'angiuleu!...
*
Finisti di penari! di la porta / - Facia na vecchiareja: - o tia nbiatu, / L'avissi avutu jeu sta beja sorta!
*
Ed allu beccamortu nci dicia / Lu patri, nchi ebbi lu figghiu vasatu: / Passa sta sira, cà ti pigghi a mia

Proverbi ed indovinelli

Soltanto per gradini si giunge all’alto della scala;

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Non tutto si risolve. Neppure la promessa società senza classi sarà indolore: “Anche dopo l'abolizione della miseria gli uomini restano disuguali, preda di falsi condizionamenti, ci saranno ancora caos, preoccupazioni, destino a sufficienza e nessun rimedio contro la morte”.

Porre fine alla miseria: “Per un tempo incredibilmente lungo ciò non suonò per nulla normale, al contrario era una favola; solo come sogno a occhi aperti è entrato nel campo visivo”.

Ernest Bloch,

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