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Cose del vecchio mondo

gio, giu 17, 2010

Attualità, Calabria, Canigiula Giovanna

di Giovanna Canigiula

Sellia Marina diventa comune autonomo il 13 dicembre 1956, con legge istitutiva n. 1439 pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 2 del 3 gennaio 1957. Fino a quel momento il territorio apparteneva ai comuni di Sellia, Simeri Crichi, Soveria Simeri, Magisano, Albi e Cropani e, infatti, si legge nel testo che il neonato ente, in provincia di Catanzaro, è composto da “Sellia Marina, capoluogo del nuovo comune, dalle frazioni Uria di Magisano, Calabricata e località Feudo De Seta di Albi, e dalle località di La Petrizia di Soveria Simeri e Frasso e Rocca di Cropani”. Si legge ancora che il “Governo della Repubblica è autorizzato a far delimitare il territorio del nuovo comune di Sellia Marina” e che il “Prefetto di Catanzaro, sentita la Giunta provinciale amministrativa, provvederà al regolamento dei rapporti patrimoniali e finanziari tra i comuni interessati”.

I 13 chilometri di costa del paese marino, un tempo paludosi, come ricorda il toponimo ‘Omomorto’ di Simeri Crichi, costituiscono un unicum. La posizione, inoltre, è geograficamente favorevole: mare, collina e, vicinissima, la Sila. La storia di Sellia Marina è strettamente legata a quella di Sellia e la separazione della zona costiera da quella a monte è stata sicuramente travagliata. Come è accaduto un po’ dappertutto, il borgo montano si è progressivamente andato spopolando: molti sono emigrati per mancanza di lavoro, altri hanno preferito spostarsi in città o lungo la costa. In questi ultimi anni il paese ha cercato di rivitalizzarsi: ad agosto, ad esempio,  la sagra dell’olio attira centinaia di persone che hanno, così, l’opportunità di conoscere un territorio incontaminato e apprezzarne i posti più caratteristici, come i ruderi dell’antico castello medievale, le chiese, i vicoli strettissimi che conducono a vecchi frantoi aperti per l’occasione. Nel 2003 l’ente montano ha deciso di citare il comune di Sellia Marina per riavere lo sbocco a mare perduto e, nei giorni scorsi, il Tribunale di Catanzaro ha accolto l’atto con sentenza n.1108/2010: il fondo in località Don Antonio, dopo la registrazione della sentenza, dovrebbe passare al borgo montano. Si tratterebbe di un cambio di proprietà non da poco: la zona Faro Blu- Indian è quella nella quale, in questi decenni, l’ente marino ha investito, realizzando un tratto di lungomare, un parco attrezzato all’interno della pineta e una piazzetta che ospita le manifestazioni estive. Come è potuto accadere e, a dispetto dei facili campanilismi, cosa accadrà? Riguardo al primo punto, si vocifera di un accordo fatto dall’attuale amministratore di Sellia Marina col precedente amministratore del comune montano. L’accordo, stando alle voci, prevedeva la cessione del tratto di forestale antistante lo sterrato tra l’Asso di Fiori e l’Indian: in questa zona sono sempre scesi a mare gli abitanti di Sellia e qui, moltissimi anni fa, avevano le loro baracche di legno sulla spiaggia. Mi auguro che il Sindaco possa smentire perché, se così non fosse, la leggerezza risulterebbe imperdonabile e di questa si dovrebbe, a mio parere, rendere conto. Quale lo scenario che si apre? Si potrebbe dire: cambio di proprietà, nulla di fatto nella realtà. Andremo a mare dove sempre siamo andati. Anzi, c’è chi vede nella vicenda una sorta di punizione divina per le inadempienze terrene. L’accusa che si muove alle diverse amministrazioni succedutesi nell’ente marino, infatti, è quella di non essere state in grado di gestire un territorio così ampio, di non averne saputo sfruttare le enormi potenzialità, di avere consentito in alcune aree una cementificazione abusiva selvaggia, di avere lasciato località prive di servizi minimi quali le fogne e l’illuminazione. Naturalmente c’è anche il rovescio della medaglia, sul quale il cittadino ama sorvolare: chi ha acquistato a quattro soldi, sapeva scientemente di farlo perché nulla era regolare ma sperava, tuttavia, che le pressanti richieste avrebbero portato nel tempo a sanare situazioni ormai consolidate. I problemi sono sempre stati molti. Uno su tutti l’inquinamento delle acque, in parte dovuto al fatto che il depuratore non è in grado di rispondere, d’estate, al triplicarsi delle presenze e, in parte, agli scarichi abusivi di vario tipo mai realmente colpiti.

Non voglio farla lunga, per cui pongo le seguenti domande: come potrà un piccolissimo comune montano gestire una realtà così complessa? Che tipo di accordo dovrebbero raggiungere i due enti, visto che quello a mare perde l’unico tratto sul quale ha molto investito? E’ vero che c’era un accordo sottobanco, mal finito, tra gli amministratori dei due enti? Non dovrebbe la popolazione essere informata, con un consiglio comunale aperto sull’accaduto, sulle eventuali possibili strategie da adottare e sugli sviluppi? Non dovremmo, noi cittadini, mobilitarci perché sia indetto?

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One Response to “Cose del vecchio mondo”

  1. Ahhhh: mica la sapevo questa!!!

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"Vogliamo sapere perché – alla richiesta precisa di Stefano – non è stato chiamato, dai militari la sera dell’arresto, il suo avvocato di fiducia, vogliamo sapere dalle forze dell’ordine come è stato possibile che abbia subito le lesioni, vogliamo sapere chi glie le ha prodotte e quando, vogliamo sapere dalle strutture carcerarie perché non c’è stato consentito il colloquio con i medici, vogliamo sapere, dalle strutture sanitarie, perché non gli sono state effettuate le cure mediche necessarie, vogliamo sapere, (sempre) dalle strutture sanitarie, perché sia stata consentita, in sei giorni di ricovero, una tale debilitazione fisica, vogliamo sapere perché è stato lasciato in solitudine senza un conforto morale e religioso, vogliamo sapere, infine, la natura e le circostanze precise della morte, vorremmo sapere altresì, se ci sono motivi validi di tale accanimento su una giovane vita. Immaginiamo che una famiglia distrutta dal dolore per la morte atroce del proprio figlio di, trentuno anni, abbia il diritto di urlare con tutte le sue forze, per chiederne conto".

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***
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che audace passa alla morta gora
al mar del vero, di cui s'innamora,
nel nostro ospizio alfin ferma le piante.
Ch'altri l'appella antro di Polifemo,
palazzo altri d'Atlante, e chi di Creta
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io ti so dir; del resto, tutto tremo,
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Anno 1886
**
Fermativi nu morzu pé piaciri / O aggenti chi passati di la via, / Trasiti nta sa casa pé vidiri / Si nc' é miseria mai comu la mia:
*
Non aju pani, non aju undi jiri / E mancu focu mu mi scarfaria / Mi viju avanzi li figghi periri / Di friddu e fami e di dissenteria!
*
Dati la carità pé st' innocenti, / Ca vi lu rendi a milli chiju Ddio!.../ Fici la carità ... Non aju nenti...
*
E ognunu passa e lu rimpaccia puru, / Ed iju disperatu: - oi Gesù mio, / Pari ca parru e parru cu nu muru! ...
*
Intra na staja allastricata e scura, / Subbra a nu jazzu, chi pari di cani, / Mori l'aggenti senza cuvertura / Cu cuscina di petri e mazzacani!
*
Morti di fama aspettamu a sta ura / Tri figghi muzzicandusi li mani / Lu patri, chi jiu fora mu procura
Nu vrasciu e ncunu tozzulu di pani!
*
E quandu infini cumpari lu tata / Si ribbejanu a coru tutti quanti, / Gridandu: - amminda a mia na muzzicata.
*
E lu povaru patri a chiji pianti / Si scippa li capiji a diricata, / Pigghiandu Patraterni, Cristi e Santi!...
*
E, la matina quandu ssi levaru, / Subbra a la pagghia mortu a Loigeju, / Mpisicchiatu di friddu lu trovaru
Cu l'occhi spanticati, povareju!
*
Lu patri ndi jettau chianti l'amaru, / Cà era di li figghi lu cchiù beju... / E, quandu nta la vara l'acconzaru,
Paria mortu daveru n'angiuleu!...
*
Finisti di penari! di la porta / - Facia na vecchiareja: - o tia nbiatu, / L'avissi avutu jeu sta beja sorta!
*
Ed allu beccamortu nci dicia / Lu patri, nchi ebbi lu figghiu vasatu: / Passa sta sira, cà ti pigghi a mia

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Ernesto Rossi,

Abolire la miseria, 1942 - 46

Non tutto si risolve. Neppure la promessa società senza classi sarà indolore: “Anche dopo l'abolizione della miseria gli uomini restano disuguali, preda di falsi condizionamenti, ci saranno ancora caos, preoccupazioni, destino a sufficienza e nessun rimedio contro la morte”.

Porre fine alla miseria: “Per un tempo incredibilmente lungo ciò non suonò per nulla normale, al contrario era una favola; solo come sogno a occhi aperti è entrato nel campo visivo”.

Ernest Bloch,

Il Principio Speranza, 1938-1947

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