La forbice poteva tagliare altrove | Abolire la miseria della Calabria
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La forbice poteva tagliare altrove

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di Giuseppe Candido

Il Governo approva le misure di austerità per risanare i conti pubblici. L’Italia è uno dei paesi europei con il più alto debito pubblico e il consistente pacchetto voluto da Tremonti è necessario per evitare che l’Italia affronti lo stesso destino della Grecia. Una manovra con oltre 24 miliardi di euro di tagli che incideranno notevolmente sulla vita degli italiani nei prossimi due o tre anni. I capitoli sui quali maggiormente si interverrà sono essenzialmente tre. In primis il blocco, per tre anni, del rinnovo dei contratti del pubblico impiego che da solo produrrà un gettito di 5,3 milardi di euro; altri 5 miliardi e 200 milioni proverranno dalla riduzione delle “finestre” di pensionamento dalle attuali tre ad una sola e dall’aumento, da 60 a 62 anni, dell’età cui potranno andare in pensione le donne. Poi c’è la fetta grossa da 13 miliardi di euro di tagli alle autonomie locali mediante la revisione dei parametri del patto di stabilità. Soldi in meno ai comuni e alle regioni che per far quadrare i loro bilanci dovranno aumentare le aliquote di competenza. Quindi, a guardar bene, non sarà certo coi tagli dei costi dei politici né tanto meno con l’abolizione di qualche provincia minore (e non invece di tutti gli enti inutili) che gli italiani usciranno dalla crisi. Poliziotti, dipendenti degli enti locali, professori, non vedranno aumentare il loro stipendio per tre anni mentre vedranno crescere le tasse locali a loro carico. A ciò aggiungiamo che in molte famiglie italiane i conti non tornano perché la crisi si è fatta sentire realmente, in tanti hanno perso il lavoro, gli incassi dei piccoli commercianti e delle piccole imprese si sono ridotti, i giovani non trovano lavoro o, quando ci riescono, non hanno uno stipendio adeguato e le donne hanno difficoltà ancora maggiori. Per questo contemporaneamente si annunciano limatine ai ministri e politici. Ma siamo davvero sicuri che non si poteva tagliare altrove, siamo sicuri che i costi della politica, i costi della non democrazia, si ridurranno davvero? Dopo essere stato abolito con referendum nel ’93 il finanziamento pubblico dei partiti è stato reintrodotto dalla finestra con il sistema dei rimborsi elettorali. A fronte di spese realmente dimostrate di 579 milioni di euro, dal 1994 al 2008 i partiti si sono spartiti 2,25 miliardi di euro, con un utile di ben 1,67 miliardi di euro. Poi c’è il capitolo della manomorta pubblica che, Sergio Rizzo nei “Rapaci”, spiega essere il vero problema dell’Italia: “il torbido impasto fra gli interessi dei partiti di destra e di sinistra, quelli del sindacato che producono clientele e spese”. Gli enti inutili come le Province, le comunità montane che si diceva di voler abolire. Ed è discriminatoria la norma che vorrebbe abolire soltanto le nove province con meno di 220.000 abitanti salvando le poltrone inutili di tutte le altre. Non si interviene nemmeno su quel “dedalo inestricabile di ambiti territoriali, consorzi di bonifica” che rimane tal quale consentendo la moltiplicazione delle poltrone per la sistemazione in posti dirigenziali dei politici trombati: “Le migliaia di società a controllo pubblico sono le uniche discariche che funzionano in questo Paese” le aveva definite l’ex presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo. Sono i costi della democrazia, che il libro di Cesare Salvi e Massimo Villone ci mostra in dettaglio e che si sarebbe potuto tranquillamente titolare “I costi della non democrazia”, degli sprechi a tutti i livelli, degli enti inutili per garantire poltrone elettive e nomine dirigenziali. L’Italia è il Paese dove si fanno società pubbliche per tutto: anche per dare consulenze milionarie senza nessun tipo di gara favorendo le cricche degli amici. E’ il Paese che paga il conto salato di aziende pubbliche come l’Alitalia che non starebbe sul mercato di nessun altro Paese e che vanta “il record mondiale dei menager bruciati”. Il Paese dove “è normale che un’azienda statale faccia causa a un’altra azienda statale e metta in conto agli italiani seicentomila euro di parcelle”. Nel Paese di Pulcinella dove è normale che ai politici tocchi percepire la pensione già dopo appena due anni di legislatura, siamo sicuri che la forbice non poteva tagliare anche altrove?

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Il libero gioco delle forze economiche, stimolate dal tornaconto privato, in un regime individualistico, caratterizzato dall'ordinamento giuridico che garantisce la proprietà privata su grande parte degli strumenti materiali di produzione ed il rispetto dei contratti liberamente conclusi, … , presenta nella società moderna, molti gravi inconvenienti, anche nei paesi più progrediti. La miseria di larghi strati di popolazione, in stridente contrasto con l'opulenza di pochi privilegiati, lo sperpero di tante energie umane e di tante risorse materiali per soddisfare la vanità ed i futili capricci di chi si presenta sul mercato con una maggiore capacità di acquisto, il parassitismo di chi vive senza lavorare, … La pecca maggiore dei regimi individualistici, quali si sono storicamente realizzati finora, è, a nostro parere, la miseria degli ultimi strati della popolazione. La condizione delle classi povere, anche nei paesi più progrediti economicamente, è talmente ripugnante alla nostra coscienza morale, ed è così contraria al nostro ideale di civiltà che, se ci trovassimo davanti all'alternativa di accettare tali regimi, così come sono, o di passare a regimi comunistici, in cui la regolamentazione dal centro di tutta la vita economica e il lavoro obbligatorio permettessero una distribuzione egualitaria del reddito sociale, saremmo molto incerti quale preferire, nonostante la nostra ferma convinzione che i regimi comunistici sarebbero necessariamente meno produttivi e potrebbero essere realizzati solo attraverso una tirannide burocratica.

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* dall'intervento di Giovanni Cucchi, padre di Stefano, alla conferenza stampa del 29 ottobre.

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Poesia filosofica di Tommaso Campanella
***
Come va al centro ogni cosa pensante
dalla circonferenza, e come ancora
in bocca al mostro che poi la devora,
donnola incorre timente e scherzante;
così di gran scienza ognuno amante,
che audace passa alla morta gora
al mar del vero, di cui s'innamora,
nel nostro ospizio alfin ferma le piante.
Ch'altri l'appella antro di Polifemo,
palazzo altri d'Atlante, e chi di Creta
il laberinto, e chi l'Inferno estremo
(che qui non val favor, saper, né pietà),
io ti so dir; del resto, tutto tremo,
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Vincenzo Franco alias Nipio
Strenna de L'Avvenire Vibonese
Anno 1886
**
Fermativi nu morzu pé piaciri / O aggenti chi passati di la via, / Trasiti nta sa casa pé vidiri / Si nc' é miseria mai comu la mia:
*
Non aju pani, non aju undi jiri / E mancu focu mu mi scarfaria / Mi viju avanzi li figghi periri / Di friddu e fami e di dissenteria!
*
Dati la carità pé st' innocenti, / Ca vi lu rendi a milli chiju Ddio!.../ Fici la carità ... Non aju nenti...
*
E ognunu passa e lu rimpaccia puru, / Ed iju disperatu: - oi Gesù mio, / Pari ca parru e parru cu nu muru! ...
*
Intra na staja allastricata e scura, / Subbra a nu jazzu, chi pari di cani, / Mori l'aggenti senza cuvertura / Cu cuscina di petri e mazzacani!
*
Morti di fama aspettamu a sta ura / Tri figghi muzzicandusi li mani / Lu patri, chi jiu fora mu procura
Nu vrasciu e ncunu tozzulu di pani!
*
E quandu infini cumpari lu tata / Si ribbejanu a coru tutti quanti, / Gridandu: - amminda a mia na muzzicata.
*
E lu povaru patri a chiji pianti / Si scippa li capiji a diricata, / Pigghiandu Patraterni, Cristi e Santi!...
*
E, la matina quandu ssi levaru, / Subbra a la pagghia mortu a Loigeju, / Mpisicchiatu di friddu lu trovaru
Cu l'occhi spanticati, povareju!
*
Lu patri ndi jettau chianti l'amaru, / Cà era di li figghi lu cchiù beju... / E, quandu nta la vara l'acconzaru,
Paria mortu daveru n'angiuleu!...
*
Finisti di penari! di la porta / - Facia na vecchiareja: - o tia nbiatu, / L'avissi avutu jeu sta beja sorta!
*
Ed allu beccamortu nci dicia / Lu patri, nchi ebbi lu figghiu vasatu: / Passa sta sira, cà ti pigghi a mia

Proverbi ed indovinelli

Iennaru siccu, Massaru riccu. Iennaru vagnatu, Massaru arroinatu / Gennaio secco, Massaro ricco. Gennaio bagnato, Massaro fortunato.

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Non tutto si risolve. Neppure la promessa società senza classi sarà indolore: “Anche dopo l'abolizione della miseria gli uomini restano disuguali, preda di falsi condizionamenti, ci saranno ancora caos, preoccupazioni, destino a sufficienza e nessun rimedio contro la morte”.

Porre fine alla miseria: “Per un tempo incredibilmente lungo ciò non suonò per nulla normale, al contrario era una favola; solo come sogno a occhi aperti è entrato nel campo visivo”.

Ernest Bloch,

Il Principio Speranza, 1938-1947

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