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Rosarno e dintorni

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di Francesco Santopolo

Agrumeti di Rosarno
Agrumeti di Rosarno – Foto wikimedia

È successo non per caso. Nel 2008 a Rosarno e Castel Volturno. Ancora a Rosarno, nei primi giorni del 2010. L’Africa ha detto no alla criminalità organizzata che vuole prendersi le vite dei migranti, dopo essersi presa le nostre, anche se fingiamo di non essercene accorti, nascosti dietro la nostra ingorda indifferenza.

La “grande magia degli immigrati- l’ha definita Roberto Saviano (Nigrizia, 9/09)-” che “arrivano disperati, accettano assurde condizioni di lavoro …” Poi accade che le organizzazioni criminali tolgano loro ciò per cui hanno lottato fino in fondo: cioè la vita, il lavoro, il respiro, la possibilità di avere una famiglia. Quando questo accade, l’intera comunità africana si ribella” (ibidem).

È stato così anche a Rosarno? Certo, e lo dice con chiarezza un corsivo di Montecristo (Calabria Ora, 9 gennaio) dal titolo significativo, “Se gli stranieri si ribellano alle ‘ndrine”. Certo se il patriarca della famiglia Pesce è stato “costretto a sparare col fucile da caccia per disperdere gli assedianti” (ibidem). E perché con un fucile da caccia? Probabilmente perché in Calabria, per un pregiudicato, è meno complicato avere la licenza di caccia che il porto d’armi.

Certo, se è stato fermato, per colluttazione con le forze dell’ordine, Antonio Bellocco figlio dell’ergastolano Giuseppe, capo ‘ndrina di riferimento (F. Altomone, Calabria Ora, 9 gennaio).

Ovviamente, qualcuno che si addormenta imbecille e si sveglia ministro, ha trovato la forza di puntare il dito sulla “eccessiva tolleranza”, senza chiarire verso chi o che cosa.

Probabilmente è vero. In Italia c’è molta tolleranza. Non certo per i disperati che viaggiano sui gommoni ma sicuramente per i grandi operatori delle mafie di ogni genere che usano mezzi di trasporto più confortevoli, alloggiano in alberghi di lusso e si muovono con disinvoltura in abiti griffati.

Ma dove vive un ministro che non sa, o finge di non sapere, che l’Africa è diventato il crocevia della droga? che dalla Nigeria passa anche la droga afagana e che i maggiori referenti di questo traffico sono italiani e spagnoli? Allora, se come ha dichiarato il ministro Sacconi, l’obiettivo prioritario dell’azione di governo deve essere quello di bonificare tutte le sacche di illegalità, è proprio vero che queste sacche si annidano tra i derelitti di Rosarno o di Castel Volturno o invece occorrerebbe verificare i movimenti di molti colletti bianchi da e per l’Africa?

Tuttavia, un ragionamento sui fatti di Rosarno, a partire dalla cronaca che ha fornito molti elementi di riflessione sugli aspetti più beceri del comportamento umano nell’era della globalizzazione delle merci e del lavoro, non è, per molte ragioni, il nostro intento.

Il ricorso alle categorie di schiavismo e razzismo, per spiegare fenomeni complessi, significherebbe voler confondere gli effetti con le cause e legittimare una menzogna riduzionista nel tentativo di riportare la faccenda ad un problema di xenofobia.

Non c‘entra il razzismo, del tutto estraneo alla popolazione della Piana.

C’entra sicuramente lo schiavismo, come forma estrema di sfruttamento della forza- lavoro ma da analizzare in tutte le forme in cui si manifesta, e non solo a Rosarno.

Ci interessa molto di più capire il contesto che fa da sfondo al conflitto e la lezione di civiltà che ci viene da popolazioni non garantite, come le comunità africane schiavizzate in Terra di Lavoro, nella Capitanata e, con buona pace dei benpensanti, nella Calabria Ultra.

Lo facciamo partendo da alcune domande.

Per esempio, cosa ha reso possibile che un’area come la Piana diGioia Tauro, fino a fine ‘800 una delle più ricche e sviluppate del Mezzogiorno, diventasse, a partire dalla seconda metà del ‘900, un’area dominata dal potere criminale e da un sistema politico ad esso strutturalmente e reciprocamente funzionale? E, soprattutto, quali sono stati i processi di mediazione economica che hanno consentito che si formasse un reticolo culturale che avvolge tutto il sistema?

Come è potuto succedere che in un’area in cui nella seconda metà del ‘700 furono introdotte tecnologie avanzate come i frantoi “alla genovese”, la ruota della storia abbia iniziato a girare al contrario, fino ai livelli di degrado che i media ci hanno mostrato ripetutamente?

Per descrivere il contesto in cui sono maturati gli eventi, è necessario ricostruire i circuiti economici, vecchi e nuovi, di un sistema in cui la ‘ndrangheta ha cessato di essere un potere “separato”, per trasformarsi in sistema di governo del territorio. Garanti l’assenza dello stato e, talvolta, la collusione del suo apparato politico e amministrativo.

L’economia criminale nell’ultimo secolo è cresciuta attorno alle più disparate attività illecite come l’industria dei sequestri, il commercio e la distribuzione della droga, il controllo sugli appalti pubblici, il pizzo, ecc.

All’interno dei circuiti economici tradizionali, la ‘ndrangheta ha svolto un ruolo di mediazione nella circolazione della ricchezza, attrezzata a cogliere tutte le opportunità.

Ma quando, a partire dalla seconda metà del ‘900, è stato avviato il regime di aiuti alle produzioni agricole che, in una prima fase, ha interessato esclusivamente l’olio, poi si è esteso ad altre produzioni come il grano, le colture foraggere, gli allevamenti e l’ortofrutta, si apriva uno scenario nuovo e nuove opportunità per la ‘ndrangheta: mediare sui flussi finanziari europei, coinvolgendo nel processo figure sociali .apparentemente fuori da una logica criminale.

Nel nostro lessico sono entrate parole magiche come “integrazione” e “industria” che, nel linguaggio mafioso, si sono trasformate in una sola parola altrettanto magica:opportunità.

Se riflettiamo sul fatto che lo sfondo in cui è maturata l’introduzione selvaggia e senza controllo di mano d’opera africana e il controllo della ‘ndrangheta sul mercato degli agrumi, potremmo cominciare a costruire una quadro di riferimento e individuare gli interessi in campo e le ragioni di un conflitto.

Riflettendo sul comparto agrumicolo, in particolare le arance che ne rappresentano il segmento più importante, possiamo verificare che tra il 1985 e il 2006 la superficie in Italia è aumentata del 5% ma, cumulando le esportazioni di arance allo stato fresco con quelle sotto forma di succhi, espresse in equivalenti di prodotto fresco, nell’ultimo quindicennio si è registrato un incremento produttivo del 93% circa e l’export è passato da 280 mila tonnellate a 540 mila.

Nello stesso periodo l’esportazione dei succhi, per i quali è previsto il contributo europeo, è passata dal 40% del 1976 all’attuale 73,5% ma, la flessione in valore dell’11%, dovrebbe induirci a riflettere su un trend economico smentito dai numeri.

Il problema è che il mercato delle arance è drogato dall’intervento europeo per il prodotto destinato all’industria e questo ha innescato meccanismi nuovi e nuovi spazi di mediazione mafiosa. Per inserirsi in questa nuova opportunità di mediazione economica, la ‘ndrangheta ha dovuto cercare nuove alleanze e nuove forme di mediazione, visto che la conditio sine qua non per accedere ai flussi finanziari europei è il possesso e il controllo sulle superfici.

Quante sono le associazioni di produttori interessate? Quante sono quelle direttamente controllate dalla ‘ndrangheta? Quali forme ha assunto la nuova alleanza con i “galantuomini” che partecipano direttamente al business o ne hanno ceduto i diritti con contratti di affitto?

In definitiva, è proprio necessario raccogliere le arance o è sufficiente “sistemare” i conti utilizzando i parametri produttivi?

Nello scenario di un’agricoltura avvitata sul sostegno alle produzioni, Rosarno è un episodio tra i tanti. Il pomodoro da industria in Terra di Lavoro o in Capitanata, sono altri potenti scenari di questa tragica rappresentazione che a Rosarno ha toccato i livelli più bassi.

Naturalmente la Calabria non è solo Rosarno. Riace e Badolato, per esempio, rappresentano un segno tangibile di come si possa gestire con spirito di solidarietà e accoglienza un problema che, in tempi moderni, ha assunto proporzioni apocalittiche.

Ma dimostrano anche che ci sono cose che il potere locale potrebbe fare, se solo lo volesse.

Ora molti africani sono stati allontanati dalla Calabria, forse ritorneranno per dire no, ancora una volta, alla ‘ndrangheta. Noi potremo continuare a guardare da un’altra parte e forse non ci accorgeremo mai che senza i nostri fratelli africani siamo diventati più poveri.

Forse, questa magia potrebbe verificarsi quando la nostra povertà si sarà trasformata in miseria.

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Poesia filosofica di Tommaso Campanella
***
Come va al centro ogni cosa pensante
dalla circonferenza, e come ancora
in bocca al mostro che poi la devora,
donnola incorre timente e scherzante;
così di gran scienza ognuno amante,
che audace passa alla morta gora
al mar del vero, di cui s'innamora,
nel nostro ospizio alfin ferma le piante.
Ch'altri l'appella antro di Polifemo,
palazzo altri d'Atlante, e chi di Creta
il laberinto, e chi l'Inferno estremo
(che qui non val favor, saper, né pietà),
io ti so dir; del resto, tutto tremo,
ch'è rocca sacra a tirannia segreta.
E' Chiaro

La miseria!

Vincenzo Franco alias Nipio
Strenna de L'Avvenire Vibonese
Anno 1886
**
Fermativi nu morzu pé piaciri / O aggenti chi passati di la via, / Trasiti nta sa casa pé vidiri / Si nc' é miseria mai comu la mia:
*
Non aju pani, non aju undi jiri / E mancu focu mu mi scarfaria / Mi viju avanzi li figghi periri / Di friddu e fami e di dissenteria!
*
Dati la carità pé st' innocenti, / Ca vi lu rendi a milli chiju Ddio!.../ Fici la carità ... Non aju nenti...
*
E ognunu passa e lu rimpaccia puru, / Ed iju disperatu: - oi Gesù mio, / Pari ca parru e parru cu nu muru! ...
*
Intra na staja allastricata e scura, / Subbra a nu jazzu, chi pari di cani, / Mori l'aggenti senza cuvertura / Cu cuscina di petri e mazzacani!
*
Morti di fama aspettamu a sta ura / Tri figghi muzzicandusi li mani / Lu patri, chi jiu fora mu procura
Nu vrasciu e ncunu tozzulu di pani!
*
E quandu infini cumpari lu tata / Si ribbejanu a coru tutti quanti, / Gridandu: - amminda a mia na muzzicata.
*
E lu povaru patri a chiji pianti / Si scippa li capiji a diricata, / Pigghiandu Patraterni, Cristi e Santi!...
*
E, la matina quandu ssi levaru, / Subbra a la pagghia mortu a Loigeju, / Mpisicchiatu di friddu lu trovaru
Cu l'occhi spanticati, povareju!
*
Lu patri ndi jettau chianti l'amaru, / Cà era di li figghi lu cchiù beju... / E, quandu nta la vara l'acconzaru,
Paria mortu daveru n'angiuleu!...
*
Finisti di penari! di la porta / - Facia na vecchiareja: - o tia nbiatu, / L'avissi avutu jeu sta beja sorta!
*
Ed allu beccamortu nci dicia / Lu patri, nchi ebbi lu figghiu vasatu: / Passa sta sira, cà ti pigghi a mia

Proverbi ed indovinelli

N’ura di iustizzia vala cent’anni di preghieri / Un ora di giustizia vale cent’anni di preghiere

La vignetta di Sergio Staino

 

  • La vignetta di Sergio Staino (L'Unità del 8.01.2010)

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Non tutto si risolve. Neppure la promessa società senza classi sarà indolore: “Anche dopo l'abolizione della miseria gli uomini restano disuguali, preda di falsi condizionamenti, ci saranno ancora caos, preoccupazioni, destino a sufficienza e nessun rimedio contro la morte”.

Porre fine alla miseria: “Per un tempo incredibilmente lungo ciò non suonò per nulla normale, al contrario era una favola; solo come sogno a occhi aperti è entrato nel campo visivo”.

Ernest Bloch,

Il Principio Speranza, 1938-1947

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