Per una sociologia del brigantaggio: percorsi minori della storia  | Abolire la miseria della Calabria
A A
RSS

Per una sociologia del brigantaggio: percorsi minori della storia

Ascolta con webReader

di Francesco Santopolo

Da questo numero iniziamo un viaggio tra i subalterni, quelli che, secondo la definizione di Amelia Paparazzo, vivono “tra rimpianto e trasgressione”, un’esistenza illuminata dalla luce della storia, solo quando si incontra con quella dei vincenti. Chi sono i subalterni? Ci sono i subalterni di classe: braccianti, contadini senza terra, contadini poveri e, nel nostro tempo, i precari. Ci sono i subalterni politici, almeno fino all’avvento del fascismo: radicali, anarchici, socialisti, comunisti. E, infine i subalterni di status: briganti, banditi sociali e quelli che Marx ha inteso comprendere nel lumpěproletriat, il “proletariato cencioso” che rappresenta i ceti più infimi della società. Di alcune di queste figure vogliamo tentare di tracciare una storia.


Per scelta e ragioni di spazio, questa non vuole essere la storia del brigantaggio ma solo un tentativo di anticipare i termini di una riflessione più ampia, a partire dalla definizione di un tipo sociale, il brigante appunto, per restituirgli una dimensione storica finora negata, almeno in parte.

Briganti - http://nuovobrigantaggio.splinder.com/
Briganti – http://nuovobrigantaggio.splinder.com/

Con le sole eccezioni di Amelia Paparazzo (1984), Nicola Pedio (1996) e Aldo De Jaco (1978), la corposa letteratura specifica, e quella più generale sulla storia d’Italia che si è occupata del brigantaggio meridionale, rimane, per così dire, in superficie e quasi mai il brigante appare come soggetto nella storia della lotta di classe di cui è stato protagonista, sia pure con le specifiche peculiarità in cui era costretto un movimento di subalterni in una società di transizione verso la modernità.
Potremmo dire che la vera vittoria delle classi egemoni sul brigantaggio non fu la sua sconfitta militare ma la sua rimozione e il suo confinamento in una storia separata e minoritaria.
Non a caso, a ridosso delle “celebrazioni dell’Unità di Italia, tenute sul piano della più noiosa e inconcludente <>”, De Jaco poteva osservare che le ricerche storiche non avevano riportato “in luce elementi di quella angosciosa tragedia che fu la guerra del brigantaggio” (l. c.).
Il tentativo di sfatare luoghi comuni e visioni ideologiche è arduo ma questo non ci impedisce di tentare un approccio.
Quando si scrive, per esempio, “Il brigantaggio, che trova le sue radici in una società caratterizzata da profonde differenziazioni economico- sociali, non è un male endemico delle province più povere del Mezzogiorno d’Italia. Esso è un fenomeno universale che, pur presentandosi sotto forme ed aspetti diversi, è sempre rivolto contro il potere costituito da parte di chi si oppone al sistema” (Pedio, l. c.), si dice una cosa profondamente vera e una, se non proprio falsa, diremmo forzata.
È vero che il brigantaggio è un fenomeno universale nello spazio e nel tempo.
Non è altrettanto vero, o è un giudizio limitato a situazioni particolari e contingenti, che l’azione dei briganti è sempre rivolta contro il potere costituito.
Basterebbe ricordare tutte le volte che il brigantaggio si è prestato a sostenere le “ragioni” del potere, fosse solo quello rappresentato da un singolo signorotto o quello che, nella sua globalità, interpretava gli aspetti più reazionari e feroci del potere, come avvenne durante la repressione della Repubblica Partenopea.
Allora, il primo problema che si pone a chi volesse definire la collocazione sociale del brigante, è capire le ragioni e gli obiettivi del suo agire sociale.
In realtà, il brigante si muove contro il rapporto di dominio e subordinazione espresso dal potere come categoria assoluta che regola i rapporti umani e, anche quando sembra schierarsi con le forze conservatrici, non è detto che possa definirsi tout court reazionario.
Scrive Hobsbawn (1969, pag. 21) “Una rivoluzione sociale non è meno rivoluzionaria perché si schiera a favore della <>, secondo la definizione di chi ne è al di fuori, contro il <
>”. Nel caso della Rivoluzione Napoletana, per esempio, “I banditi- e i contadini- del Regno di Napoli che insorsero in nome del papa, del re e della fede contro i giacobini e gli stranieri erano dei rivoluzionari, mentre il papa e il re non lo erano” (Hobsbawn, l. c., pag. 21).
D’altronde i “briganti” si schiereranno con Garibaldi, il cui moto non era sicuramente reazionario.
La chiave di volta che ci fa capire quale fossero le ragioni dei briganti la ricaviamo dall’espressione usata dal capo brigante Cipriano La Gala da Nola, quando, ad un avvocato suo prigioniero che si era dichiarato filoborbone nel tentativo di salvarsi la vita, rispose: “Tu hai studiato, sei avvocato e credi che noi fatichiamo per Francesco II?” (sta in Molfese, l. c., pag. 130).
Proprio questa risposta/domanda ci fa capire che il brigante non sta con nessuno, né con i Borboni né con gli antiborboni. Sta con sé stesso e con le ragioni della sua ribellione, si schiera per il cambiamento e questo ne fa un rivoluzionario se ammettiamo che “Anche chi accetta lo sfruttamento, l’oppressione e la soggezione come norma di vita, sogna un mondo dove essi non esistono: un mondo di uguaglianza, di fratellanza e di libertà” (Hobsbawn, l. c. pag. 21-22).
Scopo del presente lavoro non è solo la ricostruzione storica di un fenomeno come il brigantaggio da sempre connotato di negatività ma coglierne le contraddizioni, nell’intento di ricostruire le connotazioni antropologiche di un tipo sociale peculiare qual è stato, per l’appunto, il brigante.
Il termine brigante, del tutto sconosciuto in Italia meridionale, e mai utilizzato in precedenza dal legislatore, era stato introdotto dai francesi per indicare “coloro che ad essi si opponevano” (Pedio, l. c., pag. 7).
Da allora, nel Regno di Napoli e in tutto il Mezzogiorno, quelli che prima erano chiamati banditi o fuorbanditi, divennero briganti e questo termine, derivato dal francese brigand con cui si indicavano i ribelli, fu tradotto in italiano in brigante o assassino, con un arricchimento etimologico che ci sarebbe piaciuto evitare.
Una prima spiegazione per definire il tipo sociale del brigante, ci viene da un grande scrittore meridionalista del passato quando dice: “Il popolo calabrese è agricolo … quando dunque gli mancano le terre irrompe violentemente nella Sila coi suoi strumenti rurali, o vi irrompe coi suoi strumenti da brigante” (Padula, 1878), confermando che, per alcuni, è “megliu n’annu tauru ca cent’anni voe!” (proverbio calabrese).
In letteratura la definizione del brigante ha seguito la strada delle stereopito.
Gramsci riferisce di una “circolare dell’Amma credo del 1916 in cui si ordina alle industrie dipendenti di non assumere operai che siano nati sotto Firenze” (1975, pag. 64-65).
Ma di tutt’altro avviso furono gli Agnelli che nel periodo 1925-26 fecero affluire 25.000 operai siciliani da immettere nell’industria”. Continua Gramsci, “fallimento dell’emigrazione e moltiplicazione dei reati commessi nelle campagne vicine da questi siciliani che fuggivano le fabbriche: cronache vistose nei giornali che non allentarono certo la credenza che i siciliani sono briganti” (l. c.).
De Amicis, nella novella Fortezza (1906) parla delle torture subite da un carabiniere catturato da un gruppo di briganti, sebbene manchi il particolare aggiunto da Gramsci sulla lingua mozzata. Pirandello ne “L’altro figlio” (1937) parla di briganti che giocano a bocce con i teschi.
La letteratura è piena di immagini truculente e sarà affrontata in queste pagine quando inizieremo a raccontare la storia di personaggi che, pur di estrazione sociale diversa, sono diventati briganti.
Così scopriremo che non ci furono soltanto i Mammone e i Ninco Nanco tra le fila dei briganti ma anche il prete Ciro Annichiarico, il massaro Angiolino Del Duca, il benestante Beppe Mastrilli, il figlo di un medico Pietro Mancino e il più noto brigante calabrese, quel Giosafatte Talarico che, pur di umili origini, aveva studiato in seminario ed era diventato aiuto farmacista, prima di darsi alla macchia e diventare brigante.

Bibliografia
De Amicis, E. (1906), Novelle, Milano, Treves.
Gramsci, A. (1975), Quaderni del carcere, vol. I, nota 50, Torino, Einaudi.
Hobsbawn, E. (1969), I banditi, Torino, Einaudi.
Molfese, F. (1966), Storia del brigantaggio dopo l’unità, Milano, Feltrinelli.
Padula, V. (1878), Il bruzio.
Paparazzo, A. (1984), I subalterni calabresi tra rimpianto e trasgressione, Milano, Franco Angeli.
Pedio, N. (1997), Brigantaggio meridionale: 1806-1863, Lecce, Capone Editore.
Pirandello, L. (1937), “L’altro figlio” da Novelle per un anno, vol. II, Milano, Mondadori.

Share

Tags: , , ,

One Response to “Per una sociologia del brigantaggio: percorsi minori della storia”

  1. Salvatore Pancari says:

    Caro Franco,
    c’è voluto nternet per reincontrarti dopo quasi quarant’anni.
    Nella tua intervista avrei dato n piccolo spazio alla tua e mia esperienza vakdese a Catanzaro intorno a quella grande figura di Eugenio Rivoir.
    Spero d’incontrarti quando e se verrò a Catanzaro, altrimenti internet ci può aiutare.
    Ho visto la foto ed il primo numero del “Manifesto catanzarese” la pipa, il tuo sorriso sono sempre gli stessi.
    Saluta “Vivienne” e tutti gli altri della tua banda.
    Con affetto Salvatore alias “tracandale”

Lasciate un commento

Abbonati Abolire la miseria della Calabria

Sostienici

Abolire la miseria della Calabria

Non fruisce dei contributi di cui alla Legge n° 250 del 07/08/1990. Sostienici anche tu con una piccola ...


Ernesto Rossi, Abolire la miseria

Perché "Abolire la miseria"

Il libero gioco delle forze economiche, stimolate dal tornaconto privato, in un regime individualistico, caratterizzato dall'ordinamento giuridico che garantisce la proprietà privata su grande parte degli strumenti materiali di produzione ed il rispetto dei contratti liberamente conclusi, … , presenta nella società moderna, molti gravi inconvenienti, anche nei paesi più progrediti. La miseria di larghi strati di popolazione, in stridente contrasto con l'opulenza di pochi privilegiati, lo sperpero di tante energie umane e di tante risorse materiali per soddisfare la vanità ed i futili capricci di chi si presenta sul mercato con una maggiore capacità di acquisto, il parassitismo di chi vive senza lavorare, … La pecca maggiore dei regimi individualistici, quali si sono storicamente realizzati finora, è, a nostro parere, la miseria degli ultimi strati della popolazione. La condizione delle classi povere, anche nei paesi più progrediti economicamente, è talmente ripugnante alla nostra coscienza morale, ed è così contraria al nostro ideale di civiltà che, se ci trovassimo davanti all'alternativa di accettare tali regimi, così come sono, o di passare a regimi comunistici, in cui la regolamentazione dal centro di tutta la vita economica e il lavoro obbligatorio permettessero una distribuzione egualitaria del reddito sociale, saremmo molto incerti quale preferire, nonostante la nostra ferma convinzione che i regimi comunistici sarebbero necessariamente meno produttivi e potrebbero essere realizzati solo attraverso una tirannide burocratica.

Ernesto Rossi, Abolire la miseria, 1942 - 46

in evidenza

Il cronista si imbarca in un volo etimologico facendo derivare il toponimo Uria dal presunto greco a
Cose su cui riflettere
ma in realtà Berlusconi non è il primo
Il diario di Maria Antonietta Farina Coscioni
il primo di luglio la prossima udienza

Controlla quello che fanno … grazie a

Dirette da Camera e Senato

RadioRAdicaleTV

Diretta dalla Camera

Diretta dal Senato

quotidiana mente

Il Domani della Calabria

in partenariato collaborativo con

...

Primo piano ...

La miseria che aumenta …

e le spese “onorevoli”

Open Camera, i Conti segreti della Camera

150° dell’Unità … il nuovo numero di Alm

Personaggi ...

Vuoi scrive?

Abolire la miseria della Calabria, Accedi, Registrati, Scrivi alla redazione, il tuo ALM

il tuo ALM ... il primo sito di giornalismo partecipativo calabrese ... collabora con noi

in evidenza … emergenza carceri

Stefano Cucchi titolo

di Giovanni Cucchi *
"Vogliamo sapere perché – alla richiesta precisa di Stefano – non è stato chiamato, dai militari la sera dell’arresto, il suo avvocato di fiducia, vogliamo sapere dalle forze dell’ordine come è stato possibile che abbia subito le lesioni ... ".

* dall'intervento di Giovanni Cucchi, padre di Stefano, alla conferenza stampa del 29 ottobre.

Pure noi di “Abolire la miseria della Calabria” vogliamo sapere e manterremo l'appello del padre in evidenza sin quando non saranno chiarite tutte le responsabilità di una tale miseria di stato.

Guarda la conferenza stampa della scheda "Come è morto Stefano Cucchi?" sul sito di Radio Radicale .it

Segui la vicenda di Stefano Cucchi sul sito dell'associazione "A Buon Diritto" o sul blog innocenti evasioni

il messaggio di fine anno del Presidente Giorgio Napolitano
La vignetta diSergio Staino

 

  • La vignetta di Sergio Staino (L'Unità del 9.12.2009)

La vignetta di Staino

Per gentile concessione dell'autore

AL CARCERE

Poesia filosofica di Tommaso Campanella
***
Come va al centro ogni cosa pensante
dalla circonferenza, e come ancora
in bocca al mostro che poi la devora,
donnola incorre timente e scherzante;
così di gran scienza ognuno amante,
che audace passa alla morta gora
al mar del vero, di cui s'innamora,
nel nostro ospizio alfin ferma le piante.
Ch'altri l'appella antro di Polifemo,
palazzo altri d'Atlante, e chi di Creta
il laberinto, e chi l'Inferno estremo
(che qui non val favor, saper, né pietà),
io ti so dir; del resto, tutto tremo,
ch'è rocca sacra a tirannia segreta.
E' Chiaro

La miseria!

Vincenzo Franco alias Nipio
Strenna de L'Avvenire Vibonese
Anno 1886
**
Fermativi nu morzu pé piaciri / O aggenti chi passati di la via, / Trasiti nta sa casa pé vidiri / Si nc' é miseria mai comu la mia:
*
Non aju pani, non aju undi jiri / E mancu focu mu mi scarfaria / Mi viju avanzi li figghi periri / Di friddu e fami e di dissenteria!
*
Dati la carità pé st' innocenti, / Ca vi lu rendi a milli chiju Ddio!.../ Fici la carità ... Non aju nenti...
*
E ognunu passa e lu rimpaccia puru, / Ed iju disperatu: - oi Gesù mio, / Pari ca parru e parru cu nu muru! ...
*
Intra na staja allastricata e scura, / Subbra a nu jazzu, chi pari di cani, / Mori l'aggenti senza cuvertura / Cu cuscina di petri e mazzacani!
*
Morti di fama aspettamu a sta ura / Tri figghi muzzicandusi li mani / Lu patri, chi jiu fora mu procura
Nu vrasciu e ncunu tozzulu di pani!
*
E quandu infini cumpari lu tata / Si ribbejanu a coru tutti quanti, / Gridandu: - amminda a mia na muzzicata.
*
E lu povaru patri a chiji pianti / Si scippa li capiji a diricata, / Pigghiandu Patraterni, Cristi e Santi!...
*
E, la matina quandu ssi levaru, / Subbra a la pagghia mortu a Loigeju, / Mpisicchiatu di friddu lu trovaru
Cu l'occhi spanticati, povareju!
*
Lu patri ndi jettau chianti l'amaru, / Cà era di li figghi lu cchiù beju... / E, quandu nta la vara l'acconzaru,
Paria mortu daveru n'angiuleu!...
*
Finisti di penari! di la porta / - Facia na vecchiareja: - o tia nbiatu, / L'avissi avutu jeu sta beja sorta!
*
Ed allu beccamortu nci dicia / Lu patri, nchi ebbi lu figghiu vasatu: / Passa sta sira, cà ti pigghi a mia

Proverbi ed indovinelli

Ascolta mille volte, parla soltanto una;

La vignetta di Sergio Staino

 

  • La vignetta di Sergio Staino (L'Unità del 8.01.2010)

La vignetta di Staino

Per gentile concessione dell'autore

Abolire la miseria con …

Le inchieste di Abolire la miseria della Calabria

Fai Notizia

... e le nostre inchieste partecipative

"Scuola pubblica e democrazia"

"Il Caso De Magistris"

"Periodici e riviste vibonesi della seconda metà dell'ottocento"

"Ambente e depurazione in Calabria"

"I veleni industriali e politici della basilicata"

"Ambiente e salute: i veleni di Tito

Associazione Non Mollare

Non Mollare

Sostieni Non Mollare, fai una …

Abolire il catodico


'ndrangheta Abolire la miseria della Calabria Ambiente Avvenire Vibonese Benedetto Musolino Berlusconi Briatico Calabria Carceri Carlo Rosselli Democrazia dissesto idrogeologico elezioni regionali emergenza ambientale Emergenza Carceri Garibaldi Giovanna Fiumara Giuseppe Mazzini Informazione La Calabria Lavoro Marco Pannella nonviolenza Nucleare Pannella Partitocrazia Pasqua Pippo Callipo radicali Radicali Italiani Radio Radicale Referendum Rifiuti Rita Bernardini Rosarno Sanità Scuola Sellia Marina situazione patrimoniale eletti e nominati socialismo liberale Stefano Cucchi Tommaso Campanella Trasparenza Unità d'Italia Vittorio De Seta
Ernesto Rossi, Abolire la miseria

Non tutto si risolve. Neppure la promessa società senza classi sarà indolore: “Anche dopo l'abolizione della miseria gli uomini restano disuguali, preda di falsi condizionamenti, ci saranno ancora caos, preoccupazioni, destino a sufficienza e nessun rimedio contro la morte”.

Porre fine alla miseria: “Per un tempo incredibilmente lungo ciò non suonò per nulla normale, al contrario era una favola; solo come sogno a occhi aperti è entrato nel campo visivo”.

Ernest Bloch,

Il Principio Speranza, 1938-1947

Scrivi alla redazione

Latest Flickr photos
Get Adobe Flash playerPlugin by wpburn.com wordpress themes

Cerca

Interviste